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La scrittura come “cura di sé”. Intervista a Sonia Scarpante

Attraverso la scrittura è possibile esplorare il proprio mondo interiore caratterizzato da pure e autentiche emozioni. Scrivere rappresenta il mezzo...

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Attraverso la scrittura è possibile esplorare il proprio mondo interiore caratterizzato da pure e autentiche emozioni.

Scrivere rappresenta il mezzo con il quale possiamo prenderci cura di noi stessi, facendo pace con le proprie “parte esiliate“, quelle parti di noi stessi con le quali non riusciamo a sentirci a proprio agio e che spesso e volentieri evitiamo. Il racconto ha un potere grandioso per la psiche perché ci permette di lasciare segni tangibili della nostra esistenza e consente di superare ombre e dubbi esistenziali.

Quando ci raccontiamo la nostra anima si esprime in piena libertà dando voce alla sua essenza e bellezza e chi legge entra in empatia rintracciando nel racconto parti del proprio essere che lo incitano a migliorarsi ed evolvere umanamente parlando. Sonia Scarpante, docente di scrittura terapeutica e presidente dell’associazione “La cura di sé” di Milano, nel suo libro “Pensa Scrivi Vivi”, Terra Santa Edizioni, ci invita ad intraprendere l’avventuroso percorso della scrittura terapeutica per affrontare con una marcia in più la frenesia e il caos che dilaga nella società odierna.  Un libro che si legge con curiosità e meraviglia ricco di spunti di riflessione, testimonianze ed esercizi creativi

In questa intervista la Scarpante ci parla del potere della scrittura terapeutica e del benessere che è in grado di apportare alla mente e all’anima.

Sonia, quanto sono importanti le parole e il raccontarsi al giorno d’oggi?

Mi occupo di scrittura terapeutica, la scrittura intesa come cura e conoscenza di sé dal 1998, dopo aver incontrato la malattia oncologica e aver costruito un lavoro interiore importante e legato alla scrittura, intesa come memoria del sé. Sono presidente dell’associazione “La cura di sé” (www.lacuradise.it), i cui soci onorari sono lo psichiatra Eugenio Borgna e lo psicoterapeuta Massimo Recalcati. Proprio dai loro libri si evince quanto la parola possa essere elemento di costruzione e di cura. La scrittura terapeutica è uno strumento efficace per imparare a conoscere la bellezza dell’interiorità e il mistero che l’avvolge. Attraverso la parola scritta vengono messe a nudo le emozioni, le fragilità e la forza che ne scaturisce, dipanando i nodi che la compongono, e la sua condivisione, permette un’ascesi verso la guarigione, un percorso verso l’accettazione, e la fioritura di una consapevolezza nuova, dove è possibile riuscire a collegarsi con il proprio centro, aumentando lo stato di benessere e una qualità di vita supportata da un buon equilibrio mentale.

Le parole vanno ritrovate e ricostituite perché senza linguaggio emotivo siamo sempre più persi, impoveriti dalla mancanza di legami fondanti e di crescita. I giovani nelle classi ci insegnano quotidianamente come sia forte il bisogno di connettersi con la propria individualità, il proprio sentire che, se viene castrato, non permette una crescita equilibrata e collettiva. La scrittura e la forza della parola permettono questa aderenza all’interiorità e alla sacralità del tutto, dove ci si scopre nel mistero profondo che ci abita, ma anche nell’unità della condivisione che mette in risalto una sacralità dell’appartenenza. Ma non solo. Gli stessi adulti esprimono il desiderio e il bisogno di specchiarsi nell’altrui narrazione attraverso la parola, per imparare a fare trasparenza nelle loro fatiche, per rispecchiarsi in chi ha un tracciato simile di vita e per crescere in una comunità che dovrà essere sempre più definita la comunità di destino, perché le appartenenze sono tante, le corrispondenze reciproche maggiori di ciò che immaginiamo. Oggi più che mai diventa fondamentale imparare a costruirsi attraverso la narrazione reciproca e le esperienze raccolte ce lo confermano costantemente.

