25 Settembre 2022

I tragicomici emendamenti della destra per boicottare lo Ius Scholae

“Tradizioni popolari”, “sagre tipiche italiane”, “significato del presepe”, “usi e costumi dagli antichi romani ad oggi”

Ecco le nozioni che dovrebbero conoscere i bambini stranieri per ottenere la cittadinanza, secondo Lega e Fratelli d’Italia

Ius scholae: ostruzionismo a mani basse

L’ostruzionismo parlamentare è una prassi che esiste da sempre, ma negli ultimi anni ha raggiunto delle vette altissime di ingegnosità e di grottesco, soprattutto da quando gli onorevoli hanno scoperto che si può ricorrere all’informatica per produrre migliaia di emendamenti in un colpo solo. “Merito” del regolamento parlamentare, secondo il quale è considerato emendamento un testo modificato anche solo in una parola. Nel 2015 il leghista Calderoli, sfruttando questa situazione ed un apposito software, produsse da solo 82 milioni di emendamenti al ddl Boschi.
Ovviamente i regolamenti parlamentari sono stati adeguati, consentendo di saltare a piè pari l’esame e la discussione di emendamenti laddove questi risultino palesemente ostruzionistici.
E questo è esattamente ciò che è avvenuto durante la discussione sullo Ius Scholae, con Lega e Fratelli d’Italia che hanno presentato circa 1500 emendamenti; Giuseppe Brescia, Presidente della Prima Commissione Affari costituzionali della Camera, ne ha respinti una discreta mole, definendoli appunto “privi di contenuto”.

Ad ogni modo, gli emendamenti più interessanti sono quelli che il contenuto l’avevano eccome. Si chiedeva, ad esempio, che gli aspiranti cittadini italiani dimostrassero, in un colloquio orale, di avere conoscenze approfondite delle “sagre tipiche italiane” (le quali, secondo il leghista Iezzi, “non sono meno importanti della Scala di Milano”), o del “significato del presepe”, o ancora che sapessero riassumere un brano di musica italiana (chissà, magari perfino Cara Italia di Ghali).

Ma c’è un emendamento, in particolare, sul quale vale la pena di spendere due parole: quello che chiede di dimostrare una conoscenza degli “usi e costumi degli italiani dagli antichi romani ad oggi” (interessante il terminus post quem: evidentemente secondo il proponente i popoli italici pre-romani non sono da considerare italiani).

Usi degli antichi romani in merito alla cittadinanza. Parliamone.

Come certamente sa l’Onorevole Iezzi, quello della cittadinanza era un tema assai dibattuto nel mondo antico: in particolare, greci e romani erano considerati due modelli diametralmente opposti di approccio al tema dell’integrazione dei non cittadini. Lo storico Dionigi di Alicarnasso (vissuto nel I secolo a.C.), nell’opera Antichità romane, relativamente alla cittadinanza spiegò:

Se le paragono alle usanze romane, non saprei proprio come lodare le usanze degli spartani, dei tebani, degli ateniesi, tanto orgogliosi della loro saggezza. Tutti costoro, avendo a cuore la purezza della stirpe e non concedendo la cittadinanza a nessuno, non solo non hanno ottenuto alcun vantaggio da una simile boria, ma si sono inferti i danni peggiori.

Dionigi si riferiva al fatto che, nelle città-Stato greche, esisteva uno ius sanguinis ferreo; ad Atene bisognava avere entrambi i genitori stranieri per essere cittadini (e in più essere maschi, liberi e maggiorenni); in teoria si poteva essere naturalizzati, ma per farlo occorrevano almeno 6000 voti favorevoli dell’assemblea popolare: di solito, secondo gli storici moderni (ad esempio Luciano Canfora) era difficile che quella quantità di persone si presentasse fisicamente alle assemblee.

Al contrario dei Greci, i Romani ebbero un approccio assai diverso – seppur con alterne vicende – al tema della cittadinanza. Il termine stesso “diritto di asilo” deriva dalla valle dell’Asilo, un luogo comrpeso tra la sommità del Palatino e il Campidoglio in cui Romolo e Remo decisero di accogliere chiunque provenisse dai villaggi limitrofi. Compresi schiavi fuggiaschi e individui socialmente pericolosi.

Nel corso della storia, i romani estesero progressivamente la cittadinanza (romana) ad un numero sempre maggiore di abitanti della Res Publica (e poi dell’Impero): lo fecero – seppur obtorto collo – dopo la guerra sociale nell’88 a.C., e poi nel 212 d.C., con la Consitutio Antoniniana di Caracalla, con cui tutti gli abitanti dell’Impero divennero cittadini.

Dionigi di Alicarnasso non fu il solo a mettere in relazione questo atteggiamento alla capacità di costruire e mantenere un Impero: contro i romani si potevano vincere al massimo le battaglie, ma non le guerre. Dopo la disfatta di Canne (216 a.C.) contro i cartaginesi, se Roma non crollò – e anzi seppe riprendersi fino a vincere la guerra – fu proprio grazie al fatto che, disponendo di ampie basi di cittadini arruolabili come soldati, riuscì a ricreare in fretta le legioni distrutte dal condottiero punico.
Perfino i nemici dei romani la pensavano allo stesso modo. Filippo V, re di Macedonia, alleato di Annibale, disse:

I romani sono quelli che liberano gli schiavi e danno loro la cittadinanza, e per questo sono diventati potenti.

Dulcis in fundo, la multi-etnicità dell’Impero romano si vide soprattutto nella provenienza geografica degli Imperatori: seppur la maggior parte fosse nata in Italia, sul “trono” imperiale (e, prima ancora, in Senato) arrivarono uomini nati in Spagna, Africa, Medio oriente, Balcani.