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Intervista allo scrittore, Salvo Bilardello

Salvo Bilardello torna in libreria con il terzo episodio della serie “Le inchieste del commissario De Stefano”, Necesse est. Finalista...

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Salvo Bilardello torna in libreria con il terzo episodio della serie “Le inchieste del commissario De Stefano”, Necesse est. Finalista e Segnalazione Speciale del Premio Letterario Internazionale Victoria 3.0.

L’ospite di oggi, fin da bambino è stato sempre circondato dai libri grazie alla presenza del padre, filosofo e grande bibliofilo, che gli ha trasmesso l’amore per la lettura tantoché già in tenera età in lui ardeva forte il desiderio di poter un giorno scrivere e pubblicare. E si sa i sogni quelli voluti, ricercati, mai abbandonati, nonostante gli ostacoli della vita, si realizzano!  La passione per la lettura non l’ha mai abbandonato e, seppur le sue strade lavorative lo hanno portato in altre direzioni, la sua grande passione ha viaggiato con lui. Dopo aver vissuto per lavoro in Francia, Svizzera e Ucraina, nel 2020 ha pubblicato per LibroMania/De Agostini libri Il violino della salvezza, – Vincitore del premio “Fai viaggiare la tua storia”. Successivamente ha pubblicato Un’Abile regia, e nel 2021 La Cona cancherata, entrambi racconti gialli editi da LibroMania/De Agostini libri. Nel 2022 sempre per la De Agostini Libri Il suo romanzo Bora nera, è stato premiato “Libro dell’anno”. Torna oggi in libreria con il terzo episodio della serie” Le inchieste del commissario De Stefano”, Necesse est edito da Creativa edizioni.

“Maigret nacque dalla penna di Georges Simenon nel 1929, a Delfzijl nei Paesi Bassi, mentre lo scrittore era in viaggio per i canali navigabili francesi a bordo del cutter Ostrogoth, come sarà nato Il commissario De Stefano per Bilardello?”  Chiediamoglielo.

La ringrazio di essere qui, qual è stato il primo libro letto che ha suscitato in lei il desiderio di diventare scrittore?

Buongiorno e grazie. Premetto che se vivi in una famiglia in cui i libri sono la cosa più importante, dove ti ritrovi a vivere in una casa-biblioteca, in cui respiri l’odore unico dei libri, ecco che allora ne sei inevitabilmente influenzato. A casa dei miei, la cultura era il metro di valutazione di una persona. Non i denari, non i possedimenti patrimoniali, non lo stato sociale apparente, ma la cultura. Il cogito ergo sum di Cartesio era la moneta sonante e non, come avrebbe potuto postulare, il vide or ergo sum, cioè l’apparire. Pertanto, era inevitabile che io leggessi quello che era a portata di mano, Hugo, Madame De Stael, Dostoevskij, Manzoni, ma anche Sciascia, Levi, Simenon e tanti altri. Il libro che mi ha affascinato da bambino è stato I miserabili di Victor Hugo e che molto probabilmente, in nuce sicuramente, ha instillato in me la voglia di scrivere. Invidiavo la sua capacità di narrare, di raccontare storie che mi facevano sognare. Ecco, fu allora che nacque in me la voglia di scrivere, l’esigenza di liberare la mia fantasia “alata” e trasportarla su carta. Creare storie, raccontarle evocando con le parole suggestioni e immagini in cui il lettore si possa immedesimare e viverle. Ma, evidentemente non era il momento. Solo molto più tardi, quando ormai ero più libero da tanto altro, che divenne un bisogno perentorio.

Un ricordo di una lettura condivisa con suo padre?

 Onestamente non ricordo di una lettura “condivisa” nel senso di una lettura insieme a lui. Mio padre mi diceva sempre “Tu leggilo e alla fine ne discutiamo”. Voleva che fossi io a crearmi un’opinione, a sviscerare “il significato profondo e intrinseco del libro”. Solo dopo nasceva, quello sì, un approfondimento “condiviso”.  

Cosa l’ha indirizzata verso la carriera scientifica?  

La mia voglia innata di capire perché avvengono certi processi, cosa c’è nascosto dietro un evento, perché quando buttiamo lo zucchero in acqua si scioglie e così via. Più che laurearmi in chimica avrei voluto fare fisica, ma ho scelto chimica, va a capire perché. Ma forse questo mio desiderio era nel DNA, tant’è vero che mio figlio ha scelto fisica teorica. Quindi è proprio vero che trasmettiamo ai figli tutto ciò che abbiamo nel codice genetico.

Si descriva in una sola parola.

Fantasioso. Sono una persona con una fantasia sbrigliata tanto che da ragazzino un collega di mio padre mi definì “dalla fantasia alata”. Una facoltà della mente indispensabile per uno scrittore e per un chimico. Le trame dei miei libri nascono da una base reale, cioè da fatti realmente accaduti, ma arricchite, o se volete, manipolate dalla mia fantasia.

George Simenon diceva: “Scrivere non è una professione, ma una vocazione di infelicità. Non credo che un artista possa mai essere felice. Mentre lavoro a un romanzo, non vedo nessuno, non parlo con nessuno, non rispondo al telefono – faccio la vita di un monaco. Per tutto il giorno io sono uno dei miei personaggi. Sento quello che sente lui”. È così anche per lei?

Condivido ogni parola. Scrivere è solo passione, una maledetta passione, perché ti entra dentro e non ne puoi più uscirne. È una dipendenza psicologica. Per me è catarsi, un allontanarmi dal mondo reale per potere fuggire da tutto ciò che ti opprime e ti logora. Ti prende così tanto che molto spesso anch’io penso come potrebbero pensare i miei personaggi. E forse, qualche volta, mi calo così tanto in loro che credo di esserlo.

