1 Ottobre 2022

(Dis)ordini mondiali. Diplomazia «a coulisse»

Gli Usa pensano di ridurre i dazi alla Cina per contrastare l’inflazione, senza sottovalutare la «sfida sistemica» rappresentata da Pechino

Intanto, sullo sfondo della linea geostrategica di Washington, si rimescolano le carte tra Medio Oriente, Africa settentrionale e Asia,

Sfida con riserva “a coulisse”

L’incontro virtuale del 5 luglio tra il vicepremier cinese Liu He e la segretaria di Stato al Tesoro statunitense Janet Yellen, centrato su «questioni macroeconomiche» è l’esempio della funzione della diplomazia nell’attuale ridefinizione degli equilibri geopolitici globali. Per la stampa filogovernativa cinese, Washington «sta cercando aiuto» da Pechino per allentare la pressione economica interna, ventilando la possibilità di diminuire i dazi imposti alla Cina dall’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump e di impegnarsi più pesso nel dialogo. Tuttavia, precisa il Global Times, l’approccio dell’Impero del Centro resta «cauto». Viceversa, per la stampa statunitense si è trattato di una «discussione generale sullo sviluppo economico e finanziario» e sulle ripercussioni della guerra in Ucraina sull’economia mondiale. Nondimeno, la portavoce della Casa bianca Karine Jean-Pierre ha riferito che il presidente Usa Joe Biden considera l’ipotesi di eliminare i dazi su alcuni beni di importazione cinese, malgrado le oltre 400 richieste dal mondo del commercio e dell’imprenditoria di mantenerli al 25%. Infatti, ha spiegato, l’amministrazione Trump li aveva imposti «in modo non strategico». Così, Biden, nel tentativo di evitare la sconfitta alle prossime elezioni di metà mandato, rischia di scontentare una parte del settore commerciale-finanziario, oltre a suscitare timori per la perdita di posti di lavoro. Tanto più che diversi osservatori rimarcano gli scarsi benefici, soprattutto a breve termine, che l’economia statunitense potrebbe trarre da una pausa nella guerra commerciale dichiarata alla Cina ai tempi di Trump.

Diplomazie parallele

Intanto, il 6 luglio, un altro colloquio telefonico ha avuto come protagonisti il capo di stato maggiore Usa, generale Mark Milley, e il suo omologo cinese Li Zuocheng, dal quale è emersa la necessità di «gestire in modo responsabile la competizione» tra le due potenze, in un momento di tensioni crescenti nel mar Cinese meridionale, sullo status di Taiwan e sul conflitto ucraino. D’altronde, in occasione dei vertici diplomatici e delle narrazioni ufficiali, tanto gli Usa, quanto la Cina mantengono toni piuttosto aspri. Ad esempio, il segretario di Stato statunitenese Antony Blinken, lo scorso maggio, ha dichiarato che Pechino pone «la sfida più seria a lungo termine all’ordine internazionale», quasi dimenticando, per un istante, il conflitto con Mosca sul fronte europeo orientale. Qualche giorno prima, Biden aveva detto che gli Usa avrebbero aiutato militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. Da parte sua, l’Impero del Centro, anche prima della guerra in Ucraina, criticava l’atteggiamento «da guerra fredda» degli Usa e dei loro satelliti dell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico Nord (Nato). In particolare, su Taiwan, Pechino aveva ammonito Washington che strumentalizzare le velleità indipendentiste dell’isola per contenere la proiezione di potenza cinese equivale a «giocare con il fuoco» e che gli Usa «si sarebbero infine bruciati».

Egitto, Israele, Turchia: triangolo aperto

Frattanto, le tensioni tra Usa e Cina, come quelle tra Usa e Russia, creano vuoti di potere in regioni strategiche, soprattutto in Medio Oriente, in Africa settentrionale e in Asia centrale. Nel primo caso, il risultato è un intreccio tra tentativi di normalizzazione e rivalità storiche, che si traduce a sua volta in scontri diplomatici a bassa intensità tra le aspiranti potenze regionali. Sull’onda della crisi energetica aggravata dalle sanzioni euroatlantiche alla Russia, le monarchie del Golfo, ad esempio, tentano di trarre beneficio dall’inquietudine dei mercati internazionali degli idrocarburi, portando avanti, per il resto, relazioni internazionali fondate sull’equilibrio di forze. Ne sono un esempio i processi di distensione tra Emirati arabi uniti (Eau), Turchia e Israele, mentre Ankara e Riyadh sembrano aver deposto le asce di guerra sguainate dopo il brutale assassinio del giornalista saudita residente negli Usa Jamal Khashoggi, nel consolato saudita di Istanbul. Il processo, infatti, è stato trasferito a Riyadh con la stessa leggerezza con la quale il presidente degli Eau, Mohammed bin Zayed è stato accolto in Turchia malgrado le accuse rivoltegli da Ankara di un coinvolgimento nel fallito colpo di Stato del 2016. Tuttavia, l’ascesa geopolitica della Turchia, favorita dalla sua posizione strategica sul mar Nero, è considerata negativamente dall’Egitto, che con Ankara non ha ancora normalizzato le sue relazioni. Anche il Cairo, dunque, si avvale delle ripercussioni geoeconomiche della crisi energetica per promuovere partenariati strategici con la Grecia, con la Repubblica di Cipro (parte greca dell’isola) e con Israele, non solo per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, ma anche, e soprattutto, per arginare la volontà di potenza turca.

Tra neo-ottomanesimo e panturanismo

La Sublime porta, da parte sua, cerca di tenersi in equilibrio tra due visioni strategiche non necessariamente contrapposte. Il neo-ottomanesimo, che comporta un certo grado di controllo di regioni quali l’Africa settentrionale, il Medio Oriente (dove la Turchia ha particolare interesse a gestire con il pugno di ferro le regioni a maggioranza curda, anche al di fuori dei suoi confini nazionali, nell’impunità generale), i Balcani e parte dell’Europa orientale, incluse alcune aree costiere dell’Ucraina. La stessa parola Euromaidan è composta, oltre che dal prefisso «euro-», dal turco «maidan», che significa piazza. Quanto al panturanismo, che rimanda all’unità ideale tra le popolazioni di ceppo turco, ha trovato espressione nel recente cambiamento di nome, sponsorizzato da Ankara, del Consiglio di cooperazione dei paesi turcofoni nell’Organizzazione degli Stati turchi (Ost). A parte il potenziale che questa ideologia potrebbe rappresentare per il blocco euroatlantico, per il suo potenziale disgregativo nella provincia autonoma cinese del Xinjiang e, in Russia, nel Tatarstan o nelle zone caucasiche a maggioranza turcofona e musulmana, al pari del neo-ottomanesimo, il panturanismo potrebbe avere ripercussioni anche sugli equilibri del vecchio continente. Infatti, coinvolge l’Ungheria, paese osservatore della Ost dal 2018, con rapporti economicamente vantaggiosi con la Russia, mente con l’Unione europea, di cui è membro dal 2004, i rapporti non sono sempre idilliaci.