
Il mondo dopo Hormuz: le nuove rotte del commercio globale
Dall’Artico ai corridoi terrestri, dalle pipeline al Capo di Buona Speranza. Le crisi di Hormuz, Suez e degli altri grandi passaggi obbligati stanno cambiando la geografia degli scambi. Il futuro non sarà senza canali e stretti, ma sarà sempre meno disposto a dipendere da essi. Per oltre un secolo la geografia del commercio mondiale è stata dominata da un principio apparentemente elementare: accorciare le distanze. Il Canale di Suez ha permesso alle navi di evitare la circumnavigazione dell’Africa. Panama ha collegato Atlantico e Pacifico senza costringere a doppiare Capo Horn. Gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb e Malacca sono diventati passaggi fondamentali attraverso i quali transitano petrolio, gas, materie prime, container e componenti industriali. La globalizzazione ha costruito una parte considerevole della propria efficienza proprio attorno a questi passaggi. Ma ciò che per decenni è stato un vantaggio sta mostrando sempre più chiaramente il suo lato debole. Se tutti devono passare dalla stessa porta, basta che quella porta diventi impraticabile per mettere in difficoltà l’intero sistema. È forse questa la principale lezione che arriva oggi dallo Stretto di Hormuz. Hormuz: quando la geografia torna a contare Hormuz è uno dei punti più delicati dell’economia mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration,













