NEWS > 24 Novembre
DUEMILA23

Il prezzo della libertà in un “amore disfunzionale”. Intervista a Samuela Salvotti

Sempre più numerose sono le donne che nel corso della propria esistenza vivono sulla propria pelle un amore disfunzionale che...

IN QUESTO ARTICOLO

Sempre più numerose sono le donne che nel corso della propria esistenza vivono sulla propria pelle un amore disfunzionale che credevano fosse quello giusto perché intriso di romanticismo, attenzioni, affetto incontrastato.

Sempre più numerose sono le donne che nel corso della propria esistenza vivono sulla propria pelle un amore disfunzionale che credevano fosse quello giusto perché intriso di romanticismo, attenzioni, affetto incontrastato.

Quando un amore è disfunzionale non ci si sente più padroni della propria vita. Una parte di noi lentamente muore sino ad annullarsi. Purtroppo in una società patriarcale come la nostra si è sempre più convinti che la donna debba essere protetta dall’uomo come se da sola non bastasse, come se senza una donna non possa raggiungere quella serenità e felicità tanto agognata contando su sé stessa, sulle sue capacità e competenze. Ed è così che si rischia di perdere la cognizione dell’amore sano, quello che ti consente di essere te stessa e che contribuisce a valorizzarti e a migliorarti ogni giorno di più.

L’amore malato inevitabilmente può renderci delle vittime e al tempo stesso delle carnefici. È che succede a Francesca, la protagonista de Lo stalker il romanzo di Samuela Salvotti, edito da Santelli, che dopo vent’anni si rende conto di essere “prigioniera” in un “castello dorato” creato da Tommaso, uomo dell’alta borghesia, bellissimo, sicuro di sé e affabile con tutti che la riempie di attenzioni soffocanti. Nessuno immaginerebbe che Tommaso sia completamente ossessionato da Francesca, tanto da tramutarsi in un vero e proprio stalker. Tutti infatti sono completamente ammaliati e soggiogati dal suo fascino, le sue maniere eleganti e gentili. Ed è così che Francesca da vittima si trasforma in carnefice perché per conquistare la sua libertà di donna è costretta ad ucciderlo. 

Il prezzo da pagare per la sua libertà sarà il carcere dove Francesca conoscerà la direttrice e altre compagne di prigionia con le quali si instaureranno dei rapporti significativi intessuti da dialoghi che faranno riflettere il lettore. Grazie ad una narrazione minimalista e al tempo stesso tagliente la Salvotti ci guida nel mondo delle relazioni difunzionali in maniera inedita e davvero originale. Da sottolineare è l’autoironia della protagonista che affronta la dura vita in carcere con il suo carattere “malincomico” che farà commuovere e al tempo stesso ridere il lettore.  Un romanzo scritto ad arte che delinea le mille sfaccettature dell’animo umano rivelandone punti di forza, debolezze e fragilità con un umorismo esemplare e che lascia il segno.

Di amori disfunzionali, di libertà e di umorismo conversiamo in questa intervista con Samuela Salvotti.

Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo che affronta la tematica degli amori disfunzionali in maniera inedita?

Ho notato che moltissime donne che decidono di troncare un rapporto amoroso, hanno grosse difficoltà, spesso. Molte per mesi e mesi subiscono fastidi e ricatti. Alcune per anni. Altre, purtroppo, vengono uccise. Era di questo che volevo parlare: il mio romanzo anticipa il comportamento che può sfociare nella violenza. Sarebbe stato troppo facile descrivere un disfunzionale che uccide, scrivere solo il fatto di cronaca, volevo descrivere quello che succede prima.

 Francesca, da vittima si trasforma in carnefice a causa di Tommaso, il classico uomo narcisista ed enigmatico. Secondo te perché questo tipo di uomo suscita così tanto interesse da parte dell’animo femminile?

Abbiamo introiettato il “modello di accudimento maschile”, spesso trattiamo i nostri compagni con un’accondiscendenza eccessiva, come se fossero i nostri figli. Inoltre è difficile essere insensibili a frasi come “Non vivo senza di te!” o “Se mi lasci, soffrirò per sempre!”. È un romanticismo ipocrita, può essere tollerato detto in pieno trasporto amoroso, ma mai detto seriamente e, peggio, con violenza: il pericolo è che possono crederci anche gli uomini a quello che dicono.

Colpisce molto la psicologia della protagonista Francesca che affronta l’esperienza del carcere con autoironia. Che ruolo ha l’umorismo e l’autoironia nell’esistenza?

