sabato28 Gennaio 2023
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Covid: continuano le proteste in Cina, in prima fila gli studenti

Le proteste che stanno interessando molte città della Cina, dopo l’ulteriore ondata di restrizioni per contenere i nuovi contagi da...

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Le proteste che stanno interessando molte città della Cina, dopo l’ulteriore ondata di restrizioni per contenere i nuovi contagi da coronavirus, si stanno trasformando in una prova per la leadership del presidente cinese Xi Jinping, fautore della linea dura nell’azione di contrasto al Covid-19. Ad essere interessate dalle proteste le più importanti città del Paese: Shanghai, Guangzhou, Wuhan e persino la capitale Pechino. A dare maggiore forza alle proteste sono state le notizie giunte dall’estremo Ovest del Paese, dalla città di Urumqi, dove un incendio in un appartamento ha causato la morte di dieci persone, tra cui un bambino di nove anni, perché l’intervento dei vigili del fuoco è stato rallentato dal fatto che anche i loro automezzi si sono dovuti sottoporre alle misure di controllo anti-Covid. Le autorità hanno negato la circostanza, ma questo non ha fermato la rabbia della gente, che da tempo stava covando in gran parte dello Xinjiang, compresa la sua capitale regionale Urumqi, dopo un lockdown che l’aveva bloccata per cento giorni dalla fine dell’estate. La “scintilla” innescata dalle notizie sull’incendio di Urumqi si è diffusa anche grazie alla Rete, alimentando proteste in tutto il Paese, in special modo nei campus universitari e nelle principali città. A Shanghai centinaia di cittadini  si sono riuniti, di notte, durante  il fine settimana, accendendo candele e imprecando contro le misure di tolleranza zero contro il COVID con alcuni che hanno apertamente osato cantare “Dimissioni del Partito Comunista” e “Scendi, Xi Jinping, scendi”. Gli agenti di polizia per lo più hanno lasciato che la folla si disperdesse sabato notte, ma hanno arrestato nelle prime ore del mattino alcuni dei  manifestanti. Ieri la protesta si è estesa a diverse città, inclusa Pechino, che stava entrando in un blocco de facto per far fronte a un nuovo focolaio. Significativa la protesta degli studenti fuori dalla sala mensa della prestigiosa Università Tsinghua di Pechino, che sembra essere l’alma mater di Xi, sollevando fogli di carta bianchi per denunciare la crescente censura e invocando la “libertà di parola”. Era una scena mai vista nei campus universitari in Cina dalla repressione di Piazza Tiananmen nel 1989. Altre proteste sono scoppiate vicino al distretto diplomatico di Liangmaqiao, a poca distanza dalle ambasciate degli Stati Uniti e della Corea del Sud. L’11 novembre, il governo centrale aveva emanato nuove linee guida per migliorare le misure anti-COVID, promettendo di ridurre l’impatto delle restrizioni. Cosa che inizialmente era stata considerata  un segnale che Pechino stava gettando le basi per aprirsi, tanto da avere ricadute positive anche sui mercati azionari. Ma il manifestarsi di molti focolai in tutto il Paese hanno spinto di nuovo le autorità centrali a ”sigillare” molte città. Già domenica sera, comunque, alcune amministrazioni cittadine stavano modificando le loro restrizioni.  Il numero di casi giornalieri in Cina non è  elevato rispetto agli standard internazionali: ieri sono stati registrati 39.906 casi senza nuovi decessi. Per gli analisti, la Cina, in un certo senso, è vittima del proprio successo. La politica zero-COVID ha indubbiamente salvato vite durante la pandemia, con solo 5.232 decessi ufficiali per COVID in quasi tre anni, ma ha anche isolato gran parte della popolazione cinese da qualsiasi tipo di immunità naturale.

 

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