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Intervista alla scrittrice, Monica Becco

Interviste di Italiani news Scrivere è un grande atto d’amore in cui si fondono tanti doni, tutti convergenti in quei...

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Interviste di Italiani news

Scrivere è un grande atto d’amore in cui si fondono tanti doni,

tutti convergenti in quei tanti segni che, per convenzione,

formano le parole, le frasi, le storie.

Monica Becco

Ci sono diversi modi per giungere alla scrittura: c’è chi utilizza la pura fantasia immedesimandosi in luoghi o persone mai realmente esplorati; e poi ci sono scrittori che hanno saputo unire la loro formazione professionale alla loro passione, questo è il caso dell’ospite di oggi.

Nella scrittura non riporta solo la sua indole narrativa, la sua sensibilità, ma complice il suo lavoro di formatore riesce a carpire nei suoi personaggi i lati caratteriali meno visibili, quelle peculiarità umane che solo un occhio attento e preparato può cogliere. Mette a frutto le sue esperienze sul campo, portando al lettore testi in cui la storia viene unita ad un accorto esame dei protagonisti di cui va narrando. La sua preparazione le permette di esplorare a fondo ogni personaggio di cui racconta, donando ai suoi scritti anche una valenza formativa.

Vent’anni di scrittura in cui ha pubblicato 5 romanzi e 2 saggi. Nei suoi libri ama entrarci in prima persona, viverli. Della scrittura dice: “Scrivere è un grande atto d’amore in cui si fondono tanti doni, tutti convergenti in quei tanti segni che, per convenzione, formano le parole, le frasi, le storie. Sono doni che la storia regala a chi la scrive, prima di tutto, e poi a chi la legge. Sono doni che chi scrive porge alla storia, affinché diventi viva; ai personaggi, che riescono a muoversi in quella storia diventandone indiscussi protagonisti; a chi legge, facendolo entrare in un mondo parallelo ma altrettanto reale di quello in cui vive quotidianamente”. Condivido appieno il suo pensiero e sono proprio curiosa di conoscerla meglio.

Innanzitutto, ti ringrazio di essere qui e ti chiedo: cosa ti ha spinto ad intraprendere questa professione?

Grazie a te per avermi invitata. Questa professione, che personalmente definisco più che altro una passione, è nata da sola, senza bisogno di chiedermi il permesso. Sin dall’adolescenza amavo scrivere brevi racconti, fiabe, diari… Per me la scrittura è sempre stata una forma di rigenerazione profonda della mente e dell’anima. Col passare del tempo, e anche grazie alle tante letture che ho divorato e che continuo instancabilmente a divorare, ho sviluppato il desiderio di scrivere qualcosa di più articolato e complesso di un racconto, e così, vent’anni fa, è nato il mio primo libro.

“Formatrice e coach sullo sviluppo della persona”. Ti va di spiegare ai nostri lettori in che consiste?

Se chiedi a chi fa il mio stesso mestiere di darne una definizione, ti può capitare di sentire spiegazioni non esattamente identiche perché esse nascono da ciò che ognuno mette in questo lavoro. Per me significa guidare e sostenere le persone nel loro percorso evolutivo verso una loro maggiore consapevolezza del loro stesso valore, per poterlo sfruttare al meglio e riuscire a raggiungere obiettivi e stati di benessere che, talvolta, non ritengono neppure avvicinabili. La differenza poi tra i due termini “formazione” e “coaching” per me risiede solo nell’inserire queste dinamiche e questi approcci all’interno di giornate di formazione in aula o in un vero e proprio percorso di coaching individuale; ovviamente, quest’ultimo è “cucito su misura” in base alle esigenze della specifica persona.

C’è un’esperienza in particolare di cui ti sei sentita davvero soddisfatta sia a livello umano che professionale?

Ho avuto la fortuna di vivere molte esperienze di questo genere durante i tanti anni di attività. Le più belle sono quelle in cui ho aiutato persone a svoltare nel loro percorso di vita e di carriera, quando ho sostenuto scelte difficili e coraggiose di donne che si sono emancipate da relazioni con compagni violenti, quando ho guidato giovani a sviluppare la loro autostima per affacciarsi con il migliore atteggiamento mentale al mondo del lavoro.

Hai un autore o autrice che ami particolarmente?

Questa è una delle domande più difficili a cui rispondere. Non riesco a identificare un autore o un’autrice a cui assegnare la corona d’alloro. Amo particolarmente i classici della letteratura russa e francese; li ho letti e mi piace rileggerli per trovare sempre spunti e pensieri nuovi. Mi piacciono poi altri autori come Daniel Pennac, Gabriel García Márquez, Isabelle Allende e tanti altri che non nomino per non diventare noiosa. Accanto a questo elenco, voglio sottolineare un’opera e un autore che per me sono stati e sono fonte di grandi riflessioni: “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.

Tra i tuoi tanti lavori letterari mi soffermo sul tuo saggio “Notre Dame de Paris: oltre il palcoscenico” nato al termine di un percorso di studio e analisi condotto all’interno della compagnia teatrale dell’omonimo spettacolo. Come è nata questa esperienza?