Come e in che misura la scrittura ci aiuta a connetterci con la nostra anima?

Per rispondere a questa domanda prendo ad esempio chi ha anticipato i tempi della scrittura terapeutica: W. Pennebaker. Lui ha gettato le basi per l’uso della scrittura come strumento terapeutico, e in tal modo ha aperto nuove strade nel campo della salute mentale e del benessere. James W. Pennebaker era Professore emerito di psicologia all’Università del Texas ad Austin. Questo suo interesse verso la bellezza della cura insito nella parola è nato durante la carriera, mentre esplorava le connessioni che legano il linguaggio alle emozioni al benessere. Quale obiettivo si era prefissato? Creare un metodo che potesse consentire alle persone di esprimere sé stesse con autenticità e che la scrittura potesse essere strumento liberatorio di pacificazione del soggetto. Con lui si anticipano i tempi e si parla di scrittura emotiva, attraverso i suoi studi pionieristici i risultati raggiunti sono stati sorprendenti: coloro che avevano partecipato all’esercizio di scrittura hanno mostrato miglioramenti reali per quanto riguarda il benessere emotivo e fisico. Con questo studioso si parlava già di ricostruzione narrativa, perché attraverso una rielaborazione delle esperienze vissute, il soggetto inizia a vedersi, riconoscersi e ad attribuire nuovi significati alla memoria e alle proprie fragilità.

L’anima, lo sappiamo, nell’accezione più generica, è il principio vitale dell’uomo, la parte immateriale che lo costituisce. Questa parte, nel concetto filosofico, è origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della coscienza morale. La parola ci conduce più strettamente verso queste nostre appartenenze e ci aiuta a fare chiarezza nella nostra interiorità, dandoci un senso di serenità e di appagamento. Le parole hanno una funzione rigeneratrice e vanno manipolate con cura e gratitudine perché bisogna anche sapere sempre contenerle con rispetto e fiducia. Attraverso l’uso benefico delle parole possiamo accedere più facilmente alle zone di luce e di ombra che costituiscono la nostra anima.

Quando hai cominciato ad approcciarti a questo ambito?

Ho iniziato a scrivere in quel lontano 1998, dopo aver vissuto il periodo più difficile della mia vita dal punto di vista emotivo e aver incontrato sulla mia strada, sei mesi dopo quella intensa sofferenza, la malattia oncologica. Fino ad allora esercitavo la mia professione come architetto, avevo una bambina di nove anni e sposata ad un medico chirurgo. Appena mi è stata comunicata la diagnosi dai medici ho avvertito come uno scollamento in me, una disfunzionalità. Percepivo che non ero stata come avrei voluto essere, che era mancata quell’autenticità che poteva farmi sentire più vera e appropriata con il mio sentire, maggiormente con le relazioni affettive. Era mancata una parte di me sostanziale e la malattia in quei giorni poneva nuovi interrogativi e necessità impellenti. Ho vissuto da subito la scrittura compulsiva, quel getto irruente che ti trascina quasi oltre la tua dimensione, dove i tempi della mente erano mal sincronizzati sui tempi della scrittura; spesso il getto irruente della scrittura sembrava anticipare il tempo del pensiero. È nata così la prima lettera a cui ne seguiranno tante altre: uno scritto indirizzato ad un medico perché proprio con lui era mancata la parola, quella protezione sana che ogni paziente dovrebbe costruire per comunicare il proprio sentire, le fragilità di quel momento di sperdimento che prima o dopo incontriamo tutti nella vita attraverso una malattia o stati diversi di sofferenza. E da quel primo scritto è nato il desiderio di ripercorrere tutta la mia vita attraverso la forma epistolare: lettere indirizzate alle persone care della famiglia per imparare a sanare, a riconciliarsi e a risolvere un vecchio senso di colpa. La sensazione è come essere andata in analisi attraverso la forza della scrittura, perché i sentimenti si snodavano, le emozioni arrivavano quasi cogliendomi di sorpresa e percepivo il senso di leggerezza man mano che il lavoro sull’interiorità progrediva.

