Quando il vero naufragio non avviene soltanto in mare
Abbiamo già esaminato, nei precedenti articoli di “Dentro i romanzi”, alcuni momenti fondamentali della costruzione narrativa: l’incipit, il ruolo decisivo delle prime dieci pagine e la struttura in tre atti, accompagnando di volta in volta la teoria con esempi tratti da opere diverse.
Con questo articolo compiamo un passo ulteriore. Per la prima volta proveremo infatti a riunire gli strumenti fin qui acquisiti e ad applicarli all’analisi di un unico romanzo, osservando concretamente come incipit, avvio della narrazione e struttura in tre atti concorrano alla costruzione e allo sviluppo della storia.
Si tratta di un primo esperimento che intendiamo riproporre periodicamente anche nei prossimi appuntamenti di “Dentro i romanzi”: una sorta di laboratorio di lettura attraverso il quale verificare, direttamente sulle pagine di un’opera, quanto abