25 Settembre 2022

Come sta l’agricoltura italiana: Il censimento generale dell’Istat

“Al termine delle operazioni si è raggiunto l’83% delle aziende agricole della lista pre-censuaria, si è trattato di oltre un milione di aziende”, le parole del Presidente dell’Istat, Prof. Gian Carlo Blangiardo

Emersi dati molto interessanti, utili per capire meglio l’evoluzione socio – economica – alimentare del Paese, nonché raccordi imprescindibili per le decisioni da prendere in ottica Pnrr

Sono stati presentati i risultati conclusivi del 7° Censimento generale dell’agricoltura, la cui raccolta dati si è svolta dal 7 gennaio al 30 luglio 2021, raggiungendo un importante risultato in termini di copertura. I questionari sono stati somministrati solo in versione digitale, e agli intervistati è stata data la possibilità di usare più canali per rispondere. Il 7° Censimento generale dell’agricoltura rappresenta l’ultimo censimento dell’agricoltura che verrà svolto secondo la metodologia tradizionale (ossia con cadenza decennale). Ad esso seguiranno indagini strutturali di tipo campionario, che saranno realizzate con riferimento agli anni 2023 e 2026.

“Il censimento rappresenta uno strumento fondamentale per il sistema agricolo italiano. Ci consente di valutare con cognizione di causa gli elementi di forza e gli aspetti critici e le debolezze del sistema agricolo del paese, fornendoci una indispensabile base informativa per la definizione delle opportune politiche di sviluppo e di rafforzamento”, le parole di ringraziamento del ministro Patuanelli

Il censimento ci permette di scattare una istantanea accurata anche per il PNRR. La restituzione tempestiva dei dati metterà a disposizione degli stakeholder informazioni essenziali per le politiche e per le scelte, soprattutto nella prospettiva del contrasto ai numerosi fattori critici e nell’indirizzo della piena ripresa del Paese.

In linea generale, l’aumento del dimensionamento aziendale per la prima volta sopra i dieci ettari, e il maggiore ricorso ai terreni in affitto e alla manodopera non familiare potrebbero essere considerati come indicatori di una agricoltura più professionale e specializzata.

Aziende agricole italiane, quante sono e cosa fanno

A ottobre 2020 risultano attive in Italia 1.133.023 aziende agricole. Nell’arco dei 38 anni intercorsi dal 1982 – anno di riferimento del 3° Censimento dell’agricoltura, i cui dati sono comparabili con quelli del 2020 – sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. La riduzione è stata più accentuata negli ultimi vent’anni: il numero di aziende agricole si è infatti più che dimezzato rispetto al 2000, quando era pari a quasi 2,4 milioni. E’ evidente il notevole processo di concentrazione dell’imprenditoria agricola in atto. È infatti importante notare come, nel confronto con il 1982, le flessioni della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) e della Superficie Agricola Totale (SAT) siano state molto più contenute rispetto al numero di aziende (rispettivamente -20,8% e -26,4%).

Censimento, la struttura aziendale

L’agricoltura italiana è andata, dunque, riducendosi nel numero di aziende, che però sono divenute più grandi. La dimensione media è più che raddoppiata: la SAU è passata da 5,1 a 11,1 ettari medi per azienda. Un bel passo in avanti, soprattutto in termini di potere contrattuale dell’azienda.

Il secondo aspetto che emerge sta nel fatto che il mondo dell’agricoltura italiana mantiene la propria impronta familiare, mentre l’intensità di manodopera si riduce. Nel 2020, in oltre il 98% delle aziende agricole si trovava manodopera familiare, anche se nella forza lavoro è stata progressivamente incorporata manodopera non familiare, che ha raggiunto 2,9 milioni, cioè il 47%. Nel 2010, data del censimento precedente, era il 24,2%, più o meno la metà. Negli stessi 10 anni, la forza lavoro complessiva ha perso il 28,8%, in termini di addetti, e il 14,4% in termini di giornate standard lavorate.

E arriviamo alla digitalizzazione; c’è ancora molto da fare. Il settore è approdato ancora solo marginalmente all’adozione di tecnologie digitali, sebbene la quota di imprese che si sono digitalizzate sia quasi quadruplicata in dieci anni, dal 3,8% nel 2010 al 15,8% nel 2020.

Come ampiamente prevedibile, sono le imprese più grandi e quelle dirette da giovani a mostrare una maggiore propensione per queste soluzioni. Laddove la leadership è esercitata da persone fino a 44 anni il tasso di digitalizzazione arriva al 32,2%; se invece i dirigenti hanno più di 65, il dato si arresta al 7,6%.

