1 Ottobre 2022

Juan Pujol Garcia: l’incredibile Storia della Spia che ingannò Hitler 

Juan Pujol Garcia fu l’uomo nell’ombra che consentì la perfetta riuscita dello sbarco in Normandia, il famoso D-day, delle forze alleate, grazie alla sua doppia attività di spionaggio

Probabilmente fu l’agente segreto che ottenne il risultato più eclatante, e anche di fondamentale importanza, nel corso della seconda guerra mondiale

Garcia era quanto di più lontano si possa immaginare dalla classica spia: era un uomo assolutamente ordinario, affetto da una incipiente calvizie, e dai grandi occhiali con una pesante montatura nera. Possedeva però una grande determinazione, non supportata da alcuna preparazione tecnico-militare. Questa mancanza era bilanciata da una grande inventiva, grazie alla quale si guadagnò alla fine il rispetto dei servizi segreti britannici, che lo arruolarono solo dopo aver constatato a quali risultati era arrivato agendo da solo.

Garcia nacque a Barcellona nel 1912, da una famiglia liberale, che disprezzava ogni forma di totalitarismo.

Si accorse di essere poco incline alla vita militare nel 1931, durante il periodo di leva obbligatoria, perché, a suo dire, gli mancavano le necessarie “qualità essenziali di lealtà, generosità e onore”.

Quando in Spagna scoppiò la guerra civile, nel 1936, Garcia si trovò, suo malgrado, sballottato da una parte all’altra delle barricate: prima venne arruolato a forza dai repubblicani (che lui non amava perché avevano imprigionato la madre e la sorella) e poi dai nazionalisti, che proprio detestava per quell’ideologia fascista così contraria alla sua educazione liberale. Si destreggiò come poteva su entrambi i fronti, ma uscì da quell’esperienza orgoglioso del fatto di non aver mai sparato un proiettile, e soprattutto con una chiara idea del pericolo rappresentato dal nazismo.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale decise che doveva agire in prima persona, rischiando la propria vita e quella della moglie, per combattere Hitler.

Ma in quale modo? Diventando una spia

Pur non avendo nessun tipo di esperienza, si presentò all’ambasciata britannica di Madrid per offrire i suoi servizi nella guerra contro la Germania nazista. La sua offerta non fu presa in considerazione, ma lui non si arrese, e decise di offrire i suoi servizi ai tedeschi, dichiarandosi un simpatizzante nazista che voleva diventare una spia tedesca in territorio britannico. 

La doppia spia Juan Pujol Garcia 3

Fece credere di essere stato più volte in Inghilterra per conto del governo spagnolo, e mostrò addirittura un passaporto diplomatico falso. I tedeschi gli credettero, e lo incaricarono di andare in Gran Bretagna per reclutare altri agenti che avrebbero dovuto lavorare per la Germania nazista.

Naturalmente Garcia non poteva andare a Londra, perché il suo passaporto era falso, così andò a Lisbona, da dove iniziò a inviare falsi rapporti di intelligence: armato solo di una Guida Turistica della Gran Bretagna, di un orario ferroviario e di qualche mappa stradale di un paese che non aveva mai visto, riuscì a convincere i tedeschi di essere diventato un agente sotto copertura, nome in codice ARABEL, in territorio inglese.

Comprensibilmente commise qualche errore, come quella volta che commentò, in una lettera al suo referente tedesco, di come gli uomini di Glasgow “farebbero qualsiasi cosa per un litro di vino”, senza sapere che gli scozzesi avevano (e hanno) ben altri gusti in fatto di alcolici; per fortuna non lo sapevano nemmeno i tedeschi…

La doppia spia Juan Pujol Garcia 5

Non potendo realmente reclutare agenti filo-nazisti, ne inventò di fittizi, un’immaginaria rete di spionaggio. La sua attività fu tanto prolifica da esser notata dai britannici, che iniziarono a chiedersi chi fosse quell’agente segreto nazista in missione in Gran Bretagna. Garcia svelò finalmente i propri piani agli inglesi che ovviamente lo reclutarono nelle proprie fila e lo fecero trasferire a Londra, nel 1942, con il nome in codice di “Garbo”, un riferimento a Greta Garbo per sottolineare le sue doti da attore. La mossa vincente di Garbo, guidato in questa fase dall’ufficiale britannico Thomas Harris, fu quella di dare ai tedeschi informazioni vere…ma sempre in ritardo per essere utili.

