1 Ottobre 2022

Israele: Stato d’assedio

Malgrado gli appelli alla moderazione e le espressioni di inquietudine provenienti dalla comunità internazionale, Israele prolunga di una settimana le incursioni nella Striscia di Gaza

Nel mirino, ufficialmente, c’è la fazione palestinese del Jihad islamico, ma aumenta la pressione anche sul movimento Hamas, della galassia dei Fratelli musulmani

Nuova operazione israeliana nella Striscia di Gaza

Oltre alle ordinarie incursioni dell’esercito in Cisgiordania, intensificatesi negli ultimi mesi, dal 5 agosto Israele ha lanciato l’operazione Breaking Dawn sulla Striscia di Gaza, contro la fazione palestinese del Jihad islamico, che ha risposto con un lancio massiccio di razzi, senza causare vittime. Finora, di contro, il bilancio ufficiale dei bombardamenti israeliani è di almeno 24 morti e oltre 100 feriti, ma tra le vittime illustri del primo giorno c’è Tayasir al-Jabari, uno dei comandanti di Saraya al-Quds, ala militare del Jihad islamico, il cui segretario generale Ziyad al-Nakhalah, lo stesso 5 agosto incontrava, a Tehran, il presidente iraniano Ebrahim Raisi. Giunto nella Repubblica islamica due giorni prima, Al-Nakhalah si è intrattenuto, inoltre, con il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian, con Akbar Velayati, primo consigliere della Guida suprema, e con il generale maggiore Hossein Salami, comandante del Corpo dei guardiani della Rivoluzione iraniana (Irgc, di cui Tehran ha chiesto a Washington l’espunzione dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere). Quest’ultimo, durante l’incontro con al-Nakhalah, ha ammonito Israele del «caro prezzo» che pagherà per gli attacchi aerei nella Striscia di Gaza, ricordando a Tel Aviv che la resistenza palestinese, oltre a non essere sola, ha maggiori capacità rispetto ai decenni passati. Intanto, il 6 agosto l’Egitto ha ripreso il suo storico ruolo di mediatore tra Israele e Gaza, ricevendo una delegazione del Jihad islamico, mentre agenti dell’intelligence del Cairo hanno parlato con Ismail Haniyeh, esponente di spicco del movimento Hamas in esilio volontario a Doha. Una scelta importante perché Hamas da un lato è una forza rivale del Jihad islamico e, dall’altro, ha recentemente perso il sostegno esplicito della Turchia, ansiosa di normalizzare le proprie relazioni con Israele. L’intenzione del Cairo sarebbe dunque rinegoziare il cessate il fuoco concordato a maggio, sempre con la sua mediazione, contando sul proprio peso geopolitico a Gaza, dovuto al controllo sul varco di Rafah, l’unico non presidiato da Israele.

Appelli alla moderazione

Le tensioni tra Tel Aviv e il Jihad islamico, erano esplose il 1 agosto dopo l’arresto da parte delle forze di sicurezza israeliane di Bassam al-Saadi, uno dei capi dell’organizzazione, presso il campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. Il giorno successivo, inoltre, Israele, nel timore di rappresaglie, ha annunciato l’imposizione nella Striscia di Gaza di una serie di restrizioni alla circolazione delle persone, tra cui la chiusura dei varchi. Quindi, ha lanciato l’operazione Breaking Dawn, e, nella notte tra il 5 e il 6 agosto, ha arrestato 20 palestinesi, di cui 19 presunti affiliati al Jihad islamico. Molteplici gli appelli alla moderazione e alla fine delle ostilità rivolti a Tel Aviv dalla comunità internazionale. Un portavoce del capo della diplomazia dell’Unione europea, Josep Borrell, ha dichiarato che «l’Ue segue con grande preoccupazione gli ultimi sviluppi nella Striscia di Gaza e nelle circostanze», esortando «tutte le parti» alla moderazione e a evitare che il conflitto si estenda. Più deciso il commento di Tor Wennesland, coordinatore speciale delle Nazioni unite per il processo di pace in Medio Oriente, che ha espresso rammarico per le morti causate dai bombardamenti israeliani, in particolare quella di un bambino di cinque anni, commentando che «non può esserci alcuna giustificazione per un qualsiasi attacco contro i civili». Quanto al lancio di razzi, Wennesland, ha affermato che «deve cessare immediatamente», invitando le parti belligeranti a non inasprire le tensioni. Stati uniti e Gran Bretagna, da parte loro, auspicando una rapida fine delle violenze, hanno ribadito la loro posizione al fianco del diritto di Israele a proteggersi. Di senso opposto, invece, il commento della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo cui il deterioramento della situazione è stato causato dalle operazioni israeliane, cui le fazioni palestinesi hanno risposto con il lancio di razzi. Ancora più duro è stato il ministero degli Esteri turco, che ha «fermamente condannato» i bombardamenti israeliani su Gaza, definendo «inaccettabile» che dei civili, bambini inclusi, perdano la vita negli attacchi». Chissà se un giorno lo stesso discorso sarà valido per i civili curdi tra Turchia, Iraq e Siria.