28 Settembre 2022

(Dis)ordini mondiali. Iraq: «come lo scroscio della tempesta»

L’occupazione del parlamento da parte dei manifestanti del movimento di Moqtada al-Sadr è sintomo sia dell’instabilità politica interna irachena, sia della ridefinizione tumultuosa degli equilibri politici regionali, in parte accelerata e complicata dalla guerra in Ucraina

Il movimento sadrista, sciita ma contrario all’influenza di Tehran, propone una terza via che, forse, scontenterebbe tutti

Equilibri complessi

Anche se Mohammed Saleh al-Iraqi, uno dei più strenui sostenitori del movimento di Moqtada al-Sadr, il 3 agosto ha esortato le centinaia di attivisti e simpatizzanti a porre fine entro 72 ore all’occupazione del parlamento a Baghdad e a optare per manifestazioni e sit-in all’interno della cosiddetta zona verde, il cammino verso la stabilità politica del paese appare ancora lungo e tortuoso. Le dimissioni di massa, a fine giugno, del blocco parlamentare che si era radunato attorno ad al-Sadr e che aveva vinto le elezioni di ottobre 2021, conquistando 73 dei 329 seggi del Consiglio dei rappresentanti, è significato, verosimilmente, il fallimento di quella che potrebbe essere considerata la terza via irachena: né con gli Stati uniti (e con le monarchie del Golfo), né con l’Iran. Anzitutto, perché il movimento sadrista non è riuscito ad attrarre un numero sufficiente di alleati per formare una coalizione che occupasse almeno 175 seggi, in modo tale da costituire una maggioranza solida. In secondo luogo, perché, mentre il punto di rottura è stato la candidatura a primo ministro di Mohammed Shia al-Sudani, ex ministro dell’esecutivo di Nouri al-Maliki e rappresentante del Quadro di coordinamento (blocco politico sciita filoiraniano, che nei giorni scorsi ha risposto al movimento sadrista con manifestazioni), la causa remota della crisi attuale è stata l’impossibilità di costituire una compagine di governo in grado di superare le numerose fratture etno-confessionali e politiche interne. Tanto più che queste ultime sono legate agli equilibri regionali che, a loro volta, riflettono le convulse dinamiche che stanno modificando l’assetto geopolitico globale.

Il vaso di Pandora

Lo si era visto, d’altronde, anche in occasione delle stesse elezioni di ottobre 2021, quando la vittoria di al-Sadr aveva suscitato la reazione delle formazioni politiche sciite vicine a Tehran, incluse quelle del Quadro di coordinamento (come le brigate Hezbollah), che avevano registrato un significativo calo di consensi. Poco dopo la pubblicazione degli esiti delle consultazioni, infatti, centinaia di loro militanti e sostenitori avevano tentato di forzare le barriere della zona verde, lanciando pietre contro le forze di sicurezza irachene, che, a loro volta, avevano scagliato lacrimogeni sui manifestanti. Il bilancio finale fu di 2 morti e 125 feriti tra i sostenitori del Quadro di coordinamento e 9 feriti tra gli agenti della sicurezza, ma gli scontri lasciarono emergere in tutta la loro evidenza l’estrema difficoltà per Baghdad, dopo l’invasione del 2003 da parte della coalizione a guida statunitense (il principale pretesto, poi rivelatosi infondato, come si legge in questo rapporto delle Nazioni unite), di sfuggire agli interessi geopolitici delle potenze maggiori. Dunque, l’Iraq, che in precedenza era stato una potenza regionale, peraltro sostenuta da Washington contro l’Iran negli anni ‘80 del Novecento (si ricordi, a tal proposito, lo scandalo Iran-Contra o Irangate), nell’ultimo ventennio non ha saputo risollevarsi dalla longa manus non solo degli Usa, ma anche di paesi come la Repubblica islamica, la Turchia e le monarchie del Golfo, che hanno di volta in volta tentato di sfruttarne la posizione strategica e la frammentazione etnico-confessionale (e, in alcune regioni, tribale) del tessuto sociale per sfondare l’area di profondità strategica dei rivali di turno.

Mesopotamia, terra di convergenze

In primo luogo, dunque, il cammino politico dell’Iraq dopo Saddam Hussein è legato a una serie di fattori che contribuiscono a renderlo tortuoso, con il rischio che le trattative parlamentari sfocino in conflitti di varia intensità. Ad esempio, tra 2014 e 2015, il paese ha assistito, assieme alla Siria, all’emergere dei cartelli del jihad del cosiddetto Stato islamico, noti con gli acronimi Isis o Daech, che hanno rapidamente conquistato il controllo larghe porzioni del suo territorio, ad esclusione della regione autonoma del Kurdistan, controllata dai combattenti peshmerga. Daech, peraltro, che ha attratto tra le sue fila numerosi combattenti di varia provenienza, si è gradualmente sovrapposto ai gruppi affiliati ad al-Qaeda, ai quali ha progressivamente sottratto forze e terreno. Tanto più che le milizie legate ai cartelli del jihad si erano inizialmente presentate come alternativa alla corruzione delle autorità di Baghdad e all’eccessiva influenza della componente sciita (tanto al-Qaeda, quanto Daech appartengono, di contro, alla galassia sunnita), legata all’Iran. In sostanza, dunque, le milizie islamiche sunnite radicali hanno trovato terreno fertile negli squilibri rimasti irrisolti all’interno di un sistema politico basato sulla suddivisione dei poteri su base etnica (come nel caso del governo autonomo del Kurdistan) e confessionale, che presta il fianco all’ingerenza di potenze straniere.

Conflitti di interessi

Il conseguente indebolimento di Baghdad, quindi, ha lasciato campo libero sia alle incursioni dell’aviazione turca, a caccia di nascondigli dei militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), soprattutto tra le montagne del Qandil, sia agli scontri di potenza. In particolare, quello tra Usa (e satelliti mediorientali) e Iran, che negli ultimi anni si è inasprito, al punto che Washington, il 3 gennaio 2020, ha ucciso il generale iraniano Ghassan Soleimani, comandante delle brigate al-Quds, corpo speciale dei Guardiani della Rivoluzione. A questo, si è accompagnata una crescente rivalità tra Iran e Turchia, esplosa recentemente negli scontri nel Sinjar, legata anche alla visione strategica che gli Usa elaborano del Medio Oriente. Una visione che, nel tempo, ha comportato il sostegno a fasi alterne ad Ankara e a Tehran, al fine di ridimensionare la proiezione di una delle due a vantaggio dell’altra, a seconda delle circostanze. Queste ultime, del resto, sono connesse agli equilibri tra i due principali poli mediorientali su cui Washington ha contato sin dalla guerra fredda, ossia Israele e le monarchie del Golfo, soprattutto l’Arabia saudita e, negli ultimi anni, gli Emirati arabi uniti. Attualmente, pertanto, sugli equilibri politici interni dell’Iraq incide lo sviluppo dei negoziati internazionali sul programma nucleare iraniano, in stallo da mesi anche a causa dell’inasprimento delle tensioni tra le tre grandi potenze mondiali, Usa, Cina e Russia, sul fronte europeo orientale e nell’Indo-Pacifico.