Da allora sono nati ben 16 testi, una metodologia registrata, un progetto che è entrato nelle strutture sanitarie, nelle case circondariali di Milano, nelle Scuole di diverso grado, una formazione continua attraverso Master in scrittura terapeutica e una Associazione importante che si rifà al grande concetto filosofico di Socrate… conoscersi per curarsi: “La cura di sé “.

C’è un’età prestabilita per cominciare un percorso di scrittura terapeutica?

Per attivare il potere terapeutico della scrittura non serve scrivere bene e chiunque di noi, dai più piccolo al più grande, dal più giovane al più anziano ne può usufruire. La scrittura è legata alla trasformazione, cifra costante dell’esistenza ed essa sa calarci nel potere creativo che abita la sofferenza, nella rigenerazione a partire dalla ferita. E mi chiedo, in sincerità, se qualcuno di noi sia esente dalle sofferenze della vita. Non lo credo, e quindi allo stesso modo la scrittura che ci chiama alla Cura di sé può appartenere a tutti e farsi strumento di sapienza collettiva. Attraverso le lettere e lo scrivere a mano riusciamo a connetterci con i nostri stati d’animo, e il segno che traspare da ogni scritto ci aiuta ad evidenziare che la scrittura accede alla psiche più di quanto crediamo. La scrittura manuale è strumento catartico e vitale, ed è essenziale per i nostri tempi e per le nuove generazioni farla diventare pratica formativa. Deve diventare pratica e humus vivendi accessibile a tutte le categorie della nostra società e bisogna riuscire ad insegnare alle nuove generazioni che cosa si deposita dietro la parola Cura, che cosa si cela nelle contraddizioni generazionali, e nulla ha tanto valore quanto la testimonianza che ne celebra sperdimenti e assestamenti. Il bisogno che si evince anche da giovani, di entrare nel sé è veramente alto e non più rimandabile e sta a noi adulti lavorare a quel desiderio che li anima.

Cosa significa per te insegnare la scrittura terapeutica?

In “Essere e Tempo” Heidegger identifica la Cura come la condizione che permette la possibilità di tutte le modalità dell’Esserci di essere nel mondo. Nella sua opera, Heidegger afferma che la cura, in tedesco Sorge, è dal punto di vista filosofico, una categoria essenziale della vita dell’essere umano, la cura assume una valenza ontologica, costitutiva e consustanziale all’essere. L’esserci degli uomini è un ente in perenne ricerca di direzione di senso, sobbarcato dal peso di vivere e portatore di quel sentimento di cura, che Heidegger chiama angoscia, (intesa come condizione solitaria dell’uomo). E da allora come può l’uomo incontrare l’altro ed essere riconosciuto? Heidegger sostiene che l’autentico incontro con gli altri umani avviene solo nelle modalità positive della cura. Ed a mio avviso, la cura di sé diventa inevitabilmente cura dell’altro, ed è l’unica risposta possibile per trovar rimedio alle fatiche e al dolore della vita. Fermarsi dentro sé stessi, farsi testimoni, questo è l’invito più coraggioso, rivoluzionario, che noi possiamo fare; imparare il tempo dell’attesa, lo spazio dell’ascolto autentico e temerario della nostra interiorità, per conoscere e riconoscere la nostra identità di uomini e donne. La struttura della nostra identità nasce da un intreccio fra la memoria del nostro passato e l’immaginario del nostro futuro. Ma ciò che nel presente le dà corpo è il suo riconoscimento da parte degli altri. Per essere autenticamente noi stessi abbiamo bisogno di testimoni, di farci noi stessi testimoni dell’esistenza. Solo così potremo avanzare ed evolvere.

Nei master condotti da te e nei laboratori lavori con diverse tipologie di persone che tipo di riscontro stai avendo dalle nuove generazioni?

