
Vino italiano, la sfida del 2026: una buona vendemmia non basta più
La raccolta anticipata e le prime indicazioni positive sulla qualità delle uve si confrontano con un mercato internazionale sempre più difficile. Il 2026 potrebbe diventare l’anno nel quale il vino italiano dovrà affrontare contemporaneamente due trasformazioni: quella del clima e quella dei consumi. Per molto tempo il principale interrogativo che accompagnava una vendemmia era relativamente semplice: sarà una buona annata? Nel 2026 quella domanda non basta più. Perché il vino italiano si trova davanti a due sfide che procedono contemporaneamente. Da una parte il cambiamento climatico modifica tempi di maturazione, caratteristiche delle uve e tecniche di coltivazione. Dall’altra stanno cambiando i mercati internazionali, i consumatori e gli equilibri dell’export. Il risultato è un paradosso: si può produrre un ottimo vino e avere comunque difficoltà a venderlo. Una vendemmia 2026 difficile da prevedere La particolarità della campagna 2026 è evidente già da una decisione inconsueta. Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini hanno rinunciato alle tradizionali previsioni nazionali sulla produzione prima della conclusione della vendemmia. La ragione è l’estrema variabilità meteorologica. Le condizioni sono talmente differenti tra territori, varietà e singoli vigneti da rendere poco attendibile una previsione nazionale formulata prima della fine della raccolta. Le prime indicazioni provenienti dai territori consentono tuttavia













