24 Settembre 2022

Sahara occidentale, la guerra c’è ed è inutile negarlo

L’intervista rilasciata da Alisalem Babeit, rappresentante del Fronte Polisario al programma radiofonico Roundup del Medio Oriente

Alisalem Babeit è un rappresentante del Fronte Polisario che vive in Spagna e combatte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, territorio del Nord Africa, ex colonia spagnola contesa da Marocco e Fronte Polisario. Da due anni il Sahara Occidentale, che è circondato da un muro, è in guerra con il Marocco, anche se nessuno lo dice e ne parla. Il Marocco, equipaggiato militarmente dalla Spagna, attacca soprattutto civili e donne. La Spagna è praticamente ricattata dal Marocco per via della questione dei migranti, che cercano di raggiungere le Isole Canarie o le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla, dove di recente è avvenuta una strage con oltre 30 migranti morti

Alísalem Babeit è un rappresentante del Fronte Polisario in Cantabria, Spagna, ed è uno dei tanti Saharawi convinti che la guerra che stanno conducendo contro la monarchia marocchina sia giusta, poiché non hanno lasciato altra scelta al loro popolo. Il Sahara Occidentale, sua terra d’origine, è una regione del Nord Africa, ex colonia spagnola, circondata da un muro e ora contesa tra Marocco e Fronte Polisario. Quest’ultimo per anni ha cercato un referendum, ma né la Spagna, né la Francia né l’Onu hanno collaborato per realizzare quell’istanza, motivo per cui ora parlano solo le armi. Di recente Alísalem Babeit ha rilasciato una intervista al programma radiofonico Roundup del Medio Oriente dove delinea un quadro della situazione. Il Marocco ha rotto il cessate il fuoco, la missione dell’Onu ha voltato gli occhi dall’altra parte per lasciarli fare, il presidente spagnolo Pedro Sanchez ha stretto rapporti con il Marocco per via della crisi dei migranti ma in cambio chiude gli occhi sulle guerra nel Sahara Occidentale, equipaggiando di armi il Marocco. Così il presidente saharawi Brahim Galli ha emesso un decreto e da lì hanno iniziato a compiere puntuali attacchi di guerra, che vanno avanti da oltre due anni, nel silenzio internazionale. “C’è una vera guerra, esiste, ogni giorno i nostri combattenti attaccano punti strategici del nemico, sia a sud che a nord, questo sulla nostra stampa esce ogni giorno con equilibri militari. La guerra è aperta anche se il Marocco cerca di nasconderla – spiega Alísalem Babeit nell’intervista – Finora non è stata effettuata alcuna operazione di rilievo, ma con il tempo i nostri strateghi militari sapranno sicuramente come e quando farlo. Per ora il Marocco ha attaccato il confine con la Mauritania, lasciando un bilancio di molte vittime civili. Le nostre truppe sono al sicuro perché si difendono e hanno la loro difesa per evitare questi attacchi, tuttavia, il Marocco attacca i civili Saharawi e ha anche attaccato mauritani e algerini. Hanno attaccato i camion algerini, hanno bruciato i camion dei mercanti, ma nella nostra zona, attaccati al muro, fino ad ora, non sono stati in grado di attaccare le nostre unità dell’esercito. Per questo motivo il nostro esercito si muove e controlla per attaccare, quando e dove” afferma Alísalem Babeit. Come in tutte le guerre, la conoscenza del territorio è fondamentale e questo avvantaggia il Fronte Polisario, ma il Marocco, pur avendo una potenza militare maggiore, attacca solo i civili.

