24 Settembre 2022

A Roma Est apre M.au.mi, il Museo sulle Migrazioni

Ad opera dell’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, presso casa Scalabrini su Via Casilina

Intervista col dottor Claudio Gnessi, presidente dell’Ecomuseo che ci spiega il valore sociale ed etnografico dell’opera

– Dottor Gnessi, lunedì prossimo viene inaugurato M.a.u.mi. Ci vuole spiegare di che cosa si tratta? 

M.A.U.Mi. è il primo Museo di Arte Urbana sulle Migrazioni ed è un progetto promosso dall’Ecomuseo Casilino in collaborazione con l’Agenzia Scalabriniana per lo Sviluppo e la Cooperazione e lo CSER – Centro Studi Emigrazione Roma. Il museo sorgerà all’interno di Casa Scalabrini 634, una casa di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo che si trova in via Casilina 634, a cavallo tra i quartieri di Tor Pignattara, Centocelle e Villa De Sanctis e avrà una collezione di 10 opere di street art, che verranno realizzati sul muro interno del giardino e che, attraverso l’arte, racconteranno le migrazioni a Roma (con un focus su Roma Est), partendo dalla ricerca storica curata dallo CSER. Al termine del processo M.A.U.Mi. ricostruirà una storia, quella delle migrazioni, ai più sconosciuta, ma che in realtà è fondativa dell’identità della città di Roma e in particolare di quel settore est della città che coincide largamente con il territorio dell’Ecomuseo Casilino. Una sfida nella sfida, perché per “riscoprire” il DNA “migrante” di questo pezzo di Roma, il progetto trasforma Casa Scalabrini 634 da luogo associato alla povertà e al margine per la sua natura di luogo dell’accoglienza, in un polo museale di arte contemporanea, che proprio per quella natura “accogliente” è capace di innescare lo sviluppo dell’intero quadrante, attraverso la messa in valore delle ricchezze umane, culturali e sociali che qui sono presenti e vive. In tal senso il progetto propone un punto di vista complesso sul ruolo che la creatività contemporanea può assumere nello sviluppo sociale della città, in particolare di quelle aree denominate “periferie”: da “spazi rotti o persi” da “recupera’”, a luoghi densi di storia da raccontare.

Quando sarà ultimato M.A,U.Mi sarà un vero e proprio museo a cielo aperto, che rigenererà totalmente l’area d’intervento, trasformandola in un nuovo spazio pubblico aperto alla cittadinanza: un luogo della bellezza per gli ospiti della casa, per il quartiere e per la città, nonché punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione artistica contemporanea internazionale. Va ricordato che il progetto è risultato vincitore dell’avviso pubblico “Creative Living Lab – III Edizione” (promosso dalla DGCC del MIC) e, come azione del programma E.P.ART., dell’avviso pubblico “Estate Romana 2020-2021-2022” curato dal Dipartimento Attività̀ Culturali di Roma Capitale. Inoltre M.A.U.Mi. è sostenuto dal programma Periferia capitale della Fondazione Charlemagne ed è patrocinato dal Municipio Roma V.

–  In che modo un’opera come Maumi contribuisce a creare un senso di comunità a Roma est? 

Fondare musei, oggi, è di per sé un atto rivoluzionario. Farlo laddove da sempre si è disincentivato l’investimento in tal senso è semplicemente una follia. Una follia necessaria, però. Perché proprio nel Mūseóon, il luogo dell’ispirazione e della bellezza, le comunità possono specchiarsi nella loro storia, nella loro cultura, nella loro identità. In questi anni ci siamo riempiti molto la bocca della parola “comunità” parlando di bisogni essenziali: servizi, lavoro, ambiente. Giustissimo. Ma le comunità non si fondano sui bisogni materiali, ma sui legami molto più “sottili” che nascono dalla condivisione di quelli che una volta venivano chiamati “valori” e che a noi piace dare il nome di “immaginari condivisi”. Una persona non si sente parte della comunità di Centocelle perché c’è la metro. In questo senso fare un Museo che ricostruisce il DNA migratorio di Roma Est, che restituisce alle coscienze collettive che l’incontro e l’accoglienza sono elementi fondativi della storia del proprio territorio, vuol dire ricostruire un pezzo di comunità, vuol dire restituire all’immaginario collettivo un frammento mancante, quel frammento che una certa retorica “della borgata” ha rimosso, per ragioni complesse, spesso legate alla mera gestione del consenso.

– Dottor Gnessi, che cosa è, oggi, Roma est? 

