Droni, sabotaggi, cyberattacchi e disinformazione: secondo l’intelligence tedesca il confronto con la Russia è entrato in una fase più pericolosa. Ma tra guerra ibrida e conflitto militare esiste ancora una linea che l’Europa deve impedire venga oltrepassata.
Non siamo in guerra. Ma non siamo più nemmeno nella pace alla quale l’Europa si era abituata dopo la fine della Guerra fredda.
È forse questa la chiave per leggere l’allarme lanciato il 5 ottobre 2026 dai vertici dell’intelligence tedesca davanti alla Commissione parlamentare di controllo del Bundestag.
Martin Jäger, presidente del Bundesnachrichtendienst, il servizio di intelligence estera della Germania, ha indicato la Russia come la principale minaccia alla sicurezza tedesca, sostenendo che il deterioramento della situazione previsto già nel 2025 si sia ormai pienamente concretizzato. Il Bundestag riferisce che, secondo Jäger, Mosca sta aumentando contemporaneamente la pressione sull’Ucraina, sull’Europa e sulla Germania.
L’espressione utilizzata è ancora più significativa: “guerra ombra”.
Non un conflitto combattuto apertamente con carri armati e divisioni militari sul territorio europeo, ma una zona grigia nella quale operazioni di intelligence, sabotaggi, cyberattacchi, campagne di disinformazione e azioni clandestine possono colpire un Paese senza oltrepassare formalmente la soglia della guerra.
Ed è proprio questa ambiguità a renderla pericolosa.
La nuova frontiera della guerra
Per secoli la guerra è stata relativamente semplice da riconoscere. Un esercito attraversava un confine, uno Stato attaccava un altro Stato, i governi dichiaravano la mobilitazione.
La guerra del XXI secolo può iniziare molto prima.
Un attacco informatico può paralizzare un’infrastruttura. Un drone può penetrare nello spazio aereo di un altro Paese. Un sabotaggio può interrompere una rete energetica o una linea ferroviaria. Una campagna digitale può amplificare divisioni politiche e sociali.
La difficoltà consiste nell’attribuzione.
Chi ha compiuto l’azione? È stato uno Stato? Un gruppo indipendente? Un intermediario? Esistono prove sufficienti per reagire?
Proprio questa incertezza consente alla guerra ibrida di svilupparsi sotto la soglia che farebbe scattare una risposta militare tradizionale.
Il presidente dell’intelligence interna tedesca, Sinan Selen, ha affermato davanti al Bundestag che scenari considerati dai pianificatori militari come possibili alla fine del decennio sarebbero, nel mondo clandestino dell’intelligence, già una realtà.
Un’affermazione che merita attenzione perché modifica la percezione temporale della minaccia: il problema non sarebbe più soltanto prepararsi a ciò che potrebbe accadere tra qualche anno, ma difendersi da ciò che starebbe già accadendo oggi.
Il caso Lipsia
Uno degli episodi richiamati dalle autorità tedesche riguarda l’aeroporto di Lipsia, dove nell’agosto scorso è stato individuato un drone contenente esplosivo vicino a un aereo cargo ucraino.
Berlino ha attribuito l’episodio alla Russia, inserendolo nel quadro delle operazioni ibride contro la Germania. Mosca ha respinto le accuse.
Ed è proprio qui che emerge il problema strategico.
Un drone, un sabotaggio o un cyberattacco possono provocare vittime senza assumere le caratteristiche tradizionali di un’aggressione militare. Se episodi di questo tipo diventassero più frequenti, la NATO dovrebbe prima o poi affrontare una domanda estremamente complessa: quando un’azione ibrida diventa un attacco?
Non è una questione semantica.
L’articolo 5 del Trattato Atlantico stabilisce il principio della difesa collettiva. Ma nelle nuove forme di conflitto esiste un’enorme area intermedia tra una normale attività ostile e un’aggressione armata.
È precisamente in quell’area che può essere testata la capacità di reazione dell’Alleanza.
Mosca vuole davvero una guerra con la NATO?
Qui è necessario evitare una conclusione troppo semplice.
L’allarme dell’intelligence tedesca non significa che un’invasione russa della Germania sia imminente.
