24 Settembre 2022

Destinazione Bulgaria: la testimonianza di Riccardo

Facilità di impresa e costo della vita basso: per questo molti italiani – tra cui molti giovani – scelgono la Bulgaria

Riccardo Masala, classe 1971, è un quasi-expat: trasferirsi in Bulgaria era il suo progetto fino al periodo pre-pandemia, poi l’arrivo del COVID ha complicato i suoi piani. Ma il progetto è ancora vivo e vegeto.

Allora, come ti è venuta l’idea di espatriare? Ho 50 anni passati, dovrei fare l’architetto, e farlo come freelance in Italia è praticamente impossibile. Puoi lavorare se entri in uno studio, come dipendente, ma alla mia età è molto difficile che uno studio ti assuma: cercano giovani. Quindi resta l’opzione di “partire da soli”, ma anche questo è molto difficile, perché non hai una “rete” sufficiente a mantenerti. E ti rendi conto che quello che guadagni è una frazione ridicola di quanto prende il muratore, per mettere le piastrelle. Invece se vai all’estero, appena dici “italiano” la risposta è: “ah, che bello!”. Hai una marcia in più garantita. E inoltre è tutto più facile: a livello di burocrazia, di mentalità della gente, di costi. E perché proprio la Bulgaria? Non è una meta “strana”, poco gettonata? Al contrario: è molto gettonata. Fino all’anno scorso c’era un volo, Pisa- Sofia, che ho preso spesso: era sempre pieno di ragazzi che andavano a studiare nella capitale bulgara, ad esempio perché là non esiste il numero chiuso a medicina, né tantomeno i baroni e la burocrazia italiana. In generale ci sono molti italiani, in Bulgaria, soprattutto giovani. È una vita più facile e più divertente: esci di casa e trovi locali, intrattenimento. Ogni giorno ce n’è una nuova, le strade principali sono piene di gente. Quello che motiva me personalmente, comunque, è la maggiore facilità di impresa e di lavoro. Ovviamente ha anche i suoi contro: in periferia trovi gli anziani che frugano nei cassonetti, perché le pensioni non sono state equiparate, cosicché chi ha versato i contributi fino agli anni ‘90 lo ha fatto con frazioni ridicole e oggi si ritrova con l’equivalente di 200€/mese. E riescono a sopravvivere, con quella cifra? In realtà ce la possono fare, perché la maggior parte della gente è proprietaria di casa. Alcuni ne hanno anche due, una in città e l’altra in campagna. Sono i “vantaggi” dell’inurbamento socialista: a quei tempi le case costavano relativamente poco, ne sono state costruite in quantità esorbitanti e la popolazione ha potuto comprarle con poco. Tutti avevano un lavoro e una casa. Quindi c’è un po’ di nostalgia del regime sovietico? Sì, soprattutto tra gli over-50. Se parli con la gente di queste fasce d’età ti dicono che sì, c’era più controllo sociale, ma almeno non vedevi nessuno frugare nei cassonetti, tutti avevano un lavoro, e tutti i lavori avevano pari dignità. Si facevano tante cose insieme: ad esempio, la pulizia dei tappeti del palazzo avveniva in un solo giorno, si andava a raccogliere la frutta tutti assieme. C’era un senso della collettività che oggi è sparito. Torniamo al costo della vita… Al momento è ancora basso; l’anno prossimo la Bulgaria entrerà nell’area-euro, e lì staremo a vedere, ma per ora con 200€/mese, se sei proprietario di casa e non hai esigenze particolari, ce la puoi ancora fare. Poi ci sono i dipendenti di grandi aziende come Microsoft, che vivono là pur avendo uno stipendio equiparato a quello dei Paesi occidentali, e dunque si ritrovano con un potere d’acquisto enorme. Tra l’altro, il motivo per cui si trova da lavorare a Microsoft in Bulgaria è che là – soprattutto a Sofia – la velocità della connessione è spaventosamente più alta rispetto a quella italiana. Un business molto in voga è quello di costruire mega-palazzi che affittano ad aziende straniere. Se hai delle buone capacità di programmazione informatica, lì puoi trovare un lavoro ben pagato e a fronte di un costo della vita basso: un appartamento medio-piccolo lo si può pagare 50.000€. Se è “di lusso” puoi arrivare a 80.000. Fuori dalla capitale c’è vita? I paesi di campagna sono completamente abbandonati. Vengono acquistati dalle popolazioni romanì, che sono le uniche che hanno voglia di coltivare la terra. Più in generale, i romanì sono integrati nella società, e svolgono “quei lavori che i locali non vogliono più fare”, ad esempio nell’edilizia o nell’agricoltura.