25 Settembre 2022

Usa-Golfo: consigli di cooperazione

L’ultima tappa del tour diplomatico mediorientale del presidente degli Stati uniti Joe Biden lo ha portato in Arabia saudita

Polemiche sulla questione del rispetto dei diritti umani, ma la crisi energetica e l’inasprimento delle relazioni internazionali inducono a mettere in primo piano gli interessi geostrategici

Riyadh val bene un compromesso

Il tour mediorientale del presidente Usa si è concluso il 16 giugno, a Jeddah, in Arabia saudita, dove ha preso parte a un vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) cui sono stati invitati Egitto, Giordania e Iraq. Nondimeno, l’incontro più controverso è stato quello tra Biden, il re saudita Salman bin Abd al-Aziz al-Saoud e il principe ereditario Mohammed bin Salman. Accusato in patria e all’estero di aver mancato la sua promessa pre-elettorale di trattare Riyadh come «un paria» per il brutale assassinio del giornalista saudita residente negli Usa Jamal Khashoggi, nel 2018, nel consolato del regno a Istanbul. Un fatto sul quale, peraltro, anche la Turchia ha fatto recentemente dietrofront, demandando a Riyadh il processo per il suo omicidio e trasferendo, nella città di Kahramanmaras, Nimet Demir, il giudice dell’Alta corte criminale di Istanbul che si era opposto a quella decisione. In Turchia le elezioni sono previste per il 2023, mentre negli Usa c’è attesa per le elezioni di metà mandato fissate per novembre 2022. In un periodo di crisi energetica, acuita dal conflitto ucraino, di inflazione spinta in alto dal caro carburanti e di crescente malcontento sociale in entrambi i paesi, un compromesso con Riyadh potrebbe offrire ai rispettivi governi in carica la possibilità di allentare la pressione. Ebbene, gli Usa di Biden (che tanto ostentano il suo ruolo di baluardo dei valori dell’Occidente) hanno firmato con il regno saudita 18 accordi di cooperazione in diversi settori, da quello spaziale, alla finanza, all’energia, fino alla sanità, ottenendo da Riyadh l’impegno di aumentare la produzione di petrolio del 50%. Washington, inoltre, ha promesso un miliardo di dollari di aiuti per fronteggiare la crisi alimentare «a breve e a lungo termine» in Medio Oriente e in Africa settentrionale.

Diritti umani: doppio standard

Per il resto, la differenza tra la stretta di mano di Biden con il re Salman e il saluto con il pugno con il principe ereditario è puramente formale, come lo scambio di battute tra l’inquilino della Casa bianca e Mohammed bin Salman. Al termine dell’incontro con quest’ultimo, infatti, Biden ha detto ai giornalisti di aver sollevato la questione dei diritti umani e delle responsabilità del principe saudita nell’uccisione di Khashoggi. «Per un presidente americano, tacere sui diritti umani e incoerente con quello che siamo e con quello che sono», ha poi aggiunto, promettendo la reazione statunitense nel caso di nuove violazioni ai danni di dissidenti. Nondimeno, come lo stesso presidente Usa ha spiegato in un suo editoriale sul Washington Post, il viaggio in Arabia saudita ha avuto come obiettivo un riorientamento delle relazioni diplomatiche «con un paese che è stato un alleato strategico per ottant’anni». Inoltre, durante la sua precedente visita a Gerusalemme, sempre in conferenza stampa, Biden aveva affermato che sarebbe andato a Riyadh «per difendere gli interessi statunitensi», in riferimento non solo al prezioso sostegno dei paesi produttori di petrolio e di gas per l’isolamento internazionale della Russia, ma anche alla necessità di non produrre in Medio Oriente «vuoti geopolitici» che potrebbero essere colmati da Mosca e Pechino. Da parte sua, bin Salman, come riportato dalla Cnn, ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’affaire Khashoggi. Di contro, ha rinfacciato a Washington episodi come gli abusi sessuali sui prigionieri di Abu Ghraib, in Iraq, e l’uccisione della giornalista palestinese con nazionalità statunitense Shireen Abu Akleh in Cisgiordania, commentando che «si tratta di errori che possono capitare in qualsiasi paese, inclusi gli Usa. Gli ha fatto eco il capo della diplomazia saudita, Adel al-Jubeir, secondo il quale Riyadh «ha indagato, ha punito e ha assicurato che fatti simili non sarebbero più accaduti.

Il nuovo quadrilatero «democratico»

Biden, d’altronde, è interessato principalmente a far comprendere alle potenze rivali, Cina e Russia, e ad alleati riluttanti, come la Turchia, che gli Usa non intendono abbandonare il Medio Oriente. Lo si evince anche dalla partecipazione al vertice del Ccg del 16 luglio, di Egitto, Iraq e Giordania, come invitati speciali. I primi due, infatti, possono risultare partner strategici nell’accerchiamento dell’Iran, pericolosamente avvicinatosi negli ultimi anni (da quando Trump ruppe unilaterlamente l’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano) a Russia e Cina. Il Cairo, inoltre, con le sue recenti intese con Grecia, Cipro e, soprattutto Israele, può rivelarsi essenziale anche nel contenimento delle velleità neo-ottomane della Turchia, essendo rimasto l’unico paese mediorientale a non aver normalizzato le proprie relazioni con Ankara. La Giordania, invece, potrebbe essere l’ago della bilancia in un futuro processo di pace israelo-palestinese, visto il ruolo di Amman di supervisore neutrale dello status quo dei luoghi di culto storici di Gerusalemme. Frattanto, Washington prepare il terreno per la cormazione di un nuovo quadrilatero democratico mediorientale, da strutturare sul modello del quad indo-pacifico (Australia, Giappone, India e Usa), e che comprenderebbe, secondo Al-Jazeera, Stati uniti, Israele, Emirati arabi uniti (Eau) e India, che, nei piani statunitensi, funzionerebbe da raccordo tra i due. Gli Usa di Biden, dunque, a differenza della preferenza del suo predecessore Donald Trump per Riyadh, sembrano voler puntare, per garantire gli equilibri regionali tra Medio Oriente e Penisola araba, su Abu Dhabi, implicata meno apertamente nella guerra in Yemen e decisa a seguire una linea puramente pragmatica nelle relazioni internazionali.