Un’intelligenza artificiale autonoma, potenziata da GPT-4 e da una batteria di strumenti specialistici in oncologia, basata su AI, è stata messa alla prova su venti casi clinici complessi, realistici e multimodali, ed i risultati sono stati pubblicati su Nature.
(https://www.nature.com/articles/s43018-025-00991-6).
Non ha ricevuto assistenza. Ha fatto tutto da sola: ha letto le cartelle, ha analizzato immagini radiologiche e istologiche, ha consultato linee guida, banche dati genomiche, letteratura scientifica. E ha deciso con un’efficacia mai vista prima, basata su Ai.
Nella valutazione indipendente di quattro esperti umani, l’agente ha elaborato risposte clinicamente corrette nel 91% dei casi, ha selezionato gli strumenti giusti nell’87,5% dei passaggi e ha prodotto citazioni appropriate nel 75,5% delle volte. Non un giocattolo. Un oncologo digitale operativo basato su AI.
Il cuore del sistema è GPT-4, ma solo come orchestratore: ogni passaggio – dalla segmentazione delle immagini al calcolo della progressione tumorale, dalla predizione di mutazioni da vetrini alla ricerca mirata su OncoKB o PubMed – viene deciso e attivato dal sistema in autonomia, sulla base delle informazioni cliniche.
Non un chatbot, ma un agente cognitivo basato su Ai, capace di ragionamento a tappe, azioni concatenate, recupero contestuale e auto-correzione. In diversi casi, ha risolto conflitti tra i dati rilevati dagli strumenti e quelli riportati nei referti clinici, segnalando le incongruenze e proponendo verifiche diagnostiche.
Rispetto a GPT-4 da solo, che in queste condizioni raggiungeva appena il 30,3% di risposte adeguate, l’integrazione con strumenti specifici ha portato l’accuratezza all’87,2%.
Nelle raccomandazioni terapeutiche, il sistema ha tenuto conto di criteri RECIST, stato mutazionale (KRAS, BRAF, MSI), andamento delle lesioni e storico clinico, e ha proposto terapie mirate, opzioni di seconda linea e suggerito l’accesso a trial clinici. Il tutto con una completezza e una capacità di articolazione superiore a quella di molti specializzandi.
Ma è proprio qui il punto. Non si tratta di chiedersi se l’AI sia “meglio dei medici”. Si tratta di capire quale idea di medico intendiamo salvare. Perché se un sistema del genere, oggi, può sostituire un essere umano nella valutazione clinica di venti casi oncologici complessi con questo livello di accuratezza, allora dovremmo chiederci: cosa resta del medico, e cosa no?
Non resterà il medico stanco che compila schede senza leggere. Non resterà il medico che recita a memoria protocolli senza ragionare. Non resterà il medico che si affida alla linea guida come a un paracadute legale, senza mai mettersi in discussione. Non resterà l’automa, perché l’automa – da oggi – è una macchina, e lo fa meglio.
Resterà invece il medico che pensa. Che integra, che ascolta, che intuisce ciò che i dati non dicono. Resterà chi sa decidere quando è il momento di deviare, non perché ignora le evidenze, ma perché ha la responsabilità del singolo caso.
Resterà chi comprende che la medicina non è una successione di output, ma un atto umano radicato nella relazione, nel dubbio, nella complessità. Ed è qui che si giocherà tutto. Non sull’opposizione sterile tra uomo e macchina, ma sulla capacità dei medici di non assomigliare alle macchine basate su Ai.
Perché laddove l’intelligenza artificiale eccelle nella precisione, nell’aggiornamento istantaneo, nell’esecuzione instancabile di compiti ripetitivi e nell’analisi sistematica di grandi quantità di dati, il medico deve eccellere in ciò che la macchina non possiede: la comprensione del contesto umano, la capacità di sopportare l’incertezza, la responsabilità morale della scelta, la disponibilità a portare il peso del limite, dell’eccezione, del fallimento.
L’intelligenza artificiale sostituirà tutti quei medici che hanno smesso di essere tali, quelli che si sono ridotti a esecutori passivi di algoritmi, a trascrittori di referti, a ripetitori di linee guida basate su AI.
Ma non potrà mai sostituire chi continua a coltivare un pensiero clinico autentico, aperto, critico, capace di navigare nell’ambiguità e di farsi carico della persona, non solo della sua malattia.
Non c’è nulla da temere, dunque, se non la nostra pigrizia intellettuale. La vera minaccia non viene dall’AI, ma dall’idea che la medicina possa ridursi a ciò che l’AI sa già fare.
La sfida non è salvare il posto, ma salvare la professione. E, per farlo, bisogna tornare a pensarla come un sapere incarnato, relazionale, capace di disobbedienza intelligente e di umanità irriducibile.