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Depressione post- partum, come riconoscerla e superarla. Intervista alla Dottoressa Martina Migliore

Diventare genitore è un’esperienza che comporta diversi cambiamenti che riguardano inevitabilmente il proprio stile di vita. È caratterizzata da emozioni...

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Diventare genitore è un’esperienza che comporta diversi cambiamenti che riguardano inevitabilmente il proprio stile di vita.

È caratterizzata da emozioni intense e spesso contrastanti. A cambiare è il rapporto di coppia e il senso di responsabilità nei confronti della famiglia che si è creata. Questo nuovo bagaglio emozionale, che in alcuni casi risulta difficile da gestire, sommato a fattori fisici, ambientali, e psicologici possono provocare uno stato di malessere fisico e psicologico in cui è sovrano un senso di disagio nei confronti del nuovo ruolo di ci facciamo carico.

Questo stato di malessere e disagio può sfociare in una vera e propria forma di depressione chiamata baby blues o depressione post – partum. Secondo l’istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva e l’Istituto Superiore di Sanità colpisce il 10 % dei neogenitori nell’arco dei dodici mesi successivi al parto. Non riguarda solo le neo mamme ma anche i neo papà.

Per fare chiarezza sull’argomento abbiamo intervistato la Dottoressa Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e Direttrice Formazione e Sviluppo di Serenis, piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato.

Che cosa si intende per depressione post partum?

Si tratta di una condizione clinica caratterizzata da un episodio depressivo che si verifica entro le prime quattro settimane dal parto. I sintomi sono molto simili a quelli della depressione classica e si dividono in fisici e psicologici. Nei primi troviamo la mancanza di energia, l’insonnia o l’ipersonnia, mal di testa e mialgie, la perdita di appetito o l’iperfagia. Tra i secondi ci sono invece una tristezza estrema, sbalzi d’umore, fenomeni di pianto incontrollabile, rabbia e irritabilità, la preoccupazione eccessiva o il disinteresse nei confronti del bambino, la sensazione di non essere in grado di fare la madre (o il padre), un senso di colpa per i sentimenti che si stanno provando, ansia e attacchi di panico

Quali sono le principali cause?

Non c’è un motivo specifico. A entrare in gioco è un mix di fattori: fisici, ambientali e psicologici. Dal punto di vista fisico, le partorienti devono fare i conti con un’importante fluttuazione ormonale: dopo la nascita del bambino (o della bambina) i livelli di estrogeni e progesterone diminuiscono improvvisamente e questo potrebbe favorire l’insorgenza della depressione. Senza contare gli effetti della privazione del sonno tipica dei primi mesi e le sfide legate all’allattamento al seno, che possono affaticare notevolmente la neomamma. Anche eventuali eventi stressanti durante la gravidanza – come alcune complicanze o la perdita del lavoro – possono contribuire. Sul versante psicologico, infine, potrebbero giocare un ruolo fondamentale la pressione sociale, le nostre stesse aspettative irrealistiche riguardo al ruolo di genitore, la perdita di identità che possiamo sperimentare dopo il parto, soprattutto in seguito ad un parto difficile.

Quanto un parto con delle complicazioni può influire alla sua insorgenza?

Le eventuali complicazioni in seguito ad un parto, come ad esempio un taglio cesareo d’urgenza in seguito a sofferenza materno-infantile, sintomi del neonato associati a sofferenza durante il parto che rendono necessario un ricovero in neonatologia, vanno a complicare ulteriormente il quadro di affaticamento e stress nel periodo successivo al parto. La sofferenza fisica si unisce allo stress organizzativo, rendendo più probabili malesseri anche psicologici.

Quando diventa pericolosa? Quali i campanelli di allarme che ci devono far preoccupare?

Se la durata dei sintomi tende ad aggravarsi, con il passare dei mesi, invece che scomparire e se emergono altri sintomi più gravi, come il pensiero di far del male a sé o al neonato, allucinazioni, deliri, confusione mentale e comportamento incoerente. Questi sono campanelli d’allarme importanti che ci segnalano uno squilibrio più grave e duraturo, fino ad arrivare ad una sindrome psichiatrica con la psicosi post-parto.

Può colpire anche gli uomini?

Se di depressione post partum nelle madri si parla, l’esistenza della stessa condizione nei padri è largamente sottovalutata. Viviamo in una società dove gli uomini sono ancora poco istruiti sui cambiamenti sia fisici che psicologici che si associano alla nascita di un figlio. Il ruolo di caregiver è ancora demandato alla madre, e dal padre ci si aspetta supporto per una condizione che lo vede per forza di cose più distante rispetto alla donna, con uno spazio emotivo e di consapevolezza da colmare. La consapevolezza emotiva generalmente più scarsa degli uomini fa sì che i sintomi di una depressione post parto, che comprendono ansia, irritabilità e maggiore aggressività, vengano sottovalutati.

Come superare efficacemente la depressione post partum?

Innanzitutto è importante rimanere accanto alla madre (o al padre) che si trova in questa condizione e non lasciarla/o sola/o nella gestione delle difficoltà legate alla recente nascita. Nella nostra società attuale, a differenza del passato, si è molto ridotta la rete di supporto familiare e amicale che tipicamente sosteneva i neogenitori. Spesso si vive da soli, lontani dalle famiglie, e con la pressione del lavoro da riprendere sempre più impellente. È importante riuscire a normalizzare la stanchezza e le difficoltà della ripresa, e concedersi del tempo, anche poco per volta, per sè. Va trovato un nuovo equilibrio alla nascita del neonato, che deve essere tanto accogliente per il piccolo quanto per i genitori.

Come e in che misura un percorso di psicoterapia può essere d’aiuto?

Laddove si renda necessario un supporto psicologico o psichiatrico si può fare affidamento a professionisti che abbiano esperienza di tali difficoltà. Esistono diversi approcci psicoterapeutici efficaci per questo tipo di disturbo: quello cognitivo-comportamentale, con protocolli ed esercizi pratici per imparare a fare le cose in maniera diversa; quello psicodinamico, che si focalizza sull’inconscio, sui sogni e sul passato, attraverso conversazioni molto introspettive in grado di rivelare cosa influenza il nostro stato d’animo; quello sistemico-relazionale, che tiene conto di come ci relazioniamo con le altre persone, puntando alla risoluzione dei legami disfunzionali. Nei casi in cui i sintomi si presentassero a lungo e diventassero ingravescenti, il consulto psichiatrico sarà utile per individuare una terapia farmacologica di supporto.

Come liberarsi del famigerato “senso di colpa” delle neomamme quando tornano al lavoro dopo la gravidanza?

Il senso di colpa è un’emozione sociale, legata all’appartenenza ad un gruppo. Nella nostra società attuale, le donne sono spesso costrette a fare continui “salti mortali” in multitasking, dovendo lavorare ed occuparsi della famiglia a tempo pieno. Il tempo di elaborazione che richiede la nascita di un figlio, è spesso un tempo non consentito o almeno non vissuto come un diritto. La corsa al restringimento della maternità, per paura di perdere il posto, oppure il lavorare fino all’ultimo giorno prima del parto per “accumulare” tempo in seguito mette noi donne in una condizione di fretta cronica da recupero, molto difficile da maneggiare. Come per tutti i sensi di colpa, è importante fissare l’attenzione su ciò che reputiamo davvero importante, allenandoci a rimanere “scomode” di fronte ai giudizi che percepiamo, e che spesso sono perlopiù nella nostra mente.

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