Amante da sempre di gialli e thriller, è un grande appassionato di Simenon, Mankell, Dexter. Se potesse viaggiare nel tempo e conoscere uno di questi autori chi sarebbe e cosa gli chiederebbe?

Vorrei essere Simenon per una sorta di “sana invidia” nell’aver creato un personaggio immortale, Maigret, che, e ne sono convinto, susciterà la stessa empatia e lo stesso fascino anche tra cent’anni. Gli chiederei, qual è la ricetta? È quella di non scadere nella tentazione di farne un eroe? Credo che mi risponderebbe di sì.

Se le storie dei grandi giallisti del passato fossero pubblicate oggi, secondo lei, potrebbero riscontrare lo stesso successo di allora?

Credo di sì. Lo dimostra il fatto che i libri di Simenon, ma anche di Agatha Christie, Rex Stout e tanti altri, continuano ad avere un grosso seguito. Non solo per i personaggi mitici che hanno creato, ma anche perché descrivono un mondo ormai lontano anni luce dal nostro, un mondo in cui i delitti hanno sempre gli stessi moventi ma narrati in modo meno efferati di oggi, con meno morbosità, a differenza degli scrittori di oggi che per attrarre più lettori scadono nell’orripilante. E infatti, questo oggi è il male del mondo moderno e tecnologico, una pornografia del macabro.

I suoi romanzi si ambientano a Trieste, terra a lei molto cara, in cui oggi vive. Un segreto della sua amata città, un angolo per lei speciale.

Non ci sono nato né studiato né lavorato, eppure la amo in maniera viscerale, tanto da considerarla la mia seconda città, dopo Marsala, la mia città natia. Una città in cui passo parte dell’anno. Una città che ho sentita subito mia, affascinato dalla sua aria plurietnica e la sua anima mitteleuropea, dalla sua storia dalle tante vite. Una città che mi ha preso per la sua cultura, per gli intellettuali stranieri che di Trieste ne hanno fatto la loro città come Joyce, Rilke, Stuparich, Stendhal e altri; o per gli intellettuali triestini come Saba, Svevo, Slataper, Magris e tanti altri. Una città che mi ha preso per i suoi molti Caffè dall’aria retrò, fucine di cultura e di storia, per i suoi monumenti e immobili dallo stile Liberty. Per capire meglio l’anima di Trieste, molto complessa e variegata, bisogna, a mio avviso, leggere il Canzoniere di Umberto Saba dove il poeta triestino descrive l’amalgama di fattori che tratteggiano Trieste e i triestini. Cultura che non è stata ed è solo letteraria. È anche musicale e teatrale, penso a Lelio Luttazzi e al teatro Verdi. È anche scienza, penso alla Fisica e alla Sissa (dove mio figlio si è laureato in Fisica Teorica e ha fatto il dottorato di Ricerca). Una città che si identifica con il suo vento, madame la Bora, amata e odiata, persino cantata da vari poeti triestini e non, come fosse un personaggio in carne e ossa. Umberto Saba scriveva “Io amo la Bora scura che ha una buia violenza cattiva nella mia Trieste triste che amare è impossibile e odiare anche.” Oppure Stendhal che asseriva “Non esiterei a mostrare coraggio di fronte ai briganti di Catalogna ma non alla Bora.” Ecco, è questo il mio segreto. E non c’è un angolo speciale perché Trieste è tutta speciale.

Il suo libro, Bora nera è stato premiato come “Libro dell’anno” 2022.  Qual è stata la motivazione della giuria?

Per la mirabile descrizione di Trieste e dei triestini in una trama giallistica sapientemente intrecciata.

Da poco ha pubblicato con Creativa Edizioni il terzo episodio della serie” Le inchieste del commissario De Stefano, Necesse est, ci svela qualcosa?

Quando parliamo di un giallo, un noir o un thriller purtroppo si può dire poco. Quello che posso svelare sono due dettagli: A) In questo episodio al commissario Renzo De Stefano la morte, per la prima volta in tutta la sua carriera, gli arriverà molto vicino, toccandolo profondamente; B) Il tema affrontato in questo caso, e che è, alla fine, il substrato da cui nasce il movente, è una tematica sociale e psicologica insieme.    

Di questa sua opera scrivono:” Un Noir che scava nell’animo dei personaggi, mettendo a nudo i loro punti forti e le loro debolezze”. Qual è la più grande debolezza del Commissario?

L’amore per la moglie. Un amore sincero, profondo e romantico. Una “debolezza” positiva che ritroviamo nella sua vita privata dove non incontriamo più il De Stefano rude e burbero ma una persona dolce e pieno di attenzioni. E poi, le sigarette e i caffè.

E giungo alla mia curiosità iniziale, come e quando nasce il commissario De Stefano nei suoi pensieri?

Avevo già deciso di scrivere dei gialli e mi chiedevo se fosse il caso di inventare un altro ennesimo commissario oppure partorire una nuova figura cui affidare il ruolo di investigatore. In quel periodo mi trovavo a Trieste quando vengo a sapere che il figlio di un mio carissimo amico di Marsala era al primo incarico come commissario di Polizia proprio in quella questura che descrivo nei miei romanzi. Lo andai a trovare e passammo qualche ora insieme. In quel momento e quel giorno nasce il commissario Renzo De Stefano. Un commissario proveniente da Marsala mi è servito per ricordare i tanti Poliziotti e soldati che provengono dal meridione lasciando la propria terra e i propri cari. Un modo per unire sud e nord, scirocco e bora.    

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