1 Ottobre 2022

Accordo tra Letta e Calenda: al leader di Azione andranno 15 collegi

Dopo giorni di tira e molla, veti e ultimatum, Enrico Letta, Carlo Calenda e Benedetto Della Vedova hanno firmato il patto, al termine di una riunione alla Camera durata due ore.

Un’intesa “elettorale per essere vincenti nei confronti della destra”, ha detto Enrico Letta.

“Oggi si riapre la partita”, ha ribadito Calenda. Sondaggi alla mano, il centrosinistra sa che il centrodestra parte di gran lunga favorito. Per questo, Letta ha sempre cercato di costruire un’alleanza la più larga possible. Dopo l’addio al M5S, reo di non aver votato la fiducia a Draghi, il compagno di viaggio più corteggiato è stato Calenda che, però stava coltivando la tentazione di correre da solo, al centro, in una lista con Più Europa.

Nel patto elettorale siglato da Pd ed Azione/+Europa viene riconosciuta “l’importanza di proseguire nelle linee guida di politica estera e di difesa del governo Draghi con riferimento in particolare alla crisi ucraina e al contrasto al regime di Putin”. In ambito economico e sociale, si punta a contrastare le disuguaglianze e i costi della crisi su salari e pensioni, convenendo di realizzare il salario minimo nel quadro della direttiva Ue e una “riduzione consistente” del cuneo fiscale a tutela in particolare dei lavoratori.

Al centro del documento diffuso dopo l’accordo: candidature, posizionamento internazionale dell’Italia, rinnovabili e approvvigionamento energetico, salari e pensioni, cuneo fiscale, PNRR, reddito di cittadinanza e Bonus 110%, diritti civili e ius scholae. Il tutto sulle orme tracciate dall’agenda del governo Draghi.

I tre leader, Carlo Calenda, Benedetto della Vedova ed Enrico Letta, hanno sciolto le ultime riserve, in vista di un voto che a detta loro sarà uno “spartiacque tra un’Italia tra i grandi Paesi europei ed un’Italia alleata con Orban e Putin”.

L’impegno è dunque “promuovere, nell’ambito della rispettiva autonomia programmatica, l’interesse nazionale nel quadro di un solido ancoraggio all’Europa e nel rispetto degli impegni internazionali dell’Italia e del sistema di alleanze così come venutosi a determinare a partire dal secondo dopoguerra”.

Il senso dell’alleanza è stato riassunto da Letta: “Non è immaginabile che, dopo Draghi, il Paese passi al governo delle destre e sia guidato da Giorgia Meloni”. E Calenda: “L’accordo elettorale riapre la partita. Tutti i punti che avevamo chiesto a Letta sono stati recepiti. I voti di Azione non andranno a chi ha sfiduciato Draghi”.

Sono sette i punti di convergenza, dal programma alle candidature, il patto elettorale prevede, tra le altre cose, l’impegno a non candidare personalità che possano risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi uninominali, in questi ultimi non saranno candidati i leader delle forze politiche che costituiranno l’alleanza, gli ex parlamentari del M5S, gli ex parlamentari di Forza Italia.
Al partito di Carlo Calenda (Azione), di collegi ne sono stati assegnati 15. Un’offerta generosa, da parte del Partito Democratico.

Subito dopo aver siglato il Patto elettorale con Calenda, Letta ha fatto diramare una nota in cui si assicura “diritto di tribuna” nelle liste dem “ai leader dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza elettorale”. Un salvataggio studiato apposta per il ministro degli Esteri, insomma, con il prevedibile strascico di polemiche e rancori sia tra i dimaiani (“Letta ci ha traditi”) sia tra i democratici (“a forza di paracadutare gli altri non ci sarà più posto per noi”). Un incontro tra i due in serata non ha superato malumori e recriminazioni: Di Maio si è preso del tempo.

Letta ha sempre cercato di costruire un’alleanza la più larga possible. Dopo l’addio al M5S, reo di non aver votato la fiducia a Draghi, il compagno di viaggio più corteggiato è stato Calenda che, però stava coltivando la tentazione di correre da solo, al centro, in una lista con Più Europa.

Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha annunciato che il suo partito correrà da solo alle prossime elezioni politiche del 25 settembre: per Renzi l’unico accordo possibile era quello con Calenda per il terzo polo, ma senza doversi alleare con il Pd, di cui in passato è stato membro.

L’ex premier Romano Prodi festeggia (“si tratta di un accordo elettorale che rende molto più forte la coalizione e comprende finalmente una comune strategia su scelte determinanti per il futuro del Paese”), ma nel Pd la tensione è alta . E pure in Azione c’è già chi, come l’editore Roberto Mugavero, ha già deciso di sfilarsi (“Inaccettabile l’accordo con gli ex M5S”). Intanto l’effetto Calenda rischia di far salire i dem sulle barricate.

Giuseppe Conte, il leader dei 5 Stelle, fa invece delle osservazioni al vetriolo:

“Finalmente è finita la telenovela Letta-Calenda: in bocca al lupo alla nuova ammucchiata che va dalla Gelmini dei tagli alla scuola al Pd, passando per Calenda, che non ha mai messo il naso fuori da una Ztl. Si riconoscono nell’agenda Draghi. Salario minimo legale, lotta all’inquinamento e alla precarietà giovanile saranno fuori dalla loro agenda. Nessun problema, ce ne occuperemo noi”.
Prosegue sempre Conte, “il Pd sta restituendo un favore a Di Maio? Immaginate che dopo la scissione di Renzi nel Pd io lo avessi preso e gli avessi dato un posto: come l’avrebbe presa il Pd? Io sono sorpreso, facciano tutto quello che vogliono e lo spieghino ai cittadini. Lo spettacolo non è esaltante”.

È stato un matrimonio di ragione certo , quello celebrato ieri tra Pd, Azione e +Europa. Seppure “non esaltante “, potrebbe essere determinante per una possibile sconfitta della destra.

Giulia Cortese