I progetti che porto avanti, aiutata da alcuni facilitatori che hanno frequentato i miei Master, tramite il metodo legato alla scrittura terapeutica, ci stanno dando inimmaginabili gratificazioni umane, dove si reperisce anche un senso nuovo delle vite che andiamo ad incontrare e con cui si costruisce il colloquio dell’anima. I giovani sono la grande forza su cui dobbiamo investire per sanare questa loro fatica generazionale che fa sentire le sue asperità attraverso sintomi del corpo ormai inequivocabili. Su di loro dobbiamo avere il coraggio di scommettere assumendoci la responsabilità dell’agire e di mettersi al servizio per creare condivisione e riconoscimento. Queste sono realtà che vanno costruite dando loro fiducia e mai sminuendo la loro identità. Umiliando i giovani e le loro capacità andremo sempre più incontro a disastri generazionali dimenticando quelle appartenenze giovanili che sono state anche nostre con tutti i dubbi e gli interrogativi che ne facevano parte. Sembra quasi che nell’oblio facciamo cadere anche quella fase della nostra vita che oggi è loro, dimenticando ciò che siamo stati e i turbamenti emotivi che ci abitavano. Riconoscere in loro questa realtà significa imparare a far pace anche con le nostre memorie e non a rigettarle come se fossero diventate simulacri dell’esistenza. Riparare al danno significa trasformare la sofferenza in capacità individuale (Recalcati), in capacità evolutiva e in virtù. Nel mio ultimo testo “Pensa Scrivi Vivi. Il potere della scrittura terapeutica” Giulia, una ragazza di tredici anni che mi ha seguita nel corso di scrittura in classe, ci insegna molto, anche della nostra stessa esistenza e in lei possiamo rispecchiarci con autenticità.

 Quali consigli daresti a chi vuole iniziare un percorso di scrittura terapeutica?

Inizierei proprio da una riflessione che potete trovare sul mio ultimo testo: “Pensa Scrivi Vivi”.

…Come ti chiami? Da dove ha origine il tuo nome? Comincia da qui. Hai mai provato a scrivere una lettera? Hai mai tentato di rivolgerti a quel “me stesso” in cui è possibile trovare alchimie feconde di conoscenza e spazi mirabili di virtù? Il nostro viaggio parte proprio da quell’ “a me stesso”, perché in fondo tutti noi abbiamo bisogno, a volte, di riprendere in mano la nostra vita e di rivederla con un certo distacco, per provare a fare ordine, rimettere insieme i pezzi. È un “ a me stesso” antico, ma mai trascurato da chi ha costruito la nostra storia: come Marco Aurelio, ad esempio, o il filosofo Schopenhauer. che tanto hanno approfondito quell’ “a me stesso”, anche in virtù delle relazioni che hanno costruito coi loro simili.

È un “a me stesso” su cui è possibile lavorare, fecondo di doni importanti su cui fare affidamento per dare una svolta alla tua vita. Dovrai solo calarti in te stesso, assecondando gli slanci dell’anima.  Con fiducia e coraggio. E se a volte ti costerà fatica, non arrenderti, perché la fatica è il sale della terra, il cristallo magico che riaccende l’interiorità. La fatica sa sempre generare processi di crescita rendendo le relazioni appaganti. Ti chiedo di non aver paura, di scegliere – per questo viaggio sulle ali della scrittura terapeutica – una penna che sia in linea con il tuo modo di essere, a volte panciuta e robusta, altre volte smilza e morbida al tatto. Sceglila fra tante e sentila come l’alleata che a tratti consumerà le tue forze e a tratti ti renderà audace. Conducila con brio senza chiederti dove ti guiderà e verso quali nuovi mondi ti farà approdare. Nella scrittura che guarisce scoprirai uno spazio fecondo e nuove curiosità del tuo essere, scoprirai nuovi territori interiori che non hai mai osato raggiungere, territori persino ancestrali. Insieme alla penna preparo un quaderno. Sarà la parentesi di protezione…”

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