Anno III • Numero 245
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La trappola della liquidità: quando un’impresa sembra solida ma sta diventando più fragile

Uomo preoccupato per crisi aziendale

Le imprese italiane hanno più liquidità, sono maggiormente patrimonializzate e sostengono un costo del debito più basso. Sembrerebbe una buona notizia.

E in larga parte lo è. Ma dietro questi numeri si nasconde un paradosso che banche e imprenditori non dovrebbero sottovalutare: un’azienda può apparire finanziariamente solida mentre sta progressivamente perdendo la propria capacità di produrre reddito.

È quella che potremmo definire la trappola della liquidità: un’illusione di trappola liquidita.

I dati dell’Osservatorio Bilanci 2025 di Cerved, elaborati su circa 180 mila bilanci depositati nel 2026, descrivono bene questa apparente contraddizione. Nel 2025 i ricavi delle imprese italiane sono cresciuti dell’1,7%, contro il 2,4% dell’anno precedente, mentre l’EBITDA margin è sceso dal 9,4% al 9,1%. Ancora più significativo è il fatto che il 15,5% delle imprese presenti un margine operativo lordo negativo. Quasi una società su cinque, il 19,6%, ha inoltre chiuso l’esercizio in perdita.

Anche la redditività del capitale si deteriora: il ROE mediano passa dal 10,7% al 9,5% e il ROA dal 7% al 6,5%. Numeri che segnalano una progressiva compressione della capacità delle imprese di remunerare il capitale investito.

Eppure, osservando altri indicatori, emerge un quadro quasi opposto.

Il rapporto tra patrimonio netto e attivo raggiunge il 39,3%, rispetto al 33,3% del 2023. L’indice di liquidità corrente sale da 1,48 a 1,61 e il costo del debito scende dal 4,6% al 4%, beneficiando anche della riduzione dei tassi avviata dalla BCE.

Più patrimonio, più liquidità, meno redditività.

È proprio questa combinazione a meritare attenzione.

La liquidità compra tempo, non redditività

Disporre di liquidità consente a un’impresa di pagare fornitori, dipendenti, banche e fisco anche quando la gestione operativa comincia a deteriorarsi.

La cassa accumulata negli anni precedenti può quindi funzionare come un ammortizzatore. Ma l’ammortizzatore non elimina il problema: ne può semplicemente rinviare la manifestazione.

Immaginiamo un’impresa con un patrimonio robusto e disponibilità liquide elevate, ma con margini progressivamente decrescenti. Per un certo periodo continuerà a rispettare regolarmente le proprie obbligazioni. Non presenterà necessariamente insoluti e potrebbe non mostrare immediatamente i tradizionali segnali di deterioramento creditizio.

Nel frattempo, però, sta consumando la propria capacità di resistenza.

La sequenza da osservare diventa allora:

riduzione della redditività → minore generazione di cassa → progressivo assorbimento della liquidità → difficoltà nel servizio del debito → erosione patrimoniale → possibile default.

Il vero rischio consiste nel concentrarsi sulle ultime fasi del processo quando il deterioramento economico è iniziato molto prima.

Per le banche cambia il modo di leggere l’impresa

È proprio qui che il tema diventa particolarmente importante per il sistema bancario.

La valutazione del merito creditizio non può limitarsi alla fotografia rappresentata dall’ultimo bilancio disponibile. Le Guidelines on Loan Origination and Monitoring dell’EBA hanno rafforzato una concezione prospettica dell’analisi del debitore, richiedendo agli intermediari sistemi robusti di valutazione e monitoraggio della capacità di rimborso durante il ciclo di vita del finanziamento.

La domanda decisiva non è più soltanto:

“Quanto è solida oggi questa impresa?”

ma:

“Sarà in grado di generare domani i flussi necessari per sostenere il proprio debito?”

È una differenza sostanziale.

Un patrimonio elevato rappresenta certamente una protezione. La liquidità costituisce una riserva preziosa. Le garanzie riducono la perdita potenziale della banca. Ma nessuno di questi elementi può sostituire indefinitamente la capacità dell’attività caratteristica di produrre reddito e cassa.

La vera fonte primaria del rimborso di un finanziamento rimane infatti la capacità prospettica dell’impresa di generare flussi finanziari adeguati.

Dal bilancio al cash flow prospettico

Per questo motivo indicatori come EBITDA, cash flow operativo, posizione finanziaria netta, DSCR e sostenibilità del servizio del debito assumono un’importanza crescente.

Ma anche questi indicatori devono essere letti dinamicamente.

Un DSCR superiore a uno oggi non garantisce necessariamente la sostenibilità futura del debito se le vendite stanno rallentando, i margini si comprimono o aumentano strutturalmente i costi.

La stessa logica è alla base delle analisi prospettiche e degli scenari avversi richiesti nell’ambito della valutazione del merito creditizio. L’EBA attribuisce infatti rilevanza non soltanto alla situazione finanziaria corrente del debitore, ma anche alle proiezioni finanziarie, ai flussi di cassa e alla capacità dell’impresa di sopportare scenari negativi.

Il credito bancario sta quindi progressivamente passando da una logica prevalentemente backward looking, fondata sui dati storici, a una logica sempre più forward looking.

La stessa sfida riguarda gli imprenditori

Il problema, però, non riguarda soltanto le banche.

Anche gli imprenditori possono cadere nella stessa trappola.

Vedere disponibilità sul conto corrente e un patrimonio netto consistente può generare una percezione di sicurezza che induce a sottovalutare il deterioramento della gestione.

Ma un’impresa non entra in difficoltà nel momento in cui termina la liquidità.

La crisi comincia molto prima, quando il modello di business perde progressivamente la capacità di generare flussi adeguati.

È anche la logica che ha ispirato l’evoluzione della disciplina italiana sulla crisi d’impresa e sugli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili: intercettare tempestivamente gli squilibri e guardare alla sostenibilità prospettica dell’attività prima che la difficoltà diventi insolvenza.

Il nuovo early warning

La conseguenza è importante anche per i modelli di rating e di monitoraggio bancario.

Gli early warning tradizionali — insoluti, sconfinamenti, ritardi nei pagamenti, utilizzo crescente degli affidamenti — restano fondamentali, ma possono manifestarsi quando il processo di deterioramento è già iniziato.

Occorre affiancarvi indicatori capaci di intercettare ciò che accade prima.

Riduzione progressiva dell’EBITDA margin, contrazione del cash flow operativo, peggioramento della rotazione del capitale circolante, crescita delle scorte, allungamento dei tempi di incasso, riduzione della redditività del capitale e crescente dipendenza dalla liquidità accumulata possono diventare segnali altrettanto significativi.

La tecnologia e l’utilizzo crescente dei dati consentono oggi alle banche di costruire sistemi di monitoraggio molto più dinamici rispetto al passato.

La sfida sarà trasformare questi dati in capacità predittiva.

La solidità non basta

I numeri dell’Osservatorio Cerved raccontano dunque un sistema imprenditoriale italiano complessivamente più patrimonializzato e finanziariamente più resistente, ma contemporaneamente sottoposto a una crescente pressione sulla redditività.

Non è una contraddizione.

È piuttosto il segnale che solidità finanziaria e capacità economica devono essere osservate insieme.

La liquidità rappresenta una difesa. Il patrimonio rappresenta una protezione. Ma nel lungo periodo è la capacità dell’impresa di produrre reddito e generare cassa a determinarne la sostenibilità.

Per banche e imprese la vera domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto quanta liquidità sia disponibile oggi.

La domanda più importante è un’altra:

quanto a lungo quell’impresa sarà ancora capace di generarla?