Governo alle grandi manovre per la BCE: l’Italia gioca le carte Panetta e Cipollone

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Le indiscrezioni lanciate dal Financial Times su un possibile addio anticipato di Christine Lagarde hanno attivato immediatamente i radar di Palazzo Chigi.



Sebbene la scadenza naturale del mandato della Presidente della Banca Centrale Europea sia fissata al 2027, l’ipotesi di una successione accelerata costringe il governo Meloni a rompere gli indugi. La strategia italiana appare chiara: evitare che la poltrona più importante di Francoforte finisca nuovamente in un asse franco-tedesco.

L’obiettivo di Roma è quello di scardinare il duopolio che ha spesso guidato le nomine europee. Il ragionamento che filtra dagli ambienti governativi è lineare: dopo la presidenza francese di Lagarde e con la riconferma di Ursula von der Leyen (tedesca) alla guida della Commissione UE, l’Italia rivendica un ruolo di primo piano per un proprio profilo tecnico di alto profilo.

“Né un francese, né un tedesco”: è questo il mantra che circola nei corridoi del potere romano, puntando a una figura che garantisca equilibrio in una fase economica delicata per l’Eurozona.

I profili sul tavolo: Panetta e Cipollone
Il governo Meloni osserva con attenzione due nomi che rappresentano l’eccellenza della scuola monetaria italiana. Entrambi godono di una reputazione internazionale solida, elemento imprescindibile per sedersi al tavolo della BCE.

L’attuale Governatore della Banca d’Italia è il nome più pesante. Conosce i meccanismi di Francoforte come pochi altri, essendo stato membro del Comitato esecutivo della BCE prima di tornare a via Nazionale. La sua autorevolezza tecnica è accompagnata da una visione pragmatica sulla politica monetaria.

È l’uomo che ha ereditato il testimone di Panetta a Francoforte. Attualmente è l’unico italiano nel Board della BCE. Giovane (per gli standard istituzionali) e molto stimato, rappresenta la continuità della scuola italiana, focalizzata sulla stabilità ma attenta ai rischi di una restrizione monetaria troppo severa.

La partita, però, non si gioca solo sulle competenze. Il Presidente del Consiglio Meloni e il Ministro dell’Economia Giorgetti sanno che per spuntarla servirà una fitta rete di alleanze.

Roma sta già tastando il terreno con i partner del Sud Europa e con i paesi più “frugali” per capire se un profilo italiano possa essere percepito come una garanzia di imparzialità rispetto alle spinte di Parigi e Berlino.

Molto dipenderà dalle reali intenzioni della Presidente uscente. Se il passo indietro fosse dettato da ambizioni politiche in Francia, i tempi si accorcerebbero drasticamente, favorendo chi ha già i dossier pronti.
In questo scacchiere, l’Italia non vuole essere spettatrice.

Le “grandi manovre” sono iniziate e i nomi di Panetta e Cipollone sono le punte di diamante di una diplomazia che punta a riportare la guida della moneta unica sotto la stella polare della competenza italiana, proprio come accadde con l’era di Mario Draghi.