Anno III • Numero 245
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Hormuz sarà territorio americano”: l’escalation verbale di Trump che riaccende lo scontro con l’Iran

Hormuz al centro dello scontro tra Stati Uniti e Iran

Nel giro di pochi giorni, tra il 15 e il 18 agosto 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato più volte un’affermazione destinata a far discutere cancellerie e mercati energetici di tutto il mondo: la sua intenzione di dichiarare lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, “territorio degli Stati Uniti”. Una dichiarazione che, ripetuta con insistenza crescente, ha smesso di sembrare una battuta estemporanea per trasformarsi in una vera e propria linea politica, con Teheran che ha risposto punto su punto, definendola un’illusione priva di fondamento.

Le tappe delle dichiarazioni

Il primo affondo risale a venerdì 15 agosto, quando Trump è intervenuto davanti a un pubblico di agenti di polizia all’Accademia di Garden City, nello stato di New York. Rivolgendosi alla platea, il presidente ha affermato che, una volta portata a termine la sconfitta dell’Iran, avrebbe presto dichiarato lo Stretto di Hormuz territorio statunitense. Ha aggiunto che gli Stati Uniti controllano già il passaggio attraverso un blocco navale, sostenendo che nessuna nave possa transitare senza il consenso americano e descrivendo la situazione come una vera e propria “barriera d’acciaio” attorno allo stretto.

Lunedì 17 agosto, proprio nel giorno in cui scadeva la tregua di sessanta giorni concordata a giugno tra Washington e Teheran nell’ambito del memorandum di Islamabad, Trump è tornato sull’argomento rispondendo alle domande dei giornalisti nello Studio Ovale. Alla richiesta di chiarire la sua proposta, ha risposto in modo diretto, definendola una “grande idea” e ribadendo che gli Stati Uniti eserciterebbero già un controllo totale sullo stretto grazie al dispositivo navale schierato nell’area.

Il culmine è arrivato martedì 18 agosto, quando il presidente ha pubblicato sul suo social Truth Social un’immagine cartografica dello Stretto di Hormuz, con il passaggio marittimo cerchiato e sovrastampato dalla scritta “New US Territory” — nuovo territorio statunitense. Poche ore dopo lo stesso post, Trump ne ha pubblicato un secondo in cui ha precisato che al momento non sono in corso né sono programmati colloqui con la Repubblica islamica dell’Iran, pur assicurando che il blocco navale resta pienamente operativo e che lo stretto sarebbe “aperto e funzionante”, con tutte le mine rimosse o fatte detonare.

Il contesto: una guerra vicina ai sei mesi

Le dichiarazioni si inseriscono in uno scenario di conflitto ormai prossimo al suo sesto mese. Lo Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e rappresenta la via di transito per circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas, è stato di fatto chiuso dall’Iran dopo l’inizio delle ostilità, diventando uno dei principali terreni di scontro simbolico ed economico tra le due potenze.

A giugno, Washington e Teheran avevano sottoscritto un memorandum d’intesa che prevedeva una tregua di sessanta giorni entro cui definire i termini per la riapertura del passaggio e la fine delle ostilità. Quella scadenza è coincisa proprio con il 17 agosto, il giorno in cui Trump ha ribadito la sua intenzione di rivendicare lo stretto come territorio americano. Secondo quanto riportato da fonti giornalistiche statunitensi, l’Iran avrebbe posto come condizioni per la riapertura la revoca del blocco dei porti iraniani, lo sblocco dei beni iraniani congelati, la rimozione delle sanzioni petrolifere e la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti — condizioni che Washington non avrebbe accettato.

Nel frattempo, il traffico marittimo attraverso lo stretto, che prima del conflitto veicolava circa un quinto degli scambi petroliferi mondiali, si è ridotto a un rivolo, aggravando le tensioni sui mercati energetici globali. Negli ultimi giorni diverse imbarcazioni che tentavano il transito sono state coinvolte in incidenti: un proiettile ha colpito lo scafo di un’imbarcazione britannica e una nave della compagnia petrolifera emiratina Adnoc è stata attaccata mentre attraversava lo stretto, senza fortunatamente causare feriti.

