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DUEMILA23

C’era una volta il Pd….

(nostro servizio) – Lentamente, molto più lentamente di quanto la logica dovrebbe imporre, il Partito democratico si avvicina al fatidico...

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(nostro servizio) – Lentamente, molto più lentamente di quanto la logica dovrebbe imporre, il Partito democratico si avvicina al fatidico momento in cui gli iscritti dovranno decidere chi sarà il prossimo segretario. Non vogliamo parlare di nomi, di mozioni, di sostenitori (manifesti o che preferiscono restare defilati), ma di come il partito che, nel bene e nel male, è stato determinate per le sorti del Paese negli ultimi 25 anni, si stia avvicinando, questa volta sì velocemente, al momento in cui sarà ininfluente nella politica italiana. Una cosa che, appena pochi anni fa, sarebbe apparsa una follia, ma che in fondo è la conseguenza di una dissennata gestione del potere, quella che ha fatto ritenere ai suoi maggiorenti di potere fare e disfare senza rispondere a nessuno delle loro scelte, anche quando, trattandosi di nomi da piazzare in posti di responsabilità, hanno ”proposto improponibili”, personaggi che hanno mostrato la loro inadeguatezza alla prima difficoltà.                                                                                                          Il mondo della politica italiana in questi anni che ci hanno separato dal 1994, quello dell’irruzione di Silvio Berlusconi sulla scena, ha fatto tanta strada, non sempre nel verso giusto, elevando la mediocrità a cifra connotante e non ad eccezione. Nessun partito è rimasto immune da questo schema, come confermato, quando si è trattato di redigere le liste per le elezioni, dal comportamento delle segreterie nazionali o dall’inner circle che alcuni ”capi” hanno creato intorno a loro. Scelte fatte quasi sempre per simpatia o interesse personale più che per riconosciuta capacità dei cooptati. Come conferma il fatto che la quasi totalità dei candidati scelti nella società civile, una volta eletti, hanno preferito fare un passo indietro, ma mai abbandonando il Parlamento. Quindi  non deve sorprendere che oggi, chi sta all’esterno della politica attiva, non possa che rilevare una generalizzata mediocrità che è la conseguenza dell’assenza di un processo di formazione che un tempo veniva affidato alle scuole di partito o alla lunga militanza nelle assemblee rappresentative (si cominciava nei Comuni per poi cominciare la scalata). Paradossalmente anche il Pd – erede ”disconosciuto” del Partito comunista – ha confermato questo assunto perché la classe dirigente attuale è formata essenzialmente da persone ”datate’ che non hanno concesso ai più giovani di mostrare quel che valgono, relegandoli in un limbo dal quale è difficilissimo emergere.                            Ma evidentemente chi oggi comanda – o pensa ancora di comandare – non ha saputo interpretare i segnali che pure arrivavano forti, quando, finita l’epopea renziana, il partito avrebbe dovuto avviare una fase di ricostruzione, tenendo conto comunque dell’eredità lasciata dall’ex sindaco di Firenze, cui si deve dare atto dello stravolgimento della comunicazione in un partito che appariva incapsulato in schemi e convenzioni datate. Questo processo di rigenerazione è mancato, affidando la ”rinascita” al convincimento che l’inerzia ideologica di una sinistra sempre più di governo avrebbe potuto forse rallentare, ma mai si sarebbe potuto fermare. E invece è accaduto l’esatto contrario e la necessità di rifondarsi ha avuto, per paradossale che possa apparire, le sua nemesi proprio in Enrico Letta, che ha interpretato il suo ruolo di segretario del Pd con sin troppa educazione, facendosi condizionare da un galantomismo che tutti gli riconoscono, ma che forse avrebbe dovuto cedere il passo ad un atteggiamento proattivo al primo manifestarsi di movimenti che alla fine hanno indebolito il partito. Una segreteria forte, non necessariamente più illuminata, di quella di Enrico Letta avrebbe imposto scelte forse anche traumatiche, ma capaci di restituire al popolo del Pd orgoglio e voglia di combattere. Ma, come la storia recente ha insegnato, le scelte non sono mai completamente foriere di effetti positivi e oggi forse qualcuno si chiede a cosa abbia portato l’alleanza con Sinistra Italiana e Verdi che, incassato il dividendo delle urne, sembrano avere dimenticato il senso di una alleanza. Questo, in epoche diverse, sarebbe dovuto essere il passato ed invece il clima di incertezza che la segreteria Letta si lascerà dietro è destinata a trascinarsi per tanto tempo perché la corsa a chi dovrà succedergli sembra essere improntata sui singoli candidati e non sul patrimonio di idee e proposte di cui sono titolari.                                                          Al popolo del Pd poco importa se il prossimo segretario la mattina, prima di uscire di casa, si consulti con il suo consigliere dell’abbigliamento; se il prossimo segretario sia una ”lei che ama lei” o un ”lui che ama lui” o che ami chi vuole senza per questo essere giudicato; se il prossimo segretario rappresenterà solo se stesso o una congrega di vecchi marpioni che ha letto ”Il gattopardo”, facendo di alcune pagine la loro Bibbia. Eppure, davanti al disastro imminente, sembra che pochi, nel partito, si rendano conto che in palio non è chi sarà il prossimo segretario, quanto il futuro del Pd che, se non avrà una proposta politica seria da portare avanti, finirà stritolato tra la marea montante della destra e il populismo camuffato di riformismo dei Cinque Stelle.

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