25 Settembre 2022

Greenpeace denuncia: aumentano le spese militari per difendere le fonti di combustibili fossili

Anziché investire su fonti rinnovabili, si preferisce spendere per inviare i militari a difendere le fonti di combustibili fossili nel mondo

Greenpeace svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più  rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022

“Il nostro Paese deve smettere di proteggere militarmente gli asset e gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Solo così potremo assicurarci una maggiore indipendenza energetica e tutelare davvero l’ambiente e la pace”, dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. È un appello che fa seguito a un rapporto di Greenpeace che denuncia un aumento delle spese militari per proteggere le fonti di combustibili fossili anziché investire su quelle rinnovabili. Ciò avviene nel profondo di una grave crisi climatica e di una guerra finanziata dai proventi di gas e petrolio. In un nuovo rapporto pubblicato qui, Greenpeace svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più  rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022.

Le decisioni dei ministri di Difesa ed Esteri

Era il 5 maggio quando il ministro della Difesa Lorenzo Guerini annunciò il modo in cui intendesse rispondere alla guerra in Ucraina, affermando: “Il dovere di rimodulare una situazione di dipendenza dalle forniture russe non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità di quelle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche a tutela della sicurezza energetica nazionale ed europea”. Quest’anno il governo ha aggiunte tre nuove zone da militarizzare, di cui due legate allo sfruttamento di fonti fossili: la missione bilaterale di supporto alle Forze armate del Qatar in occasione dei “Mondiali di calcio 2022” e la missione EU in Mozambico. In audizione a fine luglio, Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, e Luigi Di Maio, ministro degli Esteri hanno ricordato “gli importanti accordi in ambito energetico” stretti di recente con il Qatar. Inoltre, il ministro della Difesa aveva sottolineato che le violenze in corso nella provincia nord del Mozambico avevano causato “le interruzioni dell’attività estrattiva”. Inoltre, le operazioni Gabinia nel Golfo di Guinea e Mare Sicuro al largo della costa libica continuano ad avere come primo compito la “sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI”. A queste si aggiungono le missioni militari che Greenpeace aveva già etichettato come “fossili” in un rapporto diffuso a dicembre, dallo Stretto di Hormuz all’Iraq, dalla Libia al Golfo di Guinea, fino al Mediterraneo orientale e al Corno d’Africa. La relazione governativa sulle missioni in corso, approvata dalle commissioni Esteri e Difesa della Camera e ancora all’esame del Senato insieme alla delibera sulle nuove missioni, rimanda ripetutamente alla sicurezza dei nostri approvvigionamenti di fonti fossili. Anche i due ministri competenti, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio, nella loro audizione davanti alle commissioni riunite del 26 luglio hanno citato più volte la questione energetica. In particolare, Guerini ha dichiarato che “l’impiego delle Forze armate nelle missioni internazionali” punta anche a prevenire e gestire “scenari di crisi conseguenti tanto alle minacce convenzionali, quanto a quelle ibride”, come “le restrizioni all’approvvigionamento energetico”.

Nel frattempo, sempre più studi internazionali, compresi quelli dell’Onu e dell’Unione europea, segnalano che le disuguaglianze economiche e il deterioramento ambientale connessi all’attività estrattive sono tra le cause profonde di molte crisi che la comunità internazionale e l’Italia stanno tentando di risolvere con le loro missioni militari. Dalla pirateria nel Golfo di Guinea all’instabilità dell’Iraq, il nostro governo continua a difendere asset fossili che alimentano quelle stesse crisi in un drammatico circolo vizioso che Greenpeace chiede di interrompere al più presto.