25 Settembre 2022

Il programma di Fratelli d’Italia rischia di portarci fuori dall’Europa

Il programma di Fratelli d’Italia, nella parte relativa all’Europa, è inattuabile. Ma il rischio è che si arrivi a scenari simili a quelli del 2011.

Per “ridiscutere” i trattati europei servirebbe l’unanimità degli altri Paesi.

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui i programmi elettorali dei partiti erano “mallopponi” di decine e decine di pagine, dettagliati in modo talvolta maniacale in quanto a coperture finanziarie dei singoli provvedimenti. È rimasto celebre quello dell’Unione prodiana, nel 2006, con le sue oltre 200 pagine.

Oggi invece i tempi sono decisamente cambiati. Sarà che è l’epoca dei tweet, delle story che durano pochi secondi su vari social network; sta di fatto che i programmi dei partiti sono oggi assai più sintetici. Secondo molti commentatori troppo sintetici, soprattutto per quanto riguarda le suddette coperture finanziarie dei provvedimenti economici; ormai è considerato del tutto normale che un candidato si limiti ad elencare quanti soldi vuole dare a chi, senza preoccuparsi di specificare se e quali voci di spesa pubblica intende coprire, o – in alternativa – quali tasse vuole aumentare (o introdurre ex novo).
La ragione principale di ciò è che le due principali coalizioni sono accomunate da un’incrollabile fede nei poteri magici del deficit, e dunque non specificano le coperture perché, semplicemente, non intendono trovarne.

Ma non è solo l’economia il terreno in cui esercitare l’antica arte del raggiro di massa; l’idea che qualsiasi operazione sia fattibile (oltretutto con una certa facilità) riguarda anche la politica estera e quella comunitaria.
Ed è qui che il programma di Fratelli d’Italia svetta su tutti gli altri.
Al punto 2, ad esempio, si legge:

Ridiscussione di tutti i trattati UE a partire dal fiscal compact e dall’euro.

Il cosiddetto “fiscal compact” è quel trattato che impone ai Paesi di non impiccarsi con la corda del debito pubblico, ad esempio obbligandoli al pareggio di bilancio o a non sforare il 3% nel rapporto defict/PIL annuo. Vincoli che, è bene ricordarlo, sono stati comunque trattati con una certa flessibilità, negli ultimi anni: nel 2020 l’Italia ha portato quel rapporto al 9,5%, l’anno successivo al 7,2 (si veda qui). E questo senza che l’Europa aprisse procedure d’infrazione di alcun genere; contrariamente alla narrazione che dipinge le autorità europee come un manipolo di ottusi burocrati insensibili, pare che ai piani alti di Bruxelles vi sia la consapevolezza che allentare i cordoni del deficit fosse il male minore, di fronte ad una pandemia globale che aveva costretto a bloccare per mesi l’attività economica.
Una vasta parte dei partiti e dell’opinione pubblica italica, tuttavia, ha visto in quella decisione (cioè l’allentamento dei vincoli sulla stabilità finanziaria) la prova definitiva che “l’austerità” era sbagliata, e che permettere ai governi di fare deficit senza limiti possa far bene all’economia anche in condizioni di normalità.
Da qui il proposito di Fratelli d’Italia di “ridiscutere i trattati UE a partire dal fiscal compact”.

C’è poi un’altra questione: come ha spiegato Vincenzo Genovese su Linkiesta, al di là dell’istinto suicida da cui è animato, questo proposito è anche tecnicamente irrealizzabile: per modificare i trattati bisogna attivare l’articolo 48 del Trattato sull’Unione europea, che prevede l’unanimità. In termini più semplici: nessun Paese può “ridiscutere” (che presumo voglia dire “modificare”) un trattato europeo in modo unilaterale; dovrebbe prima convincere tutti gli altri ad accettare le modifiche. E, visto che lo scopo di tali modifiche sarebbe quello descritto sopra, si può star certi che i Paesi cosiddetti “frugali” (così chiamati dalla sola stampa italiana) non saranno mai d’accordo.

Quanto poi alla questione dell’euro, sarebbe interessante sentire il parere di chi, in questi ultimi anni, aveva esultato per la svolta “moderata” del centrodestra, e in particolare per quello che sembrava un ripensamento da parte di Salvini sul tema dell’uscita dalla moneta unica. Ammesso e non concesso che il Capitano abbia davvero riposto nell’armadio le magliette con cui faceva campagna elettorale nel 2018, dal programma di Fd’I si può se non altro dedurre che anche in quel partito albergano diversi nostalgici della lira.
Quasi superfluo ricordare che, anche in questo caso, qualsiasi modifica non può essere fatta unilateralmente, e dunque le uniche due opzioni sono il rimanere nell’Unione Europea e nell’euro o uscirne.

Cosa accadrà davvero?

Posto dunque che questi (e altri) punti del programma di Fd’I sono irrealizzabili, la vera domanda è fino a che punto si spingerà il governo guidato (salvo miracoli) da Giorgia Meloni. La sensazione è che la donna-madre-cristiana voglia comunque tentare di fare una manovra in forte deficit per mantenere almeno una parte delle promesse elettorali, “sfidando” Bruxelles; se ciò avverrà, è pressoché certo che possano ripresentarsi gli scenari del 2011, con la fuga degli investitori dai nostri titoli di Stato e conseguente spread a livelli improponibili.
A quel punto il governo patriottico potrebbe chiedere agli odiati burocrati di Bruxelles di attivare il cosiddetto Scudo anti-spread; solo che, come ha chiarito Ursula Von der Leyen, questo non è uno strumento che si attiva automaticamente, ed anzi è soggetto al rispetto di alcuni parametri (primi fra tutti quelli di bilancio) da parte del richiedente.

E qui finisce la parte facilmente pronosticabile. La gigantesca incognita inizia dopo questo punto. Cosa faranno i patrioti? Andranno allo scontro finale proponendo l’uscita dall’Europa? Si dimetteranno e insedieranno un nuovo esecutivo tecnico? O si “piegheranno” alla realtà, come sostanzialmente fece Tsipras in Grecia?
Chi vivrà saprà. L’unica certezza è che ci aspettano mesi difficili.