A che punto è l’innovazione tecnologica in azienda

Nel triennio 2018-2020, poco più di un’azienda agricola su dieci ha effettuato investimenti volti ad innovare una o più fasi o tecniche della produzione. Nel caso di aziende agricole guidate da persone in possesso di un diploma di istruzione secondaria ad indirizzo agrario, l’incidenza dell’innovazione è oltre il doppio (23,9%) rispetto al valore medio, e tre volte superiore quando i dirigenti hanno completato l’istruzione terziaria specializzata in materie agricole (30%). Il settore agricolo ha dimostrato un buon livello di resilienza agli effetti della pandemia. Meno di un’azienda agricola su cinque ha dichiarato di aver subito particolari conseguenze dall’emergenza sanitaria da Covid-19 (17,8%).

Agricoltura e crisi sanitaria

Le piccole aziende hanno resistito meglio alla crisi sanitaria. La dimensione aziendale ha rappresentato un fattore discriminante nella pandemia, ma in una direzione contro intuitiva: infatti si sono dimostrate più resilienti le aziende più piccole in termini di superficie agricola utilizzata (SAU), di Unità di Bestiame Adulto (UBA) o in termini di manodopera (Unità di Lavoro – ULA).

L’agricoltura italiana ed europea attraversa una fase di cambiamenti, derivati, non solo dalla concorrenza dei prodotti extracomunitari e dai cambiamenti climatici, che rendono incerte le rese di produzione, ma anche dalle conseguenze della pandemia e del conflitto in Ucraina.

Aziende agricole in calo in tutte le regioni, soprattutto al Centro-sud

La dinamica delle superfici agricole utilizzate è molto variegata.  A fronte di una flessione del 2,5% in media nazionale, la SAU cresce in otto regioni (Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Puglia, Sardegna) mentre tra quelle dove si registra una riduzione, oltre alle due province autonome spiccano la Toscana (-15,2%) e la Basilicata (-11,1%). Nel complesso, le superfici si riducono meno nel Nord-est (-1,7%) e nel Nord-ovest (-2%) e risultano in lieve crescita nelle Isole (+1,4%).

Il tipo di utilizzo dei terreni agricoli non muta sostanzialmente in dieci anni. Oltre la metà della Superficie Agricola Utilizzata continua a essere coltivata a seminativi (57,4%). Seguono i prati permanenti e pascoli (25,0%), le legnose agrarie (17,4%) e gli orti familiari (0,1%). In termini di ettari di superficie solo i seminativi risultano leggermente in aumento rispetto al 2010 (+2,9%). Aumenta la dimensione media per le principali tipologie di coltivazioni, non per prati e pascoli

Più nel dettaglio, i seminativi sono coltivati in oltre la metà delle aziende italiane, ossia più di 700mila (-12,9% rispetto al 2010), per una superficie di oltre 7 milioni di ettari (+2,7%) e una dimensione media di 10 ettari (Prospetto 7). In Emilia-Romagna, Lombardia, Sicilia e Puglia è concentrato il 41,4% della superficie nazionale dedicata a queste colture (Cartogramma 1 in allegato).

Tra i seminativi, i più diffusi sono i cereali per la produzione di granella (44% della superficie a seminativi). In particolare, il frumento duro è coltivato in oltre 135mila aziende per una superficie di oltre 1 milione di ettari.

L’olivo è ancora la coltivazione legnosa più diffusa

Le legnose agrarie sono coltivate da circa 800mila aziende. Pur essendo diffuse in tutto il territorio nazionale sono per lo più concentrate nel Mezzogiorno, soprattutto in Puglia, Sicilia e Calabria che complessivamente detengono il 46% delle aziende e il 47% della superficie investita. La Puglia è la regione con il maggior numero di aziende coltivatrici (170mila) e di superficie investita (491mila ettari), seguita dalla Sicilia (111mila aziende e 328mila ettari).

Dopo l’olivo, la vite è la coltivazione legnosa più diffusa, riguarda circa 255mila aziende, il 23% del totale, per una superficie pari a oltre 635mila ettari. Tra le regioni il Veneto risulta in testa alla graduatoria, con circa 27mila aziende e 100mila ettari. I fruttiferi, che includono frutta fresca, a guscio o a bacche, sono coltivati in 154mila aziende (-34,8%), per una superficie di oltre 392mila ettari (-7,5%) La coltivazione più diffusa tra la frutta fresca è il melo, con una superficie di oltre 55mila ettari e 38mila aziende; per tale coltivazione le Province Autonome di Trento e Bolzano detengono complessivamente il 28% delle aziende e il 52,5% della superficie (Cartogramma 4 in allegato).

