Il mondo non urla così forte: la distorsione woke sui social media
C’è un rumore assordante sui social, ma non è il mondo che grida: è solo un’eco digitale amplificata da una minoranza. Lo conferma una ricerca citata dal Post, ripresa dal lavoro dello psicologo sociale Jay Van Bavel. E i numeri sono impietosi: il 97% dei contenuti politici proviene dal 10% degli utenti. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” è fuori campo, mentre l’attenzione si concentra sulle voci più radicali.Il paradosso è che questo 10%, che detta la narrativa online, non rappresenta affatto la realtà sociale. Le loro posizioni sono sovraesposte, spesso estreme, divisive, aggressive. E tra queste, in modo particolarmente evidente, c’è l’universo woke: una costellazione di temi, linguaggi e battaglie che occupa enormi spazi nel dibattito digitale, ma risulta molto meno centrale nella vita quotidiana delle persone comuni.Il risultato? Una percezione alterata, un effetto da “specchio deformante” che ci convince che tutto il mondo sia in lotta contro tutto. Che tutti siano arrabbiati, offesi, attenti a ogni parola. Ma nella realtà, fuori dai feed, la gente vive, lavora, discute civilmente o semplicemente evita di farlo.
È un’illusione di massa, indotta da quella che la psicologia chiama ignoranza pluralistica: il credere che una convinzione sia condivisa da molti solo perché è visibile ovunque, anche se in realtà è sostenuta da pochi. È il trionfo dell’apparenza algoritmica sul buon senso.E qui sta il problema: l’egemonia percepita delle posizioni dell’attivismo woke non corrisponde alla loro reale diffusione. Semplicemente, gli algoritmi le premiano perché polarizzano, indignano, generano clic. Non perché siano giuste o maggioritarie.Il che spiega come mai, offline, le stesse battaglie risultino spesso marginali o addirittura indigeste: la società reale è meno ideologica, più pragmatica, più equilibrata. E forse proprio per questo, più libera.
Il suggerimento degli studiosi è semplice: disinnescare il meccanismo.