I due agenti, che svilupparono un’intesa rara e proficua, arrivarono a creare e gestire una rete di 27 agenti segreti inesistenti (ciascuno presentato con ogni dettaglio in merito alla vita personale e ai motivi dell’adesione al nazismo) che si davano talmente da fare, sommergendo i tedeschi con informazioni numerose e “attendibili”, da non rendere necessario un ulteriore tentativo di infiltrazione in Gran Bretagna.

E già questo sarebbe stato un risultato non da poco, ma il successo maggiore, quello che probabilmente cambiò le sorti della guerra, fu quello ottenuto con l’Operazione Fortitude.

Nei mesi che precedettero lo sbarco in Normandia, avvenuto il 6 giugno del 1944, l’attività della falsa rete di spie ebbe un’importanza fondamentale nell’indurre i tedeschi in errore sul luogo effettivo dello sbarco. Garbo, in cinque mesi, inviò qualcosa come 500 messaggi radio per informare i nazisti che il luogo principale dello sbarco sarebbe stato Pas-de-Calais (quello che da sempre Hitler indicava come più probabile), località molto più a nord rispetto a dove avvenne realmente.

Anche dopo il D-Day, Garcia continuò a sostenere che lo sbarco in Normandia era un diversivo, mentre il grosso dell’operazione doveva ancora verificarsi a Pas-de-Calais.

Il 9 giugno, tre giorni dopo lo sbarco, l’agente Garbo comunicò all’alto comando tedesco che un contingente militare statunitense composto da 150.000 uomini e comandato dal Generale Patton, il First Us Army Group, era ancora fermo nel sud-est dell’Inghilterra, a dimostrazione di come il vero attacco al continente dovesse ancora avvenire. Peccato che che quella fosse una divisione fantasma…

Garcia fu talmente convincente che i tedeschi lasciarono le loro truppe a Pas-de-Calais ancora per sette settimane dopo lo sbarco: due divisioni corazzate e 19 divisioni di fanteria rimasero lì, in attesa del nemico, su ordine dello stesso comandante in capo tedesco, il feldmaresciallo Gerd von Rundstedt, che non volle ascoltare il consiglio di Rommel di spostare quelle truppe in Normandia. Se lo avesse fatto, forse la storia avrebbe avuto un altro corso.

Incredibilmente, i tedeschi continuarono a credere a Garcia, tanto che nel dicembre 1944 gli conferirono la Croce di Ferro per i suoi “servizi straordinari”. L’agente Garbo espresse “umili ringraziamenti”, dichiarandosi “indegno” di tanto onore.

La medaglia che gli diedero gli inglesi fu ovviamente molto più gradita, e l’uomo divenne membro dell’Ordine dell’Impero Britannico.

La doppia onorificenza, tedesca e alleata, lo rende l’unico uomo ad aver ottenuto tale (singolare) record

Alla fine della guerra, anche per il timore di essere perseguitato dai nazisti superstiti, Garcia decise di simulare la propria morte (di malaria in Angola, nel 1949) e di trasferirsi in Venezuela, dove visse nel più totale anonimato.

Nei primi anni ’70 però, il giornalista/scrittore britannico Rupert Allason, esperto di spionaggio, si mise in testa che l’agente Garbo (il cui nome è sconosciuto) non fosse davvero morto, e condusse delle ricerche in Spagna (grazie anche a informazioni ottenute da un agente segreto britannico al soldo dei sovietici), ma solo nel marzo 1984 arrivò ad ottenere un contatto con Garcia, che accettò finalmente di usciere allo scoperto.

Nel 1984 riapparve improvvisamente in Inghilterra (fu ricevuto anche da Filippo di Edimburgo) per andare a festeggiare in Normandia il 40° anniversario dello sbarco.

Morì quattro anni dopo, all’età di 76 anni, in Venezuela. Il suo nome non è fra quelli più celebri della Seconda Guerra Mondiale, ma la liberazione dell’Europa, soggiogata alla dittatura nazista, è anche merito suo, un uomo ordinario che trovò il modo di diventare un eroe, grazie anche alle sue innegabili doti di attore.

Stephan Talty, autore di un libro su Garcia/Garbo (Agent Garbo: The Brilliant, Eccentric Secret Agent Who Tricked Hitler and Saved D-Day) tira le somme su quell’uomo straordinario, rimarcando come lui, a differenza di molti agenti segreti, non abbia avuto nessun beneficio economico dalla sua attività:

“Era un doppiogiochista idealista, cosa molto rara. Lo ha fatto rigorosamente per idealismo, e penso anche per realizzare se stesso come il grande attore improvvisato che sapeva di essere. Ha avuto un ruolo che voleva interpretare”.