Il nocciolo è la frutta a guscio più diffusa, con il Piemonte in testa per il maggior numero di aziende (oltre 8mila) e il Lazio per la superficie maggiore (oltre 27mila ettari). Gli agrumi mostrano una netta concentrazione in Sicilia, dove la superficie dedicata rappresenta il 55% del totale nazionale (circa 61mila su 112mila ettari totali).

Prati permanenti e pascoli sostanzialmente invariati ma scende la dimensione media

I prati permanenti e i pascoli sono presenti in circa 285mila aziende (+3,8% rispetto al 2010) e occupano una superficie di 3,1 milioni di ettari (-8,7%). Per questo tipo di coltivazione la Sicilia è la regione con il maggior numero di aziende (43mila) e la Sardegna quella con la maggiore superficie dedicata (698mila ettari). Poiché prati permanenti e pascoli sono colture estensive, generalmente le aziende coltivatrici sono di media o grande dimensione (media nazionale 11 ettari, con picchi in Sardegna – media 28,2 ettari, e Valle d’Aosta – media 32,1 ettari).

Meno aziende zootecniche ma il comparto cresce più di quello agricolo

Il contributo maggiore di animali allevati spetta al Nord-est, dove si trova la metà di tutti i capi censiti (quasi un terzo nel solo Veneto). In questa ripartizione gli avicoli e i conigli raggiungono le consistenze maggiori in Italia, con un buon contributo anche di bovini e suini. Il Nord-ovest precede le altre ripartizioni per consistenza di suini e bovini mentre, dopo le Isole, il Centro ha la minore consistenza di capi totali, con avicoli ed ovini come tipologie più numerose. Nel Sud, oltre agli avicoli, primeggiano gli ovini e i bovini.

L’identikit della manodopera, stranieri e donne impiegate

La presenza della manodopera straniera tra i lavoratori non familiari si è accentuata nel decennio. Nel 2020 è straniero circa un lavoratore su tre (uno su quattro nel 2010). Il ricorso a manodopera straniera (Ue e extra Ue) è particolarmente diffuso tra le forme contrattuali più flessibili, lavoratori saltuari e non assunti direttamente dall’azienda. In quest’ultima categoria, il 45% dei lavoratori non è di nazionalità italiana e ben il 29% proviene da Paesi extra Ue.

La presenza femminile nelle aziende agricole, nel complesso, diminuisce rispetto a dieci anni prima. Nel 2020 le donne sono il 30% circa del totale delle persone occupate contro il 36,8% del 2010. Tuttavia, l’impegno in termini di giornate di lavoro del genere femminile aumenta di più rispetto a quello maschile (+30,0% contro +13,9%) in particolare, tra la manodopera familiare (+54,7%) rispetto a quella non familiare; in quest’ultimo caso la variazione per le donne è negativa (-6,5%).

Con la terza media più di un capo azienda su due

In generale, la formazione dei capi azienda è ancora molto legata all’esperienza in campo: quasi il 59% ha un titolo di istruzione scolastica fino alla terza media o nessun titolo e solo il 10% è laureato. È però da rilevare una decisa evoluzione del livello di istruzione rispetto al 2010, quando poco più del 6% era laureato e oltre il 70% possedeva un titolo di studio fino alla terza media o nessun titolo. Inoltre, un capo azienda su tre ha partecipato ad almeno un corso di formazione agricola.

Offerta sempre più diversificata

Nel 2020 cresce la quota di aziende che hanno diversificato l’offerta, dedicandosi ad altre attività remunerative, connesse a quelle agricole. Si tratta di poco più di 65mila aziende, che rappresentano il 5,7% delle aziende agricole del 2020 (4,7% nel 2010). Questo dato assume particolare significato se si considera che l’annata agraria di riferimento coincide in parte con il primo periodo di diffusione dell’epidemia da Covid-19. Nel settore primario la pandemia ha prodotto ripercussioni negative proprio su alcune delle principali attività non strettamente agricole.

Tra le attività connesse, le più diffuse sono l’agriturismo, praticato dal 37,8% delle aziende con attività connesse; le attività agricole e non agricole per conto terzi, che interessano il 18,0%, e la produzione di energia rinnovabile (16,8%). Mentre agriturismo e produzione di energia rinnovabile evidenziano una decisa dinamica di crescita rispetto al decennio scorso (+16% per il primo e +198% per le seconde), le attività di contoterzismo attivo hanno subito un decremento di quasi il 49%, presumibilmente imputabile all’effetto delle misure di limitazione degli spostamenti adottate per il contenimento dell’epidemia.