È probabilmente il luogo più interessante di Roma (e per certi versi dell’Italia). Faccio quest’affermazione non per partigianeria territoriale, ma perché è sotto l’occhio di tutti che è l’unico luogo della Capitale dove c’è una superproduzione di manufatti culturali. E mi riferisco in particolare alle decine di progetti che puntano alla riconfigurazione del territorio (dal Parco Lineare Roma Est, alla recente “Corona Verde”, dal Vallo Ferroviario, al Piano d’Assetto promosso dall’Ecomuseo Casilino). Già solo questo – lascio stare le decine di iniziative culturali che ci sono ogni santo giorno – la dice lunga sull’effervescenza di questo pezzo di Roma che, inoltre, è l’unico vero territorio internazionale di Roma! E non perché è “attraversato” da milioni di turisti stranieri, ma perché è abitato da decine di migliaia di cittadini di origine straniera. È un puzzle straordinario di confessioni religiose, pratiche civili e spirituali, lingue e dialetti, tradizioni e visioni del mondo.

– Come la street art diventa strumento di inclusione e di narrazione? 

Lo diventa attraverso la ricerca e la partecipazione. La Street Art si può fare in due modi: imponendo un punto di vista o cercando un punto di vista. Nel secondo caso l’opera non è solo un manufatto artistico (cosa di per sé già importantissima), ma diventa uno straordinario strumento di narrazione dello spazio in cui si colloca. Questo risultato lo si ottiene solo studiando e facendo partecipare le comunità locali al progetto artistico. Questo non vuole dire “dare in mano il pennello al cittadino”, ci mancherebbe. Vuol dire invece coinvolgere il cittadino a costruire il magma di sensi, storie e significati che l’artista potrà plasmare creando un’opera unica e irripetibile, frutto della sua maestria e della sua ricerca, ma capace di dialogare con il territorio. Includendolo in ogni cm2 di superficie.

 – Può il turismo essere praticato nel territorio del V Municipio di Roma? E con quali formule? 

Assolutamente sì, ma ovviamente non possiamo pensare che possa declinarsi nella modalità “predatoria” propria del centro storico. In primis per ragioni carattere etico: il turismo predatorio impoverisce anziché arricchire, non genera valore stabile e, anzi, tende a desertificate dal punto di vista sociale e culturale il territorio. Dobbiamo immaginare un tipo di turismo diverso, etico, lento, responsabile. Dobbiamo pensare al turista come un residente temporaneo e non a un consumatore di bellezza. Questo vuol dire che la sua esperienza è fatta non solo di diritti ma anche di doveri: sostenibilità degli spostamenti, rispetto del tessuto umano e sociale de territorio, disponibilità, apertura all’imprevisto. Usando una metafora abusata dobbiamo provare a diventare un territorio che attira viaggiatori e non turisti.

– Ecomuseo Casilino, di cui è presidente, svolge un ruolo sociale oltre che culturale. Come è partita quest’avventura, e quali risultati ha già conseguito? 

Noi siamo partiti come una vertenza territoriale contro la speculazione edilizia nel Comprensorio Archeologico Ad Duas Lauros. Nel 2012 si paventava la distruzione di tutta la fascia verde che va da via Acqua Bullicante a via dei Gordiani, ivi incluso il Parco Somaini, una settore importante di Villa Sudrié, tutta l’area verde che incrocia via Teano. Un disastro. Nel 2014 siamo riusciti a bloccarlo, facendo tombale un progetto tanto grande quanto devastante. Mentre protestavamo abbiamo però formulato la nostra proposta. Visto l’alto valore culturale, paesaggistico e ambientale dell’area perché non istituire un Ecomuseo Urbano invece che l’ennesimo quartiere dormitorio? Il resto è storia. Il territorio che all’epoca veniva definito “terra di risulta” negli atti ufficiali del Comune di Roma, ora è definito “territorio di importanza regionale per le emergenze culturali (materiali e immateriali), storiche e paesaggistiche che conserva”. Già solo questo basterebbe per chiudere la nostra esperienza: una rivoluzione della narrazione dei luoghi totale. Questo lavoro, non ci nascondiamo dietro a false modestie, ha dato il via a un processo di reale riappropriazione del territorio da parte dei cittadini, comitati, associazioni e imprese. Ora la percezione di abitare in un luogo importante della città è un patrimonio comune e siamo felicissimi che tanti e tante sviluppino progettualità di salvaguardia, pianificazione partecipata, valorizzazione del patrimonio locale.

La nostra grande sfida era quella di creare le condizioni di uno sviluppo sostenibile basato sulla cultura e la cura. Pensiamo di esserci riusciti. Ora quindi siamo più liberi di portare avanti le nostre ricerche, cercando sempre di costruire cose che possano rimanere e possano essere utilizzate da altri per valorizzare il territorio e contribuire al suo sviluppo sostenibile.