24 Settembre 2022

Dal Mugello a Melbourne: l’australian dream di Sara

“Qui ho la percezione di poter realizzare i miei obiettivi. E le donne vengono rispettate”

Sara Fredducci, expat toscana in Australia, si racconta a Italianinews. E il suo è un racconto che fa molto riflettere.

«Durante l’intervista mi sentirai fare qualche verso da scema, sappilo!».
Così mi aveva avvertito, il giorno prima della nostra chiacchierata via Skype. I “versi da scema” sono dovuti al fatto che, durante l’intervista, Sara tiene in braccio la sua bambina di 4 mesi. L’ha chiamata Florence.
La conosco dai tempi dell’Università di Firenze. Fu la prima persona in assoluto con cui feci amicizia, in quegli angusti e decadenti luoghi di Via degli Alfani. Ed è proprio da lì che inizia la nostra chiacchierata: dall’essere archeologi, in Italia, e al dilemma se rimanerci o emigrare.

Allora, come ci sei finita in Australia?
Andare all’estero non era mai stato un mio obiettivo. Il problema è che avevo iniziato a fare archeologia all’Università, e nel corso degli anni, dai racconti di chi aveva più anni di me, ho scoperto che per chi intraprende quella carriera andare all’estero è una scelta quasi obbligatoria, se vuoi una vita decente. Io però la laurea in archeologia non l’ho mai presa. Non riuscivo a lavorare e studiare contemporaneamente, anche perché in Italia la situazione lavorativa è pessima. Ho fatto lavori di ogni tipo, ma non riuscivo a mettere da parte niente.
Poi, a un certo punto, ho deciso di iniziare a girare il mondo. Nel 2018 ho fatto un viaggio in Vietnam, e durante gli ultimi 15 giorni mi sono ritrovata a viaggiare da sola. È stato lì che ho capito che, dopotutto, viaggiare e vedere il mondo mi piaceva eccome. Ed è stato lì che ho conosciuto Darren, il mio compagno nonché padre di Florence. Lui è australiano. Sono andata con lui ed eccomi qui.

Se tu dovessi riassumere la differenza tra vivere in Italia e in Australia, cosa diresti?
Prima che nascesse Florence mi sono chiesta: ma se con questa persona andasse male, tornerei a casa? E lì mi sono detta: col cavolo! Resterei qua.
Perché, nonostante mi manchi l’Italia, ho la percezione – che non ho mai avuto in 30 anni di vita in patria – che qui tu possa fare ciò che vuoi. C’è più meritocrazia. Ho iniziato facendo gli stessi lavori che facevo in Italia, principalmente come commessa, ma qui ho lavorato di più come illustratrice, un’attività che in Italia svolgevo come lavoro accessorio. Qua riesco a vendere molto di più, la gente non fa domande sul prezzo. In Italia mi sentivo chiedere lo sconto su un pezzo da 20€.
Inoltre, qui ho iniziato a studiare per diventare massaggiatrice terapeutica. Insomma: qui c’è la percezione che, se vuoi, puoi migliorare la tua vita. Per me è importante avere una vita quotidiana appagante e un salario sufficiente a vivere in modo sereno, ad esempio consentendomi di viaggiare.

Ci sono differenze significative nell’approccio dei datori di lavori al tema della retribuzione?
Direi che è l’opposto. Qui non sei nemmeno tu a chiedere al datore di lavoro quanto prenderai: è la prima cosa che ti dicono loro. Il salario è orario, ed è completamente diverso dai nostri. Io sono andata a fare anche le pulizie, per 25€ $ l’ora. [Un dollaro australiano vale al momento 0,65€, n.d.r.].
Dove lavorerò potrò prendere l’equivalente di 65€/ora.
Mi ricordo l’imbarazzo di parlare di soldi in Italia: accettavo lavori senza andare a sapere quando guadagnavo. In generale, le paghe sono più alte. Darren è ruspista: in Italia guadagnerebbe poco, qui un ruspista può prendere fino a 5700€ al mese.

Immagino però che il costo della vita sia più alto
Sì, ma non esageratamente. Noi siamo in affitto in un quartiere che non è tra i migliori. Abbiamo 3 stanze, il salotto e la cucina, e di affitto paghiamo l’equivalente di 970€/mese. In centro si spende di più, naturalmente. Ma il punto è che qui c’è possibilità di mettere soldi da parte davvero. In 30 anni che ho vissuto in Italia, non ero riuscita a mettere da parte quasi niente.

