Anno III • Numero 245
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QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Dalla smart city alla città che rigenera: l’Egitto laboratorio del futuro ambientale

Città sostenibile con mare cristallino

Intelligenza artificiale, città cognitive, barriere coralline e nuovi modelli di economia circolare.

Sul Mar Rosso e alle porte del Cairo l’Egitto sta sperimentando una nuova idea di sviluppo: non limitarsi a ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente, ma utilizzare tecnologia e finanza per restituire valore agli ecosistemi.

Non basta più essere sostenibili

Per molti anni la parola chiave è stata sostenibilità. Consumare meno energia, produrre meno rifiuti, utilizzare fonti rinnovabili, limitare le emissioni e costruire edifici più efficienti.

Oggi, però, sta emergendo un concetto più ambizioso: rigenerazione.

La differenza non è soltanto terminologica. Un sistema sostenibile cerca soprattutto di diminuire il proprio impatto negativo. Un sistema rigenerativo prova invece a lasciare l’ambiente in condizioni migliori rispetto a quelle in cui lo ha trovato.

È un cambiamento di prospettiva importante:

sostenibilità → consumare meno natura

rigenerazione → contribuire a ricostruire natura

E proprio l’Egitto sta diventando un interessante laboratorio nel quale osservare questa trasformazione.

Non esiste ancora un unico gigantesco progetto che racchiuda tutto. Esistono però iniziative diverse che, considerate insieme, sembrano comporre le tessere dello stesso mosaico: città gestite attraverso l’intelligenza artificiale, protezione e recupero delle barriere coralline del Mar Rosso, economia circolare, gestione intelligente delle risorse, nuovi strumenti finanziari destinati alla biodiversità.

Queste iniziative sono parte di un ecosistema più ampio, in cui la smart city gioca un ruolo fondamentale nella rigenerazione urbana. È fondamentale integrare questi approcci per realizzare una vera smart city.

The Spine: quando la smart city comincia a “pensare”

La smart city rappresenta un approccio innovativo alla gestione urbana, integrando tecnologia e sostenibilità in un’unica visione.

In questo contesto, la smart city rappresenta un modello innovativo per affrontare le sfide ambientali e sociali del futuro.

Il primo tassello si trova a Madinaty, nell’area del Cairo.

Nell’aprile 2026 il Talaat Moustafa Group ha presentato The Spine, definendola la prima cognitive city dell’Egitto e del Medio Oriente interamente basata sull’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale.

Il termine merita attenzione.

La smart city tradizionale utilizza sensori e tecnologie digitali per raccogliere informazioni e rendere più efficienti i servizi. La cognitive city vuole compiere un passaggio ulteriore: utilizzare continuamente quei dati per adattare il funzionamento della città.

Energia, acqua, illuminazione, sicurezza, gestione dei rifiuti, parcheggi, mobilità e trasporto autonomo dovrebbero dialogare all’interno di un’unica infrastruttura digitale coordinata da una control room centrale.

The Spine prevede inoltre 165 torri, alte fino a circa 130 metri, e oltre un milione di metri quadrati destinati a paesaggio e sistemi d’acqua.

In altre parole, l’intelligenza artificiale non viene aggiunta alla città dopo averla costruita. Entra nella sua progettazione come una sorta di sistema nervoso urbano.

Ed è proprio questo il passaggio interessante per il futuro della rigenerazione ambientale.

Se una città può conoscere quasi in tempo reale i propri consumi energetici, la disponibilità d’acqua, la produzione di rifiuti, gli spostamenti delle persone e le condizioni ambientali, può teoricamente intervenire prima che lo spreco si produca.

L’AI diventa così non soltanto uno strumento per rendere più comoda la vita degli abitanti, ma un possibile mezzo per amministrare meglio risorse sempre più scarse.

Dal Cairo al Mar Rosso

Ma la parte forse più affascinante di questa trasformazione si trova lontano dai grattacieli.

Bisogna spostarsi sul Mar Rosso.

Le barriere coralline egiziane si estendono per oltre 1.200 chilometri di costa e rappresentano uno degli ecosistemi marini più preziosi del Paese. Sono fondamentali per la biodiversità, ma anche per turismo, pesca e occupazione delle comunità costiere.

Il Mar Rosso ospita oltre mille specie di pesci e circa 350 specie di coralli e alcune delle sue barriere presentano una particolare resilienza alle conseguenze dell’aumento delle temperature marine.

Proteggerle, quindi, non significa semplicemente difendere un paesaggio.

