3 Luglio 2022

Il caldo torrido sta trasformando l’Italia in deserto

In Sicilia il 70% della superficie è compromesso, con altre sei regioni che hanno raggiunto una desertificazione tra il 30 e il 50%

Italia sempre più secca, il caldo di quest’anno conferma quello di cui da anni si vocifera: l’Italia è un deserto, l’acqua sta sparendo.

Complici, le pochissime precipitazioni annuali, soprattutto durante l’estate che portano le temperature altissime a rimanere alte (quasi incandescenti) e la terra a spaccarsi riarsa.

L’analisi condotta nel nostro paese mostra che circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale, ma non è la sola regione a soffrire la sete: Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%) sono le regioni più colpite.  Sei regioni, non solo al sud, (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano una percentuale di territorio a rischio desertificazione tra il 30% e il 50%, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) sono fra il 10% ed il 25%. Insomma, la situazione non è rosea e oltre alle condizioni torride delle città che portano ad accendere condizionatori e a peggiorare la crisi energetica, a pagarne davvero lo scotto sono le coltivazioni: di questo passo, entro il 2050 l’Italia non potrà offrire risorse sufficiente per sfamare il proprio popolo (parliamo della crisi alimentare proprio in questo articolo).

La situazione nel resto del mondo

La siccità non colpisce solo lo stivale, tutto il mondo patisce le conseguenze del cielo perennemente sereno.

Sono circa 200 i Paesi e un miliardo le persone interessate dal processo di desertificazione nel mondo e i più colpiti sono Cina, India, Pakistan e diverse Nazioni di Africa, America Latina, Medio-Oriente, ma anche dell’Europa mediterranea come Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Malta e, ultima ma non per tempistica, l’Italia.

«Sono questi dati a certificare la fondamentale funzione non solo agricola, ma anche ambientale, dell’irrigazione nei Paesi del Sud del Continente. Da qui, l’importanza dell’azione svolta in sede comunitaria da Irrigants d’Europe» a parlare è Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) in occasione della Giornata Mondiale contro la Desertificazione e la Siccità

La Spagna e la Grecia

«È evidente che, in questa situazione e senza un’adeguata infrastrutturazione idrica, l’applicazione dei parametri attualmente previsti dalla normativa europea sul Deflusso Ecologico, sarebbe stata disastrosa per l’economia e l’ambiente di ampie zone del Paese. Da qui la deroga di due anni, decisa dal Parlamento, cui va il nostro grazie» aggiunge il Presidente di ANBI Vincenzi.

La situazione spagnola è drammatica, ormai il 72% del territorio ne è coinvolta, soprattutto la zona del “mare di plastica”, territorio nel sud della spagna in cui si pratica un’agricoltura intensiva, con serre che creano un’immensa onda di plastica e un uso estremo di acqua dolce. La Grecia non è da meno, ma ha un pelo più di tempo: impiegherà tutto questo secolo per desertificarsi come la Spagna.

Le conseguenze porteranno all’emigrazione

L’ONU sostiene che nel mondo sono state compromessi tra uno e sei miliardi di ettari di terra, cosa che nel futuro comporterà un’immigrazione di massa: saranno 200 milioni le persone che si vedranno costrette a scappare verso regioni più sostenibili e vivibili.

i suoli si degradano perché abbandonati

Non solo la siccità in sé per sé, anche l’abbandono delle terre coltivate è colpevole del degrado del terreno che si sgretola.

Un esempio di questo fenomeno lo troviamo nelle tempeste di sabbia, che in questi mesi hanno colpito Siria, Iraq (da Aprile ve ne sono state già ben 6 con migliaia di ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie) ed altri Paesi confinanti, eventi favoriti dagli abbandoni di campi coltivati avvenuti in questi paesi negli ultimi due anni, causati a loro volta da eventi di estrema siccità e guerra. Questo ha portato alla mancanza di un freno naturale per la sabbia: le coltivazioni. Si prevede che in Iraq, entro il 2050, potrebbero esserci tempeste di sabbia per 300 giorni all’anno.

