25 Settembre 2022

C’è del marcio a 10 Downing Street

Sull’ultimo atto dell’era di Johnson qualche sceneggiatore ne tirerà probabilmente fuori una serie accattivante per la BBC. C’è un po’ di tutto in questa storia che ha per trama un intrigo di ambizioni, ego e scuole esclusive. Il tutto infarcito di “una mano tira l’altra”, “aiuta me che insabbio  per te” e “l’unione fa la forza”, soprattutto quando quello che stai facendo non è legale o sta sistematicamente derubando il Paese.

I soldi degli oligarchi

Ci sono anche i soldi degli oligarchi, tanti,  entrati nelle tasche dei Tories. Vale poi la pena ricordare Arron Banks, il promotore di Brexit, che è stato dimostrato che avesse contatti con il Cremlino. E contatti li aveva anche Johnson, il braccio politico che serviva a chi voleva fare di Brexit una realtà per indebolire la UE. Lui, il giovane etoniano ambizioso e sbruffone ma simpatico alle masse che era stato sindaco di Londra. Un populista alla Trump. Era perfetto.

Una storia di spionaggio

È anche una storia di spionaggio questa. Sì perché uno dei migliori amici di Johnson era tale Evgeny Lebedev. Un amico comodo perché possiede due giornali: l’Evening Standard e l’independent. I giornali, si sa, sono utili quando vuoi manipolare l’opinione pubblica. Ora, il fatto è che l’amico del cuore di Johnson era anche il figlio di Alexander Lebedev, ex KGB (là dove “ex” è sempre una questione relativa), uno degli uomini che aveva portato Putin al potere e che da oltre vent’anni ce lo tiene.  Cosa c’è di male? Non si possono avere amicizie un po’ piccanti? Non è detto ci sia qualcosa d’illegale. No, certo. D’altra parte a Johnson piacciono i bicchieri e i festini e i Lebedev fanno delle feste da far girare la testa nel loro palazzo vicino Perugia. Fatto sta che quando è già ministro degli esteri, Johnson ci va un po’ di nascosto. Non vuole mica far sapere ai servizi segreti che va a un festino nella villa del figlio di un ex KGB, non andrebbe giù bene.

L’attacco chimico a Salisbury

Il problema è che l’invito giunge proprio a fagiolo subito dopo il summit NATO indetto a seguito dell’attacco chimico a Salisbury, quando nel marzo 2018, uomini del Cremlino tentano di assassinare Sergei e Julia Skirpal con il gas nervino. C’è anche l’interessante fatto che Johnson in quel momento è ministro degli esteri e che tra belle donne e parecchi bicchieri di troppo a un certo punto si trovi davanti il papà dell’amico. È l’ex KGB Alexander Lebedev, impelagato fino al collo con il Cremlino, che vuole fare quattro chiacchiere non ufficiali con il ministro degli esteri britannico, probabilmente molto ubriaco. Il  mattino dopo infatti, Johnson sarebbe stato fotografato in uno stato indecente all’aeroporto di Perugia. Ci sono le prove, ma Johnson nega. Mente come è solito fare, anzi, una volta Primo Ministro affossa tutto e nel 2020 accoglie addirittura Evgeny Lebedev alla camera dei Lord nonostante i servizi segreti lo ritengano “a rischio”. Ma fa niente, Johnson sistema anche quello e nella primavera del 2021 un nuovo rapporto cambia la narrativa.

Le vipere

E ora lasciamo perdere le vipere che si annidano intorno, che si sono nutrite come jene della carcassa del Paese lasciata da una fallimentare Brexit; che con lui hanno votato per violare trattati internazionali; che non hanno esitato a mandare richiedenti asilo in Ruanda; che hanno applaudito quando Johnson s’è messo in testa di far uscire l’UK dalla Corte Europea dei diritti umani. Oggi sono tutti santi. Tutti impegnati a nascondere il bottino e riscrivere la narrativa che li dipinge come i “buoni”. Così Johnson non viene sbattuto fuori perché finalmente ammette di avere incontrato Alexander Lebedev in violazione di ogni sacrosanto protocollo di sicurezza, e nemmeno per avere rovinato il Paese o essersi preso gioco delle istituzioni, o per avere mentito spudoratamente ogni giorno in parlamento.

Atto finale

Viene sbattuto fuori perché le vipere sanno che con lui perderebbero le prossime elezioni. E allora una scusa sarebbe stata buona come un’altra. Il suo destino era stato deciso dopo il tracollo elettorale alle amministrative. In fondo, il populismo si risolve a questo: sei un vincente solo fin tanto che puoi infinocchiare l’elettorato. Poi fai una fine indegna.