Significa proteggere un vero e proprio capitale naturale.

Ed è qui che entra in gioco la Egyptian Red Sea Initiative – ERSI.

ERSI: la barriera corallina diventa capitale naturale

L’iniziativa è una partnership tra governo egiziano, UNDP e Global Fund for Coral Reefs. Il programma è stato avviato nel 2024 e nel giugno 2026 è entrato in una nuova fase operativa con un workshop di lancio a Hurghada.

L’obiettivo non è semplicemente impedire che altri coralli vengano distrutti.

Il progetto vuole creare un sistema economico nel quale proteggere l’ecosistema possa produrre anche valore economico.

È prevista la creazione di un Egyptian Fund for Coral Reefs e di un incubatore destinato alle imprese che sviluppano attività compatibili con la protezione delle barriere. Il programma punta inoltre su finanza mista pubblico-privata, assicurazione delle barriere, ecoturismo sostenibile, acquacoltura finalizzata anche al ripristino degli ecosistemi, sistemi di ormeggio meno dannosi e monitoraggio ambientale.

L’obiettivo indicato dal Global Fund for Coral Reefs arriva a circa 99.000 ettari di ecosistemi corallini sottoposti a conservazione e gestione sostenibile entro il 2030, accompagnati da un target di circa 47 milioni di dollari di investimenti privati, rendimenti e cofinanziamenti mobilitati.

È un passaggio culturale significativo.

La barriera corallina non è più considerata soltanto qualcosa da proteggere attraverso divieti. Diventa un’infrastruttura naturale dalla quale dipendono turismo, occupazione, pesca, resilienza climatica e sviluppo locale.

Non proteggere soltanto: rigenerare

Ed è qui che sostenibilità e rigenerazione cominciano a separarsi.

Proteggere una barriera corallina significa evitare di danneggiarla.

Rigenerarla significa creare le condizioni perché possa recuperare, crescere e continuare a svolgere le proprie funzioni ecologiche.

ERSI comprende infatti anche acquacoltura per il ripristino della barriera e sistemi di monitoraggio destinati a migliorare le decisioni sulla gestione degli ecosistemi. Parallelamente vengono sostenute attività di economia circolare, come il recupero dei rifiuti organici destinati all’agricoltura costiera.

Il principio diventa allora più ampio: ciò che una comunità produce come scarto può diventare input di un altro processo.

È la logica dell’economia circolare applicata a un territorio.

Ed è dentro questo modello che devono essere lette anche le nuove tecnologie di recupero dei materiali più complessi, comprese le batterie che accompagneranno la diffusione della mobilità elettrica e dei sistemi di accumulo energetico.

Su questo punto occorre però distinguere i progetti: le fonti ufficiali di ERSI documentano iniziative di waste management ed economia circolare, ma non consentono al momento di attribuire direttamente al programma uno specifico impianto di riciclo delle batterie. Il tema resta tuttavia centrale nel passaggio verso ecosistemi urbani ed energetici realmente circolari.

Il paradosso delle batterie

La transizione energetica porta infatti con sé un problema che spesso viene dimenticato.

Automobili elettriche, impianti fotovoltaici con accumulo, reti intelligenti e città alimentate dalle rinnovabili richiedono una quantità crescente di batterie.

Ma una batteria ha un ciclo di vita.

Quando milioni di batterie arriveranno a fine utilizzo, la domanda sarà inevitabile: che cosa ne faremo?

Una città non può definirsi rigenerativa se sostituisce l’inquinamento prodotto dai combustibili fossili con una montagna di batterie esauste.

La vera economia circolare dovrà quindi considerare l’intero ciclo: estrazione delle materie prime, produzione, utilizzo, eventuale seconda vita, recupero dei materiali e reinserimento nella produzione.

La transizione ecologica non consiste semplicemente nel cambiare tecnologia. Consiste nel chiudere i cicli delle risorse.

Ed entra in scena l’intelligenza artificiale

Qui l’intelligenza artificiale può assumere un ruolo completamente diverso rispetto a quello al quale siamo abituati.

Normalmente associamo l’AI ai chatbot, alla produzione di testi e immagini, all’automazione del lavoro.

Ma un algoritmo può anche analizzare migliaia di dati ambientali contemporaneamente.

Può confrontare temperatura dell’acqua, qualità marina, immagini subacquee, condizioni meteorologiche e variazioni dell’ecosistema. Può aiutare a individuare più rapidamente le aree sottoposte a stress e supportare scienziati e gestori nella scelta degli interventi.