Le violenze sulle donne

Nel maggio scorso, ad esempio, Amnesty International  ha evidenziato gli attacchi e le violenze subite dalle donne nel Sahara Occidentale. Le autorità marocchine hanno piazzato membri delle forze di sicurezza davanti alle case delle donne, che non osano uscire. Zeinab Babi, Embarka Al Hafidhi, Fatima al Hafidhi, Oum Al Moumin Al Kharashi e Nasrathum (Hajatna) Babi sono state aggredite dopo aver partecipato a manifestazioni pacifiche a favore del diritto all’autodeterminazione del popolo Saharawi e dopo aver espresso pubblicamente il proprio sostegno a Sultana Jaya, difensore dei diritti umani Saharawi che è stata confinata nella sua casa agli arresti domiciliari con la sua famiglia dal novembre 2020. “Uno dei casi più gravi si è verificato il 16 aprile – spiega Amnesty International – quando la polizia marocchina ha arrestato Zeinab Babi, senza spiegare perché, mentre si recava al supermercato in taxi. Due agenti di polizia l’hanno picchiata e presa a calci in macchina mentre si recavano alla stazione di polizia e una volta lì, quattro agenti hanno interrogato Zeinab sul suo attivismo, insultandola e picchiandola a intermittenza, anche prendendola a pugni. Zeinab è stata rilasciata dopo tre ore, ma il suo calvario non era finito. Al ritorno dalla stazione di polizia, altri agenti e forze di sicurezza l’hanno aggredita e picchiata con i manganelli. Quando Zeinab stava per raggiungere la sua casa, un gruppo di forze di sicurezza l’ha circondata, l’ha presa a pugni e calci e l’ha picchiata con dei bastoni fino a farle perdere conoscenza. La famiglia di Zeinab l’ha portata in ospedale, dove ha ricevuto cure per le ferite riportate. Ha dovuto sottoporsi a un intervento di chirurgia ricostruttiva alla mano sinistra, rotta in più punti”. Lo stesso giorno, cinque agenti in borghese hanno intercettato Embarka Al Hafidhi mentre stava camminando con suo figlio verso casa di Sultana Jaya, per partecipare a una manifestazione pacifica. Gli ufficiali hanno picchiato Embarka e alcuni gli hanno strappato i vestiti e gli hanno sparato all’inguine. Secondo la ricerca di Amnesty International, quindi, “agenti delle forze di sicurezza marocchine in borghese e agenti di polizia marocchini picchiano le donne con bastoni, pugni e calci. Due di queste donne hanno affermato di essere state aggredite sessualmente”. Amna Guellai, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha dichiarato: “Cinque settimane dopo questi scioccanti attacchi, le autorità devono ancora prendere provvedimenti per aprire un’indagine. Queste donne hanno esercitato pacificamente i loro diritti alla libertà di espressione e di riunione, ma sono state oggetto di brutali aggressioni, che le hanno lasciate con tagli, lividi e, in almeno un caso, ossa rotte. Finora i responsabili hanno goduto della totale impunità. Invece di cercare di rendere giustizia a queste donne, le autorità marocchine hanno posizionato membri delle forze di sicurezza davanti alle loro case, il che le spaventa e le impedisce di uscire”, ha affermato. Amnesty esorta le autorità marocchine a “porre fine alle molestie e alle violenze contro le attiviste Saharawi e a svolgere indagini immediate e imparziali su tutti gli atti di tortura e altre forme di maltrattamento attribuiti agli agenti di polizia e alle forze di sicurezza marocchine”. C’è da ricordare che il caso di “Sultana Jaya – come spiega Alisalem Babeit nell’intervista – è solo uno dei mille casi che stanno accadendo, il più visibile perché lei è nel mondo dell’attivismo, dei diritti umani, ma ci sono molti casi simili, compresi altri che vengono imprigionati solo per aver espresso di essere Saharawi. E questa è la condanna che il nostro popolo vive nella zona occupata, dove le donne giocano un ruolo fondamentale nei campi, nella distribuzione del cibo, dell’acqua, del controllo delle malattie, poiché c’è una commissione sanitaria e sono loro che svolgono tutti i passaggi relativi ai campi profughi”.