E con l’Italia al momento che rapporto hai? Da quello che scrivi su Facebook mi pare di capire che continui a seguirne le vicende.
Naturale. Quando sei lontano ti scatta la nostalgia. Pensa che, quando ero in Italia, non avevo nemmeno la televisione, mentre da qui riesco a vedere le reti italiane. E comunque, quando guardo certi programmi italiani, resto allibita dal modo in cui viene rappresentata la donna; non che i programmi australiani siano così tanto diversi, ma se non altro qui la televisione viene usata per trasmettere pubblicità progresso, finalizzate a sensibilizzare sul tema del rispetto della donna.

Ad esempio?
Ce n’era una in cui un uomo fissava una donna in metropolitana, lei si sentiva a disagio e allora altre due persone – un uomo e una donna – si mettevano in mezzo.

E funziona?
Non molto, ma quantomeno dimostrano che lo Stato ci prova a sensibilizzare. Non è tutto rose e fiori, naturalmente, ma le possibilità di inserimento nella società sono maggiori che in Italia.
Prendiamo una cosa banale, il catcalling. Ora, io non sono mai stata una top model, ma quando ero in Italia era un continuo. Ricordo che un giorno dissi a un tizio: “bene, ora che hai la mia attenzione, mi dici che cazzo vuoi?”. E se reagisci così, in Italia, ti senti rispondere minimizzando: “Non si può più dire nulla”, “Stai allo scherzo” ecc. Qui, in quattro anni, ho avuto un solo episodio di catcalling, da un gruppo di adolescenti stranieri.
Sono andata a ballare poche volte, ma non c’è mai il “bischero” di turno che si fa avanti in modo molesto: sono le donne che si devono dimenare per farsi vedere. Anche Darren e i suoi amici non li ho mai sentiti fare un discorso maschilista. Mai.
Non parliamo poi del mondo del lavoro. Fin quando sono stata in Italia, mi sono sempre sentita presa poco in considerazione, in quanto donna. Il fatto stesso che i datori di lavoro ti chiedano se vuoi avere figli è aberrante: sono cazzi miei! E non è secondo me solo un problema di tassazione, è proprio un fatto culturale.
Qui il congedo di paternità è di 18 settimane. Le mamme prendono la maternità prima, ma dopo il parto i padri spesso stanno a casa ad accudire il figlio e la madre torna al lavoro.
Una mamma che conosco si è sentita dire dal datore di lavoro: siccome sei rimasta incinta e ti scade il contratto (di solito dopo 6 mesi qui si viene assunti a tempo indeterminato, ma può anche capitare – come a me – di averlo subito), prenditi il tempo che vuoi, poi torni e ti facciamo il contratto a tempo indeterminato. Le altre donne australiane erano scandalizzate. Ma in generale i datori di lavoro sono sensibili: la mia capa, quando ha saputo che ero incinta, era entusiasta per la bella notizie e poi rammaricata di non potermi dare subito i soldi della maternità, per questioni burocratiche.
Insomma, sembra un altro mondo. Un mondo in cui però è molto difficile entrare e rimanere…

Già. L’Australia è nota per la severità delle regole sull’immigrazione
Con i visti è complicato: io ho il compagno e ho una figlia, e anche se non siamo sposati siamo una coppia di fatto, che qui sono equiparate a quelle sposate. Per questo ho il visto di soggiorno. Ma i visti costano molto, anche se possono variare molto a seconda di alcune “variabili”: ad esempio, si può scegliere di fare tutto da soli senza ricorrere all’avvocato, ma è più rischioso.

Ad ogni modo, il tuo futuro sarà qui?
Sì, soprattutto per Florence. Vedi, il punto non è stabilire se un Paese sia “migliore” dell’altro in senso generale: in entrambi ci sono enormi pregi ed enormi difetti. La scelta di vivere in uno piuttosto che in un altro dipende da cosa è importante per te, a livello individuale. Nel mio caso, ciò che conta è la maggior considerazione delle donne e le maggiori possibilità di auto-realizzazione che l’Australia offre, pur con tutti i suoi difetti. Qui di solito riesci a fare il lavoro per cui studi. Non dico che accada sempre, ma tendenzialmente sì.