25 Settembre 2022

Fallire! E falliremo!

Con Draghi se ne è andato l’ultimo brandello di (sovrastimata) credibilità italiana all’estero

Chi ha visto il film “Don’t look up” e ha seguito ieri il voto di fiducia a Draghi in Senato avrà certamente constatato che ormai – almeno in Italia – la realtà surclassa regolarmente la fantasia. La trama del film con Di Caprio è semplice: alcuni scienziati scoprono che un meteorite sta per colpire la Terra, e che l’eventuale impatto segnerebbe la fine dell’umanità. Dinanzi a tale minaccia, la politica e buona parte dell’opinione pubblica reagiscono come sempre: mettono in dubbio la competenza degli scienziati, diffondono “verità alternative”, ironizzano a suon di meme e battutine. E quando infine la Presidentessa (Maryl Streep) si decide ad agire, lo fa con una tale cialtroneria da rendere tutto vano. Fino all’inevitabile schianto del meteorite.

Mercoledì scorso la classe dirigente italica ha anch’essa deciso di “non guardare su”, e di ignorare i molteplici meteoriti che stanno già da mesi piovendo sul Paese. La crisi delle materie prime che ha portato l’inflazione al 6%; l’aggressione russa all’Ucraina, con tutte le conseguenze; il COVID che è tornato ad uccidere più di 100 persone al giorno; la siccità che sta provocando danni ingenti all’agricoltura.
E questo per citare solo emergenze già in corso. Perché poi ci sono quelle prossime venture: la BCE ha alzato ieri il costo del denaro e annunciato i dettagli sul famoso “scudo anti-spread”. E sono dettagli non troppo rassicuranti, per chi dovrà governare nei prossimi mesi: non sarà uno strumento automatico, ma “discrezionale”, e soprattutto condizionato da precisi fattori:

rispetto del ‘fiscal framework’ Ue, assenza di gravi squilibri macroeconomici, sostenibilità del debito, rispetto degli impegni presi con il recovery e con le raccomandazioni specifiche della Commissione Ue.

L’Italia si appresta ad affrontare tutto ciò con un governo dimissionario, guidato dalla persona più autorevole di cui disponesse.
Uno la cui colpa principale è stata quella di spiattellare in faccia ai partiti quella realtà a cui hanno dichiarato guerra da anni: no, non si può fare deficit all’infinito; no, la “lotta all’evasione fiscale” non è una copertura finanziaria credibile; non si può continuare a comprarsi il voto degli italiani con i soliti strumenti (pensionamenti anticipati, elargizioni di bonus tanto costosi quanto dannosi, tutela di corporazioni e rendite di posizione spacciate ormai per “diritti acquisiti”). Draghi sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata dura convincere i partiti a questi cambiamenti; solo che – ingenuamente – si era illuso che, per una volta, i suddetti partiti potessero avere un sussulto di decenza. Almeno la decenza di guardare su e accorgersi dei meteoriti che piovevano dal cielo.
E invece i partiti hanno scelto di non guardare in alto. Perché in fin dei conti, quando i meteoriti cadranno faranno sì danni enormi, ma non del tutto letali; e poi – con la compiacenza dei conduttori di talk show – si potrà sempre far ricadere la colpa sui soliti capri espiatori (l’Europa, le banche, i “mercati”, e magari – perché no – Soros o Bill Gates). E una parte del popolo (quella maggioritaria) se le berrà, queste bugie, come si è bevuto tutte quelle udite finora.
Un’altra parte, invece, a quelle bugie forse non ci ha mai creduto fino in fondo, ma questa è pur sempre la terra del familismo amorale, come ci spiegò E. Banfield più di 60 anni fa; si ragiona per corporazioni e categorie d’appartenenza, e si vota per chi garantisce alla nostra i massimi vantaggi materiali nel breve periodo, anche a discapito degli interessi della collettività.

Fra pochi mesi avremo un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza di governo. E – salvo sorprese clamorose – potremmo “perfino” avere per la prima volta nella nostra gloriosa storia una Premier donna, madre e cristiana. Chi volesse approfondire ciò che la Giorgia nazional-popolare propone – almeno in materia economica – può trovare un esaustivo racconto qui. Possibile perfino che il governo Giorgia arrivi allo scontro finale con gli odiati burocrati di Bruxelles, rei di non averci sufficientemente protetto dai mercati cattivi mentre eravamo intenti a distribuire mance elettorali. È un luglio da sogno per gente come Claudio Borghi o Alberto Bagnai, e ancor più per quel Gianluigi Paragone fondatore di un partito chiamato Italexit.

Chi vivrà vedrà, dice il proverbio. Noi, nel nostro piccolo, possiamo solo ipotizzare che, nei prossimi anni, non ci mancheranno gli expat da intervistare.