Sul piano militare, gli Stati Uniti mantengono una presenza navale importante nella regione. La portaerei USS Abraham Lincoln, dispiegata in Medio Oriente da oltre 250 giorni e oggetto di segnalazioni relative a condizioni critiche a bordo per l’equipaggio, sarebbe in procinto di essere sostituita dalla USS George Washington, salpata dal Vietnam il 12 agosto. Interrogato sulle polemiche relative alla lunga permanenza dei marinai in mare, Trump ha risposto che il dispiegamento non sarebbe affatto troppo lungo, semmai il contrario.

La reazione di Teheran

La risposta iraniana non si è fatta attendere e ha mantenuto toni sprezzanti fin dal primo momento. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha replicato su X che lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine esecutivo, né con un discorso elettorale, sottolineando che l’Iran non si lascia intimorire da dimostrazioni di forza. Gharibabadi ha inoltre ribadito che il passaggio marittimo resterà sotto il controllo di Teheran, aggiungendo che sarà l’Iran a decidere quando riaprirlo.

Dopo la pubblicazione della cartina su Truth Social, la replica iraniana si è fatta ancora più tagliente: Gharibabadi ha definito la rivendicazione territoriale di Trump un’illusione, arrivando a etichettare il presidente americano come un “uomo illuso” e promettendo che quella illusione sarebbe stata presto corretta — se non dai fatti, dall’Iran stesso. Altri funzionari iraniani, tra cui un portavoce del presidente Masoud Pezeshkian, hanno definito “folli” le dichiarazioni di Trump nei giorni precedenti, sostenendo che tali uscite abbiano semmai rafforzato la coesione nazionale iraniana piuttosto che indebolirla.

Da fonti Reuters emerge inoltre che alti funzionari iraniani avrebbero minacciato un attacco militare “tempestivo e mirato” per rompere il blocco navale statunitense, accusando Washington di non avere alcun reale interesse a un cessate il fuoco duraturo, e descrivendo un passaggio di Teheran da una postura difensiva a una più apertamente offensiva.

Le implicazioni economiche e geopolitiche

L’incertezza generata da queste dichiarazioni si è riflessa immediatamente sui mercati dell’energia. Il prezzo del petrolio Brent, il principale benchmark internazionale, è salito di quasi il 6% nella settimana successiva alle prime uscite di Trump, superando gli 88 dollari al barile, complice anche la persistente instabilità della navigazione nello stretto. Gli analisti di settore avevano già segnalato come qualunque escalation retorica sulla sovranità di Hormuz fosse destinata a tradursi in nuova volatilità per i mercati petroliferi, dato il ruolo cruciale del passaggio negli approvvigionamenti energetici mondiali.

Sul piano diplomatico, le dichiarazioni di Trump complicano ulteriormente gli sforzi di mediazione internazionale. Il Pakistan, che aveva contribuito a facilitare il memorandum di Islamabad, starebbe lavorando per ottenere una proroga della tregua, ma la scadenza del 17 agosto è ormai trascorsa senza un accordo formale. All’interno della stessa amministrazione statunitense sono emerse voci discordanti: mentre il vicepresidente JD Vance si è tenuto a distanza dal tema, concentrandosi piuttosto sulla necessità di contenere i prezzi dei carburanti per i cittadini americani, un funzionario della Casa Bianca ha suggerito in forma anonima al Wall Street Journal che le prime dichiarazioni di Trump sulla sovranità di Hormuz fossero da intendersi come una battuta. Il fatto che il presidente abbia poi ribadito il concetto a più riprese, fino alla pubblicazione della cartina su Truth Social, sembra tuttavia smentire questa lettura minimizzante.

Cosa succede ora

Con la scadenza della tregua ormai alle spalle e nessun negoziato formale in programma, lo scenario nello Stretto di Hormuz resta quanto mai incerto. Da un lato Washington rivendica il controllo del passaggio attraverso il blocco navale e insiste sulla propria narrazione di una vittoria quasi acquisita contro l’Iran; dall’altro Teheran respinge con fermezza ogni ipotesi di cessione di sovranità e minaccia di intensificare le operazioni militari per rompere l’assedio. In questo clima di reciproca intransigenza, la vicenda della “nuova provincia americana” rischia di rimanere sullo sfondo non solo come episodio propagandistico, ma come ulteriore elemento di instabilità in una crisi che, a quasi sei mesi dal suo inizio, non mostra ancora segnali concreti di soluzione.