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Brasile: la Corte suprema mette Bolsonaro sotto indagine

La Corte Suprema del Brasile ha deciso che è necessario indagare sui comportamenti dell’ex presidente Jair Bolsonaro, per accertare un...

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La Corte Suprema del Brasile ha deciso che è necessario indagare sui comportamenti dell’ex presidente Jair Bolsonaro, per accertare un suo eventuale coinvolgimento o una responsabilità, più o meno diretta, nell’assalto di qualche giorno fa al Congresso, all’Alta corte e alla presidenza della Repubblica da parte di migliaia di suoi sostenitori. La decisione prelude all’avvio di una inchiesta di carattere giudiziario.                Il giudice Alexandre de Moraes ha accolto una richiesta dell’ufficio del procuratore generale di includere Bolsonaro nell’indagine più ampia, citando un video che l’ex presidente ha pubblicato su Facebook due giorni dopo la rivolta. Nel video Bolsonaro ha affermato che il suo successore, Luiz Inácio Lula da Silva, non è stato eletto nel rispetto delle regole, piuttosto è stato scelto dalla Corte Suprema e dall’autorità elettorale brasiliana. Nonostante il fatto che il video sia stato rimosso poco dopo essere stato postato, per i pubblici ministeri è sufficientemente indicativo della sua condotta per avviare un’azione penale preventiva. Bolsonaro ha sempre messo in dubbio la regolarità delle elezioni, ma non ha mai suffragato le sue affermazioni con fatti reali.  L’ex presidente si  è stabilito, qualche giorno prima dell’insediamento di Lula,  in un sobborgo di Orlando (in Florida), con alcuni parlamentari democratici che hanno chiesto al presidente Joe Biden a cancellare il suo visto.                                                                                                  Contestualmente in Brasile  si sta indagando su chi abbia permesso ai sostenitori radicali di Bolsonaro di prendere d’assalto le sedi del potere nel tentativo di ribaltare i risultati delle elezioni di ottobre. Si indaga, in particolare su chi ha organizzato la protesta, su chi l’ha finanziata (pagando il trasferimento dei manifestanti nella capitale) e su eventuali collusioni della polizia locale. Gran parte dell’attenzione è ora concentrata su Anderson Torres, l’ex ministro della giustizia di Bolsonaro, che è diventato il capo della sicurezza del distretto federale il 2 gennaio ed era negli Stati Uniti il ​​giorno della rivolta.  De Moraes ha ordinato l’arresto di Torres questa settimana e ha aperto un’indagine sulle sue azioni, che ha definito “negligenza e collusione”. Nella sua decisione, resa pubblica venerdì, de Moraes ha affermato che Torres ha licenziato i subordinati e lasciato il Paese prima della rivolta, un’indicazione che stava deliberatamente gettando le basi per i disordini. Un tribunale gli ha intimato di rientrare in Brasile nell’arco di pochi giorni. In caso contrario nei suoi confronti sarà emessa una richiesta di estradizione. Torres, che ha respinto le accuse e, dopo avere annunciato che avrebbe fatto rientro in Brasile per difendersi, non ha dato seguito alla sua promessa.                                                                                                                                              Ieri il ministro della Giustizia Flávio Dino ha reso noto che la polizia federale brasiliana, nel corso di una perquisizione in casa di Torres, ha trovato un documento. Si tratta, secondo Dino, di un progetto di decreto per prendere il controllo dell’autorità elettorale del Brasile, quindi con la possibilità di ribaltare l’esito del voto. Ma alcuni giuristi hanno espresso perplessità sull’utilizzabilità, come prova, del progetto che  non è firmato e del quale non si conosce la genesi.  Ma il documento “rientrerà nelle indagini della polizia, perché rivela in modo ancora più completo l’esistenza di una catena di persone responsabili degli eventi criminali”, ha detto Dino, aggiungendo che Torres dovrà spiegare la provenienza del documento.  Ieri, intanto,  in Brasile sono stati sospesi i popolari account sui social media di diverse figure di spicco della destra in risposta a un’ingiunzione del tribunale. L’ordine, emesso anche dal giudice de Moraes, è stato diretto a sei piattaforme di social media e ha stabilito un termine di due ore per bloccare gli account o affrontare multe. Gli account appartengono, tra gli altri, a un influencer digitale, uno YouTuber recentemente eletto legislatore federale, un conduttore di podcast , un pastore evangelico e un senatore eletto.

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