Che belle le donne quando ridono di sé! Quanto amo l’amicizia femminile intrisa di ironia sui nostri capelli spettinati, sulle nostre debolezze in cui cadiamo sempre, sui nostri figli, sul partner, sui genitori… L’ironia ci aiuta ad allontanare la realtà che così diventa relativa.

Francesca brama una vita da “donna libera” da Tommaso. Ma per raggiungerla dovrà pagare un alto prezzo, quello del carcere. Qual è il tuo concetto di libertà in quanto donna. Ed esiste davvero un prezzo da pagare per raggiungerla?

Siamo in una società di individui soli. La libertà c’è, basta stare da soli. I problemi si complicano quando vogliamo vivere l’affettività, quindi con il nostro compagno, con i figli, con i genitori… Non ci hanno insegnato a condurre un rapporto, a gestire un conflitto, ad amare davvero senza possesso. Dobbiamo imparare da soli ad amare. Noi donne ci proviamo a capire. I corsi serali di psicologia sono sempre pieni di donne. Cerchiamo di capire, davvero, come funziona l’amore e può capitare anche di capire che non si vuole più stare in una condizione affettiva negativa. Ecco, è allora che possono nascere dei problemi. Ma se si è avuto un buon rapporto sano, pieno di dialogo e con il suo distacco giusto, anche questa fase diventa più facile. La libertà è fare qualcosa per l’altro con piacere, per me. Se non c’è la voglia, l’amore o la gioia di dare, è meglio essere soli, secondo me.  

Nel narrare l’esperienza del carcere di Francesca hai avuto qualche difficoltà?

Sono stata a Bollate, dentro, c’è un ristorante aperto al pubblico gestito dai carcerati. È un’esperienza che consiglio: apertura dei cancelli di ferro, dopo che se n’è chiuso un altro alle proprie spalle, la perquisizione iniziale… Insomma già sentire l’aria del carcere è davvero un’esperienza scoraggiante a fare reati. Io, come tanti che scrivono, ho utilizzato l’emozione che ho vissuto. Poi mi sono documentata, ma in un romanzo non ci si deve accorgere della parte tecnica, bisogna essere non veri, ma simil-veri, credibili.

C’è un personaggio di questo romanzo al quale sei affezionata rispetto agli altri e perché?

Lo stalker di questo romanzo non è cattivo: è vittima. Basta odio! mi sono detta. Non c’è bisogno di calcare il tono su un narcisista patologico, è lui il primo a essere vittima di se stesso: distrugge, certo, ma per prima se stesso. Chi leggerà non proverà fastidio e dolore per questo signore tremendo che ha chiuso in una gabbia dorata una donna per vent’anni. Ma il personaggio che più sento e che vorrei frequentare è la direttrice del carcere: bella, potente e di cultura, sta solo nel piacere, un piacere intelligente, quindi è sempre sincera, non ha altro scopo che ascoltare e capire, se ha voglia di farlo. Un’amica così sarebbe ideale per me. Mi piacciono le donne un po’ egoiste, senza sdolcinature, donne mentali, dirette, sincere, inattaccabile dalle sovrastrutture patriarcali e soprattutto non troppo emozionabili. Lo sono già io.

Che messaggio lasceresti alle donne che a causa di rapporti disfunzionali non sono libere?

Quando si casca dentro a queste situazioni sono davvero guai grossi: ci saranno molte amiche che non capiscono, molti che non vedono cosa stia succedendo. Le forze dell’ordine, se non hai un coltello al cuore, non possono intervenire. Insomma essere vittima di un narcisista o di un manipolatore sentimentale è davvero un incubo: bisogna farcela quasi da sole. Consiglio di lasciare queste persone con molta delicatezza, piano piano, aggiungendo qualcosa ogni giorno, impiegandoci tanto tempo, anche anni se serve a sopravvivere. Non mi vergogno a dire che io stessa ho impiegato, quasi sempre, due o tre anni per risolvere relazioni importanti finite e non frequentavo persone disfunzionali.

A chi consigli la lettura de Lo Stalker?

Sarò provocatoria, consiglio la lettura del mio libro ai pigri che però vorrebbero capire chi è il narcisista patologico. Pigri perché io non ho fatto un noioso trattato di psicologia, ma ho creato immagini, continue immagini, storie nelle storie, poesia dove ho potuto, ho fatto piangere e ridere dove sono riuscita, come dovrebbe fare uno scrittore. Il compito di un artista è quello di pre-digerire un concetto e offrirlo con il massimo piacere per chi lo scrive e dovrebbe corrispondere a un grande piacere per chi lo legge. Alla fine, vorrei che il mio lettore mi dicesse: mi sono divertito e, inoltre, l’immagine di uno stalker psicologico mi rimarrà sempre dentro.  

CONDIVIDI

Leggi Anche