“Notre Dame de Paris: oltre il palcoscenico” è stato il mio primo libro e posso definire questa esperienza come il risultato di un’epifania. Volevo da tempo scrivere un libro sulle dinamiche e l’organizzazione di un gruppo complesso, e lo volevo fare partendo dallo studio di una situazione reale. Una sera di fine novembre del 2002 mi trovavo a Roma per lavoro e andai a vedere per la prima volta lo spettacolo “Notre Dame de Paris”. La ricchezza delle coreografie, la bravura degli artisti, la sincronia perfetta di ogni movimento sul palco mi fecero decidere lì, in quel preciso momento, che avrei voluto vivere con quella compagnia teatrale e parlare di quelle persone per sviluppare il mio saggio. Il 5 marzo dell’anno successivo iniziava la mia avventura all’interno di quella squadra straordinaria; sarebbe durata fino a settembre, per dare poi alle stampe il libro che fu pubblicato alla fine dell’anno. Era novembre 2003. Sintetizzare quel periodo di vita è un’impresa ardua. Voglio esprimerlo con quattro parole: crescita, accoglienza, emozioni, soddisfazione.

Quali emozioni hai vissuto in questo percorso, un aneddoto che ti porti nel cuore?

Nel cuore mi porto tanti ricordi belli e importanti: la tensione e il timore reverenziale di quando ho incontrato e ho intervistato Riccardo Cocciante; la condivisione dell’adrenalina che si respirava e che si poteva quasi toccare dietro le quinte, all’Arena di Verona, in occasione della diretta RAI; la festa, tutti insieme, per celebrare i primi due anni di vita del musical (l’anno scorso hanno superato i vent’anni di repliche); gli scherzi e l’allegria delle cene al catering prima dello spettacolo; la professionalità dei momenti di prova e di feedback con il regista e i preparatori artistici… Mi porto soprattutto i nomi di alcuni amici che per me sono rimasti.

 Ricordiamo ai nostri lettori la trama di questa opera scritta nel lontano 1831 da Victor Hugo. Parigi (1482) è invasa da Gitani che chiedono solamente asilo. Frollo, l’arcidiacono di Parigi incarica Febo di cacciarli. Febo, nonostante sia fidanzato con Fiordaliso, incontra Esmeralda, dalla bellezza divina e se ne invaghisce. Anche Frollo e Quasimodo si innamorano, ognuno in modo diverso, di questa zingara. Frollo chiederà a Quasimodo, campanaro storpio, famoso per essere deforme, di rapire la bella Esmeralda. Quasimodo sarà l’unico ad amare realmente Esmeralda, quest’ultima però si innamorerà di Febo, ma non sarà mai completamente ricambiata. Tutti abbiamo amato il personaggio di Quasimodo riportato alla ribalta nel film della Disney con “Il gobbo di Notre-Dame”; una figura sempre attuale in cui la bruttezza fisica viene derisa perché non si va oltre a ciò che si vede. Nella tua esperienza di formatrice, quali consigli daresti ad un tuo cliente che è frenato nel lavoro, nel sociale, per il suo aspetto fisico?

Nel mio lavoro non do consigli. Il mio ruolo è quello di accompagnare la persona nello scoprire le proprie qualità e le proprie potenzialità per raggiungere la forza e l’equilibrio necessari per accettarsi per ciò che si è, con le proprie caratteristiche, e far diventare tutte queste i punti di partenza del percorso verso il benessere, il successo, la piena realizzazione di sé.

Per il tuo Saggio “Notre Dame de Paris: oltre il palcoscenico. Analisi e studio dei comportamenti commerciali e organizzativi e delle relazioni in un gruppo complesso” hai ricevuto un premio letterario. Qual è stata la motivazione della Giuria?

Ti devo dire la verità. Non ricordo esattamente la motivazione che era riportata sulla lettera che ricevetti un venerdì pomeriggio dell’ottobre 2004. Alla premiazione mi consegnarono una bella targa cesellata da un artista orafo. Poi, nell’agosto del 2014, vennero a trovarmi a casa i ladri e si portarono via lettera e targa. Mi rimane una bella foto che tengo come ricordo. In ogni caso, la motivazione spiegava che il premio del concorso letterario “Un libro per lo spettacolo” mi era stato assegnato per la valenza formativa che avevo assegnato al lavoro invisibile che c’è dietro ogni forma di spettacolo e per come avevo valorizzato tutti i ruoli che lo rendono possibile.

In questi vent’ anni di carriera letteraria hai pubblicato cinque romanzi e due saggi; a quale tra questi sei più legata e se sì, perché?

