1 Ottobre 2022

Kurdistan, 102 parlamentari francesi chiedono la no fly zone per fermare Erdogan

“Di fronte agli abusi commessi dall’esercito turco, i Paesi occidentali non devono più distogliere lo sguardo”

102 parlamentari francesi, su iniziativa della senatrice comunista Laurence Cohen, propongono una piattaforma per fermare le mire espansionistiche del dittatore turco Recep Erdogan. “Nelle regioni controllate dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Aanes), nonostante le spaventose condizioni dovute alla guerra, le popolazioni curda, araba, assiro-caldea, armena e tutte le popolazioni etniche convivono e cercano di organizzarsi in maniera democratica , femminista ed ecologica” si legge nel comunicato dell’iniziativa. “Di fronte agli abusi commessi dall’esercito turco, i Paesi occidentali non devono più distogliere lo sguardo”. Nel frattempo è stato occupato il parlamento iracheno da manifestanti legati al leader Muqtada  al-Sadr, eletto ad ottobre ma senza la maggioranza dei due terzi utile a governare. A Minbij, utilizzata da ISIS durante l’occupazione della città come prigione, è stata rinvenuta una fossa comune contenente 29 corpi giustiziati con le mani legate. In Turchia intanto continua la repressione del mondo LGBTQ+

Su iniziativa della senatrice Laurence Cohen , del Partito comunista francese, che fa parte del gruppo Comunista, Repubblicano, Cittadino ed Ecologista (CRCE), 102 parlamentari di diversi gruppi politici hanno firmato una piattaforma contro il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan e contro l’operazione militare nel nord della Siria. Nella dichiarazione sono stati ricordati gli effetti disastrosi dell’invasione del 2019 e il contributo fondamentale delle SDF, le Syrian Democratic Forces, le SDF e del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nella guerra contro ISIS e nel mantenerne sotto pressione le cellule ancora attive. In conclusione la dichiarazione invita l’UE e la Francia ad avviare la procedura necessaria al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per dichiarare il nord della Siria una no-fly zone e che lo status dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est venga riconosciuto dalle autorità internazionali al fine di raggiungere una soluzione duratura nella regione. Nella loro dichiarazione si legge: “Mentre la Russia di Vladimir Putin sta moltiplicando i crimini di guerra in Ucraina, Recep Tayyip Erdogan , all’ombra dell’emozione globale, ha in programma di lanciare l’ennesima sanguinosa offensiva contro i curdi della Siria settentrionale. Oggi sta approfittando del suo status di perno della NATO nel contesto del conflitto in Ucraina per ottenere l’assegno in bianco dall’Alleanza Atlantica per intensificare i suoi attacchi nel nord della Siria. Nelle regioni controllate dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Aanes), nonostante le spaventose condizioni dovute alla guerra, le popolazioni curda, araba, assiro-caldea, armena e tutte le popolazioni etniche convivono e cercano di organizzarsi in maniera democratica , femminista ed ecologica. Combattono per costruire la pace in un dialogo permanente con le popolazioni. Già nel 2019 Erdogan ha lanciato un’offensiva a costo di innumerevoli vittime civili, distruzioni e atti di barbarie, volta a destabilizzare il tessuto sociale e politico curdo. Di fronte agli abusi commessi dall’esercito turco, i Paesi occidentali non devono più distogliere lo sguardo.

Occupato il Parlamento iracheno

Mercoledì 24 luglio migliaia di manifestanti legati al politico e religioso Muqtada al-Sadr hanno occupato brevemente il parlamento iracheno allo scopo di impedire all’alleanza del partito sciita attorno all’ex primo ministro Nuri Al-Maliki di formare un governo. Il “quadro di coordinamento sciita”, alleanza dei partiti filo-iraniani a cui appartiene Al-Maliki, ha recentemente proposto l’ex ministro Mohammed Shia al-Sudani per la carica di primo ministro. Dal punto di vista di Muqtada al-Sadr, che vuole liberare il Paese dall’“influenza politica iraniana”, al-Sudani è troppo vicino all’Iran. Muqtada al-Sadr è emerso con la sua alleanza come la forza maggioritaria dalle elezioni parlamentari dell’ottobre dello scorso anno. Tuttavia, non è riuscito a raggiungere la maggioranza di due terzi richiesta per fondare un governo e, dopo mesi di tentativi, lui e il suo partito si sono dimessi lasciando in stallo il parlamento. Gli esperti hanno interpretato il ritiro come una mossa per esercitare pressioni sui partiti attraverso proteste di massa. Sabato 30 luglio il parlamento è stato di nuovo preso d’assalto dai manifestanti e occupato permanentemente. Secondo il ministero della Salute circa 125 persone sono rimaste ferite fino ad ora negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Le immagini diffuse dai media panarabi mostrano le forze di sicurezza che hanno tentato di respingere i manifestanti sparando lacrimogeni e bombe sonore, ma nulla hanno potuto davanti alle centinaia di persone che, con l’ausilio di corde, hanno tirato giù i pezzi di cemento armato alti oltre tre metri che cingono il perimetro dell’area superprotetta, sede dei palazzi istituzionali e delle ambasciate straniere. Altri si sono invece arrampicati, con gli agenti che hanno sostanzialmente lasciato fare, come accaduto mercoledì quando è andato in scena all’incirca lo stesso copione. L’unica differenza questa volta è l’alto numero di feriti. In Parlamento, dopo i selfie di rito, i dimostranti hanno indetto un sit-in permanente, e non è chiaro se e quando usciranno. Appare chiaro che qualche migliaio di manifestanti non uscirà senza un ordine diretto del loro leader. Un’azione di forza appare assai improbabile, il costo umano sarebbe insostenibile anche per le fazioni più bellicose, secondo l’Ansa.

Rinvenuta fossa comune a Minbij

Durante lavori di ristrutturazione nei pressi della sede dell’amministrazione civile di Minbij, utilizzata da ISIS durante l’occupazione della città come prigione, è stata rinvenuta una fossa comune contenente 29 corpi di età compresa presumibilmente tra 18 e 60 anni. I resti presentavano segni di ferite alla testa e mani legate indicando probabilmente un’esecuzione di massa. Minbij è stata tra le città più colpite dall’occupazione di ISIS, liberata dalle allora neonate SDF, nel 2016, a seguito di una delle più violente battaglie della guerra civile siriana, ma a 7 anni di distanza sta ancora facendo i conti con l’orrore di ISIS e si trova già sotto minaccia di una nuova occupazione essendo assieme a Tall Rıfaat il bersaglio dichiarato da Erdogan della nuova invasione annunciata dalla Turchia.

In Turchia continua la repressione verso il mondo LGBTQ+

Il Ministero del Commercio turco ha vietato spot pubblicitari che possano rimandare a contenuti LGBTQ+ accusando gli ideatori di “disturbare o modificare il comportamento culturale, morale e sociale”. Questo evento è solo l’ultimo atto della crescente repressione del movimento LGBTQ+. Il 28 giugno più di 370 persone sono state arrestate per aver preso parte al Pride di Istanbul tra cui almeno 10 rifugiati che sono stati in seguito espulsi dal paese. In quella occasione gli organizzatori avevano dichiarato che non c’erano mai stati così tanti arresti nella storia del Pride in Turchia, affermando in un comunicato stampa all’Associazione per i diritti umani (IHD) che : “Lo Stato ha aperto la guerra alle persone LGBTQ+”.