Il ruolo della Spagna

Il Fronte Polisario ha interrotto qualsiasi rapporto con l’attuale governo spagnolo, poiché, afferma Alisalem Babeit “ha infranto il diritto internazionale, vendono armi al Marocco, equipaggiano il Marocco ed è un’ipocrisia assoluta, Pedro Sanchez è il politico più ipocrita e cinico della politica dello Stato spagnolo fino ad oggi. C’è stata una reazione della popolazione spagnola contro ciò che ha fatto il governo, anche le due camere sono contrarie a ciò che ha deciso Pedro Sánchez perché non ha nemmeno consultato il suo partito o le camere. Ha preso una decisione unilaterale. Sanchez viene criticato, ma non reagisce, come dicono molti media, non si sa quale sia il motivo che ha portato Sánchez a prendere questa posizione”. Il motivo, tuttavia, è nel ricatto che il Marocco fa alla Spagna con i migranti nelle enclave spagnole di Melilla e Ceuta, ma anche alle Isole Canarie. “Questo uso dei migranti non è nuovo per il Marocco – dice Alisalem Babeit – e lo fa da molti anni. La Spagna deve sottostare alle prese di posizione del Re del Marocco, Muhammad VI, altrimenti si ritrova come nel 2020, quando alle Isole Canarie furono inviate più di 20 mila persone. Poi, quando il nostro presidente Galli si è recato in Spagna per fronteggiare il Covid 19, la Spagna è stata accusata di avere rapporti con il Fronte Polisario e quindi è stato ricattato. A Melilla – prosegue Alisalem Babeit – c’è stato un crimine contro l’umanità con oltre 30 morti di cui sono responsabili sia la Spagna che il Marocco. È stata un’azione contro persone indifese, massacrate dalla polizia di entrambi gli Stati.

La solidarietà e i progetti di scambio culturale

Durante l’estate, dopo due anni di pandemia, riprenderanno gli scambi culturali tra bambini e adolescenti spagnoli e saharawi. Sono scambi che si svolgono dagli anni Ottanta. Ragazzi e ragazze saharawi trascorrono le vacanze nei Paesi Baschi, nella Catalogna, in Galizia o alle Isole Canarie. Dapprima ricevono una serie di cure, soprattutto alla vista perché la maggior parte dei bambini soffre di problemi oculari, è una malattia endemica di chi vive nel deserto. Non sono visite spot, poiché vengono curati, se necessario, e tornano l’anno seguente per i controlli. Alcuni restano poi a studiare un anno, ma sono anche gli spagnoli a recarsi e vivere per un paio di mesi nei campi profughi, per capire com’è la vita nel deserto, senza acqua, con poco cibo e con tutte le privazioni che ci sono.

“Noi siamo l’ultima colonia in Africa, l’ultimo residuo, il flagello del colonialismo, ma nonostante ciò, non vogliono farci scegliere il nostro destino – conclude Alisalem Babeit -. Quello che chiediamo è che le persone siano consapevoli che noi Saharawi vogliamo decidere da soli. Nessuno decide per noi, né Sánchez, né Trump, né nessun altro, siamo padroni del nostro destino e vogliamo scegliere ciò che ci si addice. Siamo un paese molto ricco, ma siamo anche un paese che apprezza la diversità dei suoi popoli. Combattiamo per quella diversità, in modo che abbiano opportunità e non siano spinti nella povertà. Ci opponiamo a questo neocolonialismo, a questo neoliberismo che sta schiacciando il popolo, che sta creando guerre, che ha distrutto l’Iraq e la Libia, ha distrutto la Siria e sta schiacciando il popolo palestinese giorno e notte e nessuno dice niente. Ci schiacciano, ci costringono a vivere in mezzo al deserto per vedere se abbassiamo la guardia. Ma andiamo avanti, nasciamo combattenti, siamo corridori di lunga distanza, conosciamo gli ideali del Che e di altri eroi popolari, portiamo alcuni ideali a cui nessuno può mettere una barriera. Non possono impedirci di andare avanti e raggiungere il nostro obiettivo, che è vivere nel nostro Sahara indipendente, e aiutare le persone che si trovano nella nostra stessa situazione”.