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Fratel Biagio, il missionario laico di Palermo, ha intrapreso l’ultimo cammino

(nostro servizio) – ”Buon cammino” era il suo modo di salutare. E buon cammino sia per Biagio Conte, il laico...

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(nostro servizio) – ”Buon cammino” era il suo modo di salutare. E buon cammino sia per Biagio Conte, il laico che a Palermo aveva creato dal nulla una rete di solidarietà aperta a tutti, soprattutto agli emarginati, quale che fosse la ragione per cui lo erano diventati: senzatetto, poveri, tossicodipendenti, prostitute, immigrati. Fratel Biagio, spalancava a tutti le braccia, dando accoglienza e tanta comprensione. E’ morto a 59 anni, per un tumore scoperto un paio di anni fa e che negli ultimi tempi gli impediva di camminare, come faceva sempre, per chilometri, facendo la spola laddove era necessario: per aiutare gli ultimi, ma anche per portare dentro i Palazzi la sua disperata voglia di aiutare chi ha meno, non solo in termini materiali.  Una vita, quella di Biagio Conte, spezzata in due, da quando, lui che faceva parte di una famiglia benestante (costruttori, quale avrebbe dovuto essere il suo destino), si accorse che non poteva solo limitarsi a guardare la sofferenza degli altri, che doveva agire, che doveva farsi carico del dolore degli altri, per farne una bandiera. La sua. Non ha mai abbandonato il sorriso, nemmeno quando la sua salute è peggiorata, impedendogli di alzarsi dal suo letto. Per questo in tanti hanno voluto salutarlo, prima che abbandonasse la Terra, lasciandosi dietro, comunque, un enorme patrimonio di speranza e carità che, insieme alla fede, sono le virtù teologali che lo hanno accompagnato da quando ha intrapreso il suo cammino di missionario senza lo stigma del religioso ”ufficiale”. Quando ha dovuto dare un nome al grande sogno che stava realizzando, ha scelto di chiamare ”Missione di Speranza e Carità” le sedi che andava creando perché il numero di coloro che gli si rivolgevano è andato crescendo negli anni.                                        La forza di fratel Biagio era qualcosa di concreto, non solo per la rete di solidarietà che aveva creato. Tanto che la stessa Chiesa – che non è mai molto tenera nei confronti dei movimenti spontanei che nascono al di fuori del suo ”perimetro” apostolico – gli ha dato atto di una missione compiuta che altri non avevano nemmeno osato pensato. L’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, andato a visitarlo pochi mesi fa, quando la malattia lo stava già divorando, disse di Biagio Conte: ”Siamo qui perché è colui che diventa la nostra stella, perché ci conduce all’essenziale e l’essenziale è questa via ‘altra’ che dobbiamo imboccare. Biagio, con la sua scelta di vita, scegliendo i piccoli, ci ricorda l’unica via che dobbiamo imboccare, l’altra via. Ecco perché fratel Biagio, innamorato di San Francesco d’Assisi, si è fatto povero e per i poveri, ribaltando la logica del mondo”.  Sentendo che ormai la fine era vicina, Biagio Conte ha detto ”Restiamo uniti per un mondo migliore perché insieme possiamo farcela: non muri ma ponti”. Un modo di guardare agli altri che Conte aveva ”ereditato” da san Francesco, per il quale, dopo avere abbandonato la scuola e la ricchezza, aveva deciso di mettersi al servizio dei diseredati. Tornato in Sicilia, dopo anni trascorsi ad Assisi, con l’intenzione di andare in missione in Africa, si accorse che per lui Palermo era ”l’Africa”, per i tanti poveri, per i tanti emarginati, ma anche per la malapianta della criminalità mafiosa, alla quale si oppose, proponendo un modello solidale che molti suoi concittadini non compresero immediatamente, riservandogli il giudizio negativo che si rivolge a chi va ”contro”, anche se dice di farlo nel nome di Dio. Cominciò allora a camminare, chilometri e chilometri, come un Forrest Gump della misericordia, vestito di un saio un tempo marrone e poggiandosi su un bastone, camminare e mai fermarsi perché non aveva un traguardo tangibile, perché il bene si vede, ma non si può toccare. Oggi, quando fratel Biagio ha abbandonato le spoglie terrene, il suo lascito è enorme e gravoso: le tre case che ha realizzato si chiamano Missione di Speranza e Carità, La Cittadella del povero e della speranza, La Casa di Accoglienza femminile, garantiscono assistenza a mille persone al giorno: da tre pasti a personale medico, persino vestiti. La sua opera è stata costellata da mille difficoltà e per superarle Conte ha anche affrontato prove durissime, come lunghi scioperi della fame, come proteste spettacolari pur di coinvolgere le Istituzioni nel suo visionario progetto. Su di lui si è appuntata l’attenzione della Chiesa ufficiale, tanto che sia Benedetto XVI che Francesco, nel corso di loro visite a Palermo, vollero incontrarlo. Quello che ora in molti si chiedono é se, con fratel Biagio, anche il suo sogno morirà. Forse no. Il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, sembra volere raccogliere l’eredità del piccolo missionario laico: ”La scomparsa di Biagio Conte lascia un vuoto incolmabile a Palermo e anche nelle ultime ore più drammatiche tutta la città si è stretta attorno a fratel Biagio, a testimonianza del valore dell’eredità umana che oggi ci lascia e che non dobbiamo disperdere. Resterà per me indimenticabile l’ultimo incontro di pochi giorni fa con Biagio Conte, durante il quale mi ha raccomandato di non dimenticare mai i poveri. Di fatto, un’eredità lasciata alla città. È con questo spirito che l’amministrazione e la nostra comunità devono a stare vicini alla Missione speranza e carità che continuerà a essere un punto di riferimento per Palermo anche se da oggi dovrà fare a meno del suo fondatore, della sua guida che resterà comunque fonte di ispirazione per tutti no”.

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