Quando termino di scrivere un libro, ho la percezione che sia il mio preferito. Così è accaduto anche questa volta, quando ho scritto l’ultima parola del mio romanzo “Quel che so della mia vita”. Penso però che in questa storia ci sia molto di me, ancorché la storia – come tutte le storie che ho scritto sino ad ora – non sia autobiografica. Sarah, la protagonista, la sento molto vicina alla mia anima, alle mie idee, ai miei valori, al mio temperamento; le sono perciò molto affezionata. Inoltre, gran parte della vicenda è ambientata a Parigi, una città che adoro, alla quale sento di appartenere anche se vi ho sempre solo soggiornato come turista.

Come hai anticipato è uscito da poco il tuo nuovo romanzo “Quel che so della mia vita”, ti va di approfondire?

È la storia di Sarah Melamed, una stilista di fama mondiale, che viene narrata, alla soglia dei suoi novantanove anni (siamo nel 2019), attraverso le parole di Paul, un misterioso ed enigmatico personaggio. Lei si trova in una casa di riposo di gran lusso a Parigi, ma è nata a New York da genitori ebrei. Lì cresce e vive con le sue sorelle (di cui una adottata) fino a metà degli anni ’50, quando si trasferisce a Parigi. È una storia a grande connotazione femminile; infatti, insieme alla vita di Sarah, si dipanano anche le storie delle sorelle: Esther, la più grande, che diventa una firma importante del giornalismo; Leah, la seconda, che pur se laureata, ha preferito essere moglie e madre; ed Emily, coetanea di Sarah, che diventa pianista di successo. Anche la sua famiglia è tutta al femminile: figlie e nipoti femmine che entreranno nella vita della Maison. “Quel che so della mia vita” è perciò un libro che racconta la vita di una donna, ma anche la vita della società in un arco di tempo di oltre cento anni, attraverso uno dei testimoni più affidabili e iconici di ogni tempo: la moda. La moda, che non racconta solo di scelte stilistiche ed estetiche, ma anche di cultura e del livello di sviluppo, di benessere e di civiltà di un popolo; la moda, che è tutt’altro che effimero orpello della nostra vita; è la carta d’identità della storia. La vicenda è riportata in modo sequenziale, interrotta talvolta da un ritorno al presente in cui Sarah fa qualche riflessione sulla vita insieme a Paul a cui, come ho detto, spetta l’onere della narrazione del racconto.

Gianni Versace diceva: “Non seguire i trend. Non lasciare che la moda ti possieda, sii tu a decidere chi sei, ciò che vuoi esprimere nel modo in cui vesti e il modo in cui vivi.”  Una tua considerazione?

Sono assolutamente d’accordo. I nostri abiti parlano di chi siamo; o almeno così penso che dovrebbe essere. Quando copiamo stili che non ci appartengono, è come indossare la maschera di qualcun altro. Nella mia professione di coach, guido le persone a trovare la loro personale essenza, e ciò passa anche attraverso la scelta del proprio modo di interpretare la moda.

Se dovessi definirti in una sola parola, quale sarebbe e perché?

Un aggettivo su cui mi impegno costantemente per potermi riconoscere è libero. Libera di vivere la mia vita, di pensare con la mia testa, di esprimere ciò che penso e ciò che provo, di stare con le persone che mi piacciono, di fare ciò che mi appassiona; libera anche di non piacere a tutti e di lasciar andare chi e cosa non è in sintonia con i miei valori. Devo dire che, dopo anni di lavoro su di me, riesco a essere e a sentirmi libera nella maggior parte della mia vita. La libertà, ovviamente, non è però sempre gratuita.

Progetti futuri?

Sto ancora elaborando il lutto del distacco da Sarah, la protagonista di “Quel che so della mia vita”, quindi, per il momento, ancora nessun nuovo romanzo a cui pensare. Sto lavorando a un libro (non so se posso chiamarlo “saggio”) più inerente alla mia professione; lo voglio intitolare “100 grammi di paura e un pizzico di pigrizia – Ricette veloci per creare aziende tristi e perdenti”. Parte da alcune eccentriche e ironiche ricette di “cucina manageriale” per sviluppare temi utili a chi è, o vuole diventare, leader. Tanto per darti un’idea, ti anticipo i titoli di due di queste ricette: “Quiche di pseudocomunicazione gratinata all’ascolto distratto” e “Rotolo di delega ai quattro formaggi su base di controllo stravecchio”.

 Mi colpisce questa tua affermazione, “M’infastidisco un po’ quando mi chiamano scrittrice!”. Perché?

Mi infastidisco in generale quando si fa confusione tra l’identità di una persona e la sua professione. Non mi sento una scrittrice, così come non mi sento un coach o una formatrice. Sono queste le attività che svolgo professionalmente con impegno e grande passione, ma Monica è qualcuno di più complesso.

Parli della scrittura come “dono”. Da dove giunge secondo te?

Ritengo che ogni possibilità che noi umani abbiamo di esprimere noi stessi attraverso qualsiasi forma di comunicazione sia un dono immenso da condividere il più possibile con i nostri simili. Per me scrivere è un modo per donare, a chi m Ti vuole leggere, non solo storie, pensieri e idee, ma il mio cuore e la mia anima.

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