Il Po non è mai stato così basso: raggiunto il minimo storico dopo 70 anni

«Nel Po siamo arrivati a una situazione di severità alta. Probabilmente siamo in una condizione in cui le misure messe in campo non sono più sufficienti, bisognerà vedere se è il caso di dichiarare lo stato di emergenza vero e proprio. Perché si avvicina lo scenario più temuto, quello in cui tutti gli usi non possano essere soddisfatti, e bisogna quindi capire quale sarà la migliore situazione per contenere i danni». Lo dice all’Agenzia Dire Stefano Mariani, primo tecnologo di Ispra.

«Secondo i dati Istat, in generale in Italia l’uso delle risorse idriche è per il 47% per scopi irrigui, per il 28% civili, per il 18% industriale, per il 4% legato alla produzione di energia e 4% per la zootecnia. La priorità in caso di estrema siccità – continua Mariani – è l’uso civile, ci potranno essere razionamenti della risorsa idrica, ma il danno maggiore può interessare il comparto agricolo». Secondo uno studio Ispra, in Italia si registra un trend di decrescita che ha portato il 19% in meno di disponibilità idrica nell’ultimo trentennio rispetto al trentennio 1921-1950.
«La situazione attuale però è causa di precipitazioni ben al di sotto delle medie – prosegue – fenomeno che caratterizza alcune aree già dalla fine dello scorso anno».

Bisogna razionare l’acqua

Razionare e centellinare l’acqua, non solo in agricoltura ma per tutti gli usi, questa è la proposta e la necessità emerse dalla riunione dell’Osservatorio permanente sugli utilizzi della risorsa nel bacino del Po – ormai ribattezzato delle “crisi idriche” e convocato questa settimana per l’ottava volta in un mese a dieci giorni dall’incontro precedente.

Il Piemonte e l’Emilia-Romagna hanno chiesto al Governo Draghi lo stato di emergenza.

«L’imperativo categorico – sottolinea il segretario dell’Autorità di bacino del Po, Meuccio Berselli – è salvaguardare come raccomandato dalle direttive comunitarie la portata del Grande fiume attuando rapidamente tutte le azioni possibili per rendere quanto più efficace e proficuo l’uso della risorsa disponibile lungo l’alveo, gestendo l’acqua più dinamicamente. La siccità estrema con severità idrica alta ci obbligherebbe ad un cosiddetto ‘semaforo rosso’ che bloccherebbe ogni tipo di uso, consentendo solo quello idropotabile, ma grazie ad alcuni provvedimenti mirati utili, per quel che resta in termini di quantità disponibile, assicuriamo la continuità dell’irrigazione, pur se in misura ridotta».

I consorzi di bonifica pensano a razionare l’acqua.

La prima misura che l’Autorità di bacino del Po è stata una riduzione del 20% dei prelievi idrici per uso irriguo.

La misura serve per «sostenere le portate del Po nel tratto di valle per assicurare l’uso idropotabile delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo e per contrastare la risalita del cuneo salino nelle acque superficiali e sotterranee».

La falda sotterranea del Po ha perso il 200% di acqua

Sono passati più di 110 giorni consecutivi senza pioggia in Emilia-Romagna e a farne le spese è stata anche la falda idrica del sottosuolo, ormai quasi prosciugata.

Nonostante nei prossimi giorni sia prevista pioggia, non è detto che sia sufficiente per rimediare alla differenza d’acqua.

A segnalarlo è il Cer, il Canale emiliano-romagnolo, i cui laboratori tecnico-scientifici hanno svolto alcune analisi statistiche sui recenti monitoraggi della falda sotterranea.

Bisogna muoversi per le colture primaverili ed estive

«L’acqua nel sottosuolo va da -150 a -200% rispetto alla media storica del periodo- spiega il consorzio- nel comprensorio del Cer si stima che la mancanza di piogge abbia già reso critica la gestione delle graminacee estive su una superficie prossima a 50.000 ettari. A causa della siccità, si registrano grosse complicazioni nella semina delle colture primaverili-estive».

Infine la domanda di acqua nei frutteti «è elevata per poter contrastare le pericolose gelate primaverili, già causa di enormi perdite l’anno scorso».

Siamo davanti a una crisi idrica senza precedenti che, unita ai costi di energia e alla crisi di carburante ed energetica, rischia seriamente di mettere in ginocchio un’Italia già piegata.