24 Settembre 2022

Back to the 2022 – Donna e lavoro: una donna su due è vittima di discriminazioni

Back to the 2022: una donna su due è vittima di discriminazioni sul luogo di lavoro 

I dati shock dell’indagine di Fondazione Libellula parlano chiaro: in Italia 1 donna su 2 è vittima di molestie, discriminazioni e stereotipi nel luogo lavorativo. 

Una donna su due è vittima di molestie o discriminazioni sul posto di lavoro, una su cinque ha ricevuto contatti fisici non desiderati. Dati spaventosi e allarmanti, considerando che l’intento dell’indagine di Fondazione Libellula era solo quello di prevenire e contrastare la violenza sulle donne e la discriminazione di genere agendo sul piano culturale. Tuttavia, a seguito di una indagine su un campione di 4mila lavoratrici in Italia ciò che è emerso è che l’equità sul luogo lavorativo è ancora un fenomeno ben lontano. 

L’indagine di Fondazione Libellula 

Nell’indagine promossa da Fondazione Libellula, ente che da anni si occupa di contrastare la violenza di genere, oltre 4.300 lavoratrici italiane sono state interrogate in merito alla condizione quotidiana lavorativa che si trovano a gestire. Purtroppo i dati emersi sono ben lontani da ciò che si poteva sperare, e quasi tutte le donne hanno manifestato sofferenza in merito alla situazione attuale, dichiarando condizioni al limite dell’accettabile: più di una donna su due dichiara di esser stata vittima di molestia o discriminazione sul posto di lavoro.  

Molestie, discriminazioni e non solo, una donna su cinque afferma di aver avuto contatti fisici indesiderati sul posto di lavoro mentre, una donna su due, invece, ha dichiarato di aver ricevuto complimenti espliciti indesiderati.  

Battutine allusive, apprezzamenti estetici pretestuosi, magari un massaggio dietro le spalle non richiesto o peggio ancora ricatti sessuali – riporta ANSA – Ma anche una promozione data ad un altro collega, uomo, durante il periodo di gravidanza”. 

Fondazione Libellula 

La Fondazione – scrive ANSA – riunisce un network d’importanti aziende italiane come Decathlon, Furla, Heineken, Tim e Vodafone, con l’obiettivo di prevenire e contrastare la violenza sulle donne e la discriminazione di genere agendo sul piano culturale”.  

La ricerca effettuata evidenzia come purtroppo “lo stato dell’equità di genere nel mondo professionale sia ancora distante anche quando le donne ricoprono una posizione manageriale: in questa situazione, infatti, i loro comportamenti decisi e determinati vengono visti in un modo diverso rispetto a quelli maschili a volte anche rinunciando a mettersi in gioco per la loro crescita professionale”

I dati dell’indagine 

Secondo l’indagine e i dati riportati da ANSA, “il 62% dichiara di essere considerata aggressiva se si mostra ambiziosa o assertiva, tra queste, il 42% ricopre un ruolo di responsabilità dirigenziale”.  

Per quanto riguarda la carriera e il “potere”, riporta sempre ANSA basandosi sui dati dell’indagine “siamo ancora al secolo scorso”. Per gli uomini la strada è sicuramente meno in salita, riuscendo infatti a vedere riconosciuti i propri meriti con meno difficoltà: “arrivano di più e prima a posizioni di potere, ciò fa sì che in azienda la leadership diffusa sia prevalente al maschile”.  

La carriera della donna è ancora troppo spesso interpretata alla luce di altri fattori rispetto al merito o alla competenza: il 71% sperimenta contesti in cui la leadership e i ruoli di responsabilità sono spesso prevalentemente ricoperti da uomini, il 79% vede crescere i colleghi uomini più velocemente, anche se con minore esperienza della propria o di altre donne”.  

Questi dati fotografano una situazione inquietante all’interno dell’ambiente lavorativo delle aziende italiane e devono imporre una riflessione: il linguaggio e gli atteggiamenti non verbali occultano la dimensione professionale delle donne sul posto di lavoro. Per tante i luoghi di lavoro rappresentano contesti poco sicuri, psicologicamente e fisicamente complicati” afferma Debora Moretti, fondatrice e presidente di Fondazione Libellula a Il Giorno.

La maternità peggiora ancora di più la condizione lavorativa 

I ricercatori scrivono che “Questa difficoltà di progredire nel proprio percorso lavorativo peggiora in contesti in cui la genitorialità è percepita come condizione esclusivamente femminile”. 

Come si legge, infatti, le donne non sono serene nel comunicare alla propria azienda di essere incinta (41%). “Il 68% ha visto rallentare il proprio percorso di crescita, o quello di altre donne, a causa della maternità e il 65% che ha sentito allusioni e commenti rispetto alle conseguenze negative della maternità in azienda”. 

 A generare la discriminazione non è solo un rapporto sbilanciato di forza nel contesto lavorativo dato dai ruoli operativi degli uomini rispetto a quelli delle donne, ma anche l’appartenenza al genere. Addirittura due donne su tre hanno visto la loro ascesa lavorativa (o quella di altre colleghe) rallentare nel periodo successivo alla gravidanza. 

La tutela delle donne sul luogo di lavoro 

Come riporta il sito ufficiale del Ministero della Salute, le discriminazioni sono vietate sia in fase di accesso all’occupazione e al lavoro, all’orientamento, alla formazione e alla riqualificazione professionale, sia durante lo svolgimento del rapporto di lavoro, con riferimento, ad esempio, alle condizioni di lavoro, agli avanzamenti di carriera, alla retribuzione e ai motivi del licenziamento.    

Tuttavia, ad oggi la tutela non sembra avere particolarmente effetto.  

Nella mia azienda, lavorano perlopiù donne. Dico sempre loro di stare attente a come si propongono. A volte, è meglio rinunciare a una cena per evitare che il proprio comportamento sia male interpretato. Se devo mandare una dipendente a un incontro, preferisco siano in due. È una tutela per tutti”, racconta Sonia Bruganelli, a capo della SDL 2005, agenzia di scouting che si occupa dei casting di programmi tv.  

Ad oggi le discriminazioni sul luogo di lavoro sono ancora tante, e se dati così sono già allarmanti, non vengono poi considerati altri tipi di discriminazioni di genere. Infatti, tra quanti dichiarano un orientamento omosessuale o bisessuale e sono occupate o ex-occupate, il 26% dichiara che il proprio orientamento ha rappresentato uno svantaggio nel corso della propria vita lavorativa in almeno uno dei tre ambiti considerati (carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione), riportano gli ultimi dati ISTAT. 

Le ultime notizie 

Solo qualche giorno fa abbiamo assistito a un episodio largamente reso noto dai media. Una donna di 25 anni nigeriana ha diffuso un video in cui si vede che viene picchiata da un ristoratore di Soverato suo datore di lavoro perché aveva semplicemente chiesto di essere pagata.