27 Settembre 2022

Censis: covid ferma le cure, 46 milioni di visite saltate

Che il coronavirus abbia radicalmente cambiato il nostro modo di vivere è un dato di fatto, ma non solo nella maggiore attenzione ai dispositivi di sicurezza, alla trasmissione e all’uso della mascherina, nell’ombra di informazioni comunicate dai tabloid un dato viene completamente dimenticato: le visite mediche saltate.

Un vero e proprio stravolgimento, che anche quando la pandemia sarà finita, data che sembra sempre più vicina e mai così lontana, il suo impatto economico e sociale durerà per gli anni a seguire e impatterà sulla vita delle generazioni future. Un futuro, che appunto, pagherà le conseguenze di controlli e prevenzioni che per ben due anni sono state messe in secondo piano. Come sappiamo, l’emergenza sanitaria ha messo a dura prova il sistema sanitario, e non solo sotto il punto di vista di posti letto nelle terapie intensive, ma allargando il campo a una serie di attività che non si sono verificate per mancanza di personale o luoghi, adibiti appunto alla cura del covid-19. La domanda delle prestazioni sanitarie, come visite specialistiche, ricoveri e screening oncologici, è significativamente diminuita.

Le parole del direttore generale del Censis Massimiliano Valerii

Non solo, dunque, la mancanza di prevenzione essenziale per prevenire malattie oncologiche le cui percentuali di guarigione spesso sono influenzate dal momento in cui vengono scoperte, ma anche un cambio di rotta dei già malati di altre patologie, altrettanto gravi, che hanno smesso di curarsi.

A raccontarlo è stato il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, in occasione della presentazione del progetto “I cantieri per la sanità del futuro su Ansa”, promosso dal Censis e Janssen Italia.

A causa dell’emergenza Covid, ci sono stati 46 milioni di visite specialistiche ed esami diagnostici in meno (-31%), 700.000 ricoveri in meno in medicina interna (-70%) e 3 milioni in meno di screening oncologici (-55%) con 14.000 diagnosi di tumore in meno». Continua poi, «si è inabissata una domanda di prestazioni sanitarie, che ha formato un sommerso destinato a investire come un’onda di ritorno il Servizio sanitario.

Dichiarazioni che spaventano, e che fanno presagire un futuro con più malati oncologici, ai quali verrà data attenzione non appena la tensione da Covid si allenterà. Infine, aggiunge:

La pandemia, è stata uno straordinario fattore di accelerazione di fenomeni preesistenti e in atto e ha finito per squarciare il velo sulle nostre fragilità strutturali.

È dunque evidente come il covid-19 abbia accelerato fenomeni che esistevano già, oltre che avere evidenziato le carenze di un sistema sanitario nazionale che urge di una riorganizzazione per fronteggiare non solo ciò che sta accadendo ma anche ciò che sarà. Doveroso un confronto con gli altri paesi, che vedono un aumento per la spesa sanitaria pubblica notevole, rispetto al nostro paese che è stato l’unico a tagliarla. Nel periodo compreso tra il 2014 e il 2019 la spesa sanitaria pubblica in Italia ha registrato una riduzione dell’1,2%, mentre è aumentata in Francia del 15,1%, in Germania del 18,4%, nel Regno Unito 12,5%. Tra i 38 paesi Ocse, l’Italia è stato l’unico a tagliare la spesa, creando un impatto che è stato evidente sul nostro sistema.

Per non commettere gli stessi errori in futuro

La radicale transizione demografica, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche, ci obbliga a ripensare già oggi il modello di offerta di salute del futuro

Aggiunge Valerii, facendo un salto avanti di 20 anni, quando,

La spesa sanitaria pubblica per gli anziani rappresenterà il 63% della spesa sanitaria pubblica. Quindi anche senza lo shock del Covid la politica avrebbe dovuto affrontare una riorganizzazione del Sistema sanitario nazionale.

Sono dunque la prevenzione, la sanità di territorio e telemedicina, secondo il direttore, ad essere i cardini di una sanità post-pandemia, per “non avere più una sanità impreparata di fronte a una domanda di salute che si evolve con la popolazione”.

L’opinione degli italiani conta

Non solo le parole del direttore del Censis suonano più amare ma vere che mai, ma trovano riscontro anche nelle opinioni degli italiani, che a distanza di quasi due anni dall’inizio di quella che sembra un’odissea, ritengono che non sia stato fatto abbastanza per “aggiustare” un sistema che inizia a fare acqua, e che forse proprio grazie alla pandemia è stato mostrato alla luce del sole. È ancora uno studio del Censis, infatti, a confermare che, oltre il 40% non crede che la sanità della propria regione sarebbe pronta ad affrontare nuove eventuali emergenze, mentre il 93% ritiene una priorità investire maggiori risorse nella sanità e nel personale dedicato. Rispetto a come allocare le risorse che arriveranno, il 91,7% sostiene che i virus vanno prevenuti propri come viene fatto per altre malattie. Infine, ben il 94% degli italiani chiedono il potenziamento della sanità di territorio, insieme a un 70,3%, che considera necessario un maggior ricorso a telemedicina e soluzioni digitali per controlli, diagnosi e cure a distanza.

Nonostante l’incertezza del futuro sanitario che ci attende, è bene ricordare l’importanza della prevenzione, un diritto che spetta a tutti e che può, senza alcun dubbio, salvare molte vite.