Pochi giorni prima, il segretario generale della NATO Mark Rutte aveva ribadito che non esiste attualmente una minaccia militare immediata contro il territorio dell’Alleanza, pur riconoscendo il quadro di crescente tensione.
Una guerra convenzionale tra Russia e NATO avrebbe inoltre conseguenze difficilmente controllabili e comporterebbe il rischio estremo di un’escalation nucleare.
È quindi molto più plausibile che il confronto continui, almeno nel breve periodo, attraverso pressioni progressive: cyberattacchi, operazioni clandestine, interferenze, provocazioni nello spazio aereo, sabotaggi e disinformazione.
La strategia potrebbe essere quella di verificare continuamente quanto lontano sia possibile spingersi senza provocare una risposta collettiva occidentale.
In questo senso la guerra ibrida diventa anche una guerra psicologica.
Non serve necessariamente sconfiggere militarmente l’avversario. Può essere sufficiente dividerlo, indebolirne la coesione politica e rendere più costoso il sostegno all’Ucraina.
Il Baltico, la zona più delicata
Se esiste un’area nella quale questa strategia potrebbe produrre un incidente più grave, è probabilmente il Baltico.
L’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO ha modificato profondamente gli equilibri regionali. Al centro rimane l’exclave russa di Kaliningrad, territorio fortemente militarizzato situato tra Polonia e Lituania.
Negli ultimi mesi la tensione intorno alla regione è aumentata e Mosca ha avvertito che considererebbe estremamente grave un eventuale tentativo di isolamento militare dell’exclave.
È in scenari come questi che il rischio maggiore potrebbe non essere una guerra deliberatamente programmata.
Potrebbe essere un errore di calcolo.
Un drone abbattuto. Una nave coinvolta in un incidente. Un’infrastruttura sabotata. Un’operazione militare interpretata dalla parte opposta come preparazione di un attacco.
Nella storia, molte guerre sono iniziate non perché tutti le desiderassero, ma perché ciascuno era convinto che l’altro avrebbe fatto un passo indietro.
E l’Italia?
Pensare che la questione riguardi soltanto Germania, Polonia o Paesi baltici sarebbe un errore.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riconosciuto nelle ultime settimane l’esistenza di minacce ibride russe verso l’Europa, distinguendole però nettamente da un attacco militare diretto contro l’Italia. A settembre aveva dichiarato che non risultavano minacce di attacchi militari contro il nostro Paese, mentre considerava reali i rischi legati a sicurezza informatica, fake news e possibili tentativi di condizionamento politico.
Davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU Tajani ha ribadito che le minacce ibride rappresentano un rischio per la sicurezza europea, aggiungendo però una precisazione altrettanto importante: l’Italia non è in guerra con la Russia e occorre evitare l’escalation.
È probabilmente questa la linea più difficile da seguire nei prossimi anni.
Prepararsi senza trasformare ogni incidente in una dichiarazione di guerra.
Rafforzare la deterrenza senza rendere inevitabile lo scontro.
Proteggere infrastrutture, reti informatiche e processi democratici senza alimentare una spirale nella quale ogni mossa dell’avversario richieda automaticamente una contromossa superiore.
Il vero rischio è l’escalation graduale
L’allarme proveniente da Berlino non dovrebbe quindi essere interpretato come l’annuncio di una guerra imminente tra Russia e NATO.
Rappresenta qualcosa di forse più complesso.
Descrive una trasformazione del concetto stesso di pace.
Europa e Russia possono formalmente non essere in guerra mentre conducono operazioni ostili sempre più aggressive. Ed esiste una soglia invisibile oltre la quale una di queste operazioni potrebbe produrre vittime, una reazione militare e una successiva controreazione.
È questo il rischio che l’Europa deve imparare a governare.
La deterrenza resta necessaria. La capacità di intelligence diventa essenziale. La difesa informatica e quella delle infrastrutture strategiche devono ormai essere considerate parte integrante della sicurezza nazionale.
Ma insieme alla forza deve sopravvivere la politica.
Perché nella zona grigia che separa pace e guerra la vera vittoria non consiste nel dimostrare chi sia disposto ad andare più lontano.
Consiste nel fare in modo che quella linea sottile non venga mai oltrepassata.