25 Settembre 2022

Turchia-Egitto: linee di demarcazione

Mentre Ankara è impegnata sul fronte eurasiatico, il Cairo preserva, con l’intenzione di estenderlo, il suo ruolo di supervisore degli equilibri mediorientali

L’assetto regionale, dunque, si sta ridefinendo anche secondo l’utilità che le medie potenze rivestono per quelle maggiori

Turchia-Russia: affari di Sochi

Il 7 agosto quattro navi cargo con almeno 170 mila tonnellate di grano e altri generi alimentri sono salpate dai porti ucraini del mar Nero, segnando il successo della mediazione della Turchia, mentre Tel Aviv e il Jihad islamico palestinese hanno negoziato una tregua sotto la supervisione dell’Egitto. Due delle principali medie potenze regionali del Medio oriente, dunque, si contendono ruoli chiave nell’assetto geopolitico che si sta definendo, sotto le spinte gravitazionali del conflitto in Ucraina e delle tensioni a Taiwan. Ciascuna con la propria linea nei confronti di Israele, delle monarchie del Golfo e dell’Iran. Il Cairo, da un lato, sotto il governo del presidente Abd al-Fattah al-Sisi, ostenta massima freddezza nei confronti di Tehran, inversamente proporzionale all’intensità della cooperazione con l’Arabia saudita (e con gli Emirati arabi uniti, venuti alla ribalta negli ultimi anni) e con Israele. Dall’altro, Ankara, che con la Repubblica islamica vorrebbe maggiore collaborazione (tanto per la questione curda, quanto per utilità energetica), intrattiene con Tel Aviv e con Riyadh un rapporto di cordiale collaborazione geostrategica, non rinunciando, tuttavia, a strizzare l’occhio al movimento palestinese Hamas (inviso sia a Israele, sia all’Arabia saudita) ricorrendo alla causa palestinese come proficuo strumento di propaganda. Nondimeno, nell’ultimo anno, la Sublime porta ha cercato di riaprire il dialogo con l’Egitto, ricevendo da quest’ultimo una risposta non troppo entusiasta. Con il presidente russo Vladimir Putin, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, con l’incontro di Sochi del 5 agosto, ha rafforzato anzitutto la cooperazione difensiva, in quella che Ankara presenta come la sua guerra al terrorismo in Siria (in realtà la guerra senza quartiere alle province a maggioranza curda). Importanti accordi, inoltre, sono stati raggiunti sul pagamento in rubli di parte delle importazioni di gas russo verso la Turchia (malgrado l’appartenenza di quest’ultima all’Alleanza atlantica) e sulla ripresa delle esportazioni di grano ucraino. Quindi, sul ruolo di Ankara di mediatrice tra Mosca e Kiev. I due presidenti, in terzo luogo, si sono ripromessi di intensificare gli scambi commerciali, in particolare nei settori agricolo, industriale, finanziario, turistico e dei trasporti.

Egitto: resistere alla subsidenza

D’altronde, dopo le voci corse nei mesi precedenti sulla stampa internazionale (si leggano, ad esempio, The New Arab, Repubblic World, Iran International) a proposito del ricorso da parte dell’esercito russo a droni droni di provenienza iraniana, la Turchia, fiera della propria industria della Difesa, soprattutto per la produzione di velivoli senza pilota, non vorrebbe perdere il legame con la Russia, che le garantisce (come la garantisce, del resto, a Israele) notevole libertà di manovra in Siria. Quindi, preferisce scongiurare che il perno della visione geostrategica russa del Medio Oriente diventi la Repubblica islamica, con buona pace delle cancellerie euroatlantiche, che, dal canto loro non sembrano poi così interessate a uno scontro con la Sublime porta. A funestare i piani turchi, invece, potrebbe essere l’Egitto, che ultimamente ha riconquistato stima internazionale grazie alla crisi energetica e all’affannosa ricerca, da parte dell’Europa, di fornitori di gas e petrolio alternativi a Mosca. Al punto che, ad esempio, l’affaire del brutale assassinio del ricercatore italiano Giulio Regeni sembra storia lontana a Roma, quasi come l’altrettanto brutale assassinio del giornalista saudita-statunitense Jamal Khashoggi nel consolato di Riyadh a Istanbul, atto di cui Pentagono e servizi segreti Usa incolpano come mandante il principe ereditario Mohammed bin Salman. Poco dopo i fatti, del resto, a frenare la spinta dell’allora amministrazione statunitense dell’ex presidente Donald Trump, erano stati proprio al-Sisi e l’allora primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu (ne scrisse, appunto, il canale turco in lingua inglese Trt World). La rivalità turco-egiziana, peraltro, è alimentata dagli interessi geostrategici statunitensi, in relazione ai quali Ankara è una porta significativa sul fronte russo, mentre l’Egitto, oltre alle cospicue riserve di gas, rappresenta un importante riferimento regionale per la sicurezza dello Stato di Israele, come dimostra la tregua negoziata il 7 agosto, sia pure funestata dalle sirene d’allarme nel Sud del paese.