Nelle città può fare qualcosa di analogo con consumi energetici, acqua, traffico, rifiuti e infrastrutture.

Il passaggio concettuale diventa allora:

AI che risponde alle persone → AI che gestisce sistemi → AI che contribuisce alla tutela degli ecosistemi.

È probabilmente questa una delle applicazioni più interessanti dell’intelligenza artificiale dei prossimi anni.

Una città può restituire alla natura più di quanto prende?

A questo punto emerge la domanda fondamentale.

Per secoli abbiamo costruito le città sottraendo qualcosa all’ambiente: suolo, acqua, energia, materiali, biodiversità.

La città del futuro potrebbe funzionare diversamente?

Immaginiamo un insediamento nel quale gli edifici producano parte dell’energia necessaria; l’acqua venga recuperata e riutilizzata; i rifiuti diventino materie prime; le batterie vengano recuperate; la mobilità sia prevalentemente elettrica e condivisa; l’intelligenza artificiale riduca gli sprechi; le aree naturali circostanti vengano protette e, dove necessario, rigenerate.

A quel punto la città non sarebbe semplicemente meno dannosa.

Diventerebbe parte dell’ecosistema.

È questa la differenza tra green city e regenerative city.

Ma attenzione alla tecnologia salvifica

C’è però un rischio.

Pensare che la tecnologia possa risolvere automaticamente i problemi creati dalla tecnologia stessa.

Una città piena di sensori, data center e intelligenza artificiale consuma energia, utilizza materiali e produce anch’essa un’impronta ambientale.

Esiste inoltre un’altra questione.

Una città che conosce continuamente consumi, movimenti, comportamenti e abitudini dei propri abitanti raccoglie una quantità enorme di informazioni.

La città cognitiva pone quindi contemporaneamente due problemi:

sostenibilità ambientale e sostenibilità digitale.

Chi possiede quei dati?

Chi decide come utilizzarli?

Quanto può conoscere l’algoritmo della vita dei cittadini?

E chi controlla l’algoritmo?

La città più efficiente del mondo non sarebbe necessariamente la città nella quale vorremmo vivere se l’efficienza venisse ottenuta sacrificando privacy, libertà individuale e controllo umano.

Dalla sostenibilità alla rigenerazione

I diversi esperimenti egiziani ci permettono allora di osservare qualcosa che va molto oltre l’Egitto.

Stiamo probabilmente entrando nella terza fase della città contemporanea.

La prima è stata la città industriale, costruita intorno alla produzione e al consumo.

La seconda è la smart city, nella quale la tecnologia cerca di rendere più efficienti i servizi.

La terza potrebbe essere la città rigenerativa, nella quale tecnologia, intelligenza artificiale, economia circolare e capitale naturale vengono considerati parti dello stesso sistema.

Il passaggio può essere sintetizzato così:

Smart city → Cognitive city → Regenerative city

La smart city misura.

La cognitive city comprende e reagisce.

La regenerative city dovrebbe fare qualcosa di più: restituire.

Restituire materiali al ciclo produttivo.

Restituire acqua all’ambiente.

Restituire biodiversità agli ecosistemi.

Restituire spazio alle persone.

Il vero significato della parola progresso

Forse è proprio questo l’aspetto più interessante di quanto sta accadendo tra il Cairo e il Mar Rosso.

Per molto tempo abbiamo misurato il progresso osservando quanto velocemente riuscivamo a trasformare la natura.

Oggi potremmo cominciare a misurarlo attraverso la capacità di riparare ciò che abbiamo trasformato.

The Spine prova a immaginare una città nella quale l’intelligenza artificiale diventi parte dell’infrastruttura urbana. La Egyptian Red Sea Initiative prova a costruire un modello economico nel quale la barriera corallina non rappresenti un ostacolo allo sviluppo, ma una delle condizioni dello sviluppo stesso.

Sono esperimenti diversi e non sappiamo ancora quanto delle promesse annunciate riuscirà concretamente a realizzarsi.

Ma indicano una direzione.

La grande sfida del futuro potrebbe non essere costruire città sempre più intelligenti.

Potrebbe essere costruire società abbastanza intelligenti da comprendere che tecnologia e natura non devono necessariamente trovarsi su fronti opposti.

E forse la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale non arriverà quando una macchina saprà pensare come noi.

Arriverà quando riusciremo a utilizzare quella capacità di calcolo per fare qualcosa che finora abbiamo dimostrato di saper fare molto meno bene: prenderci cura dell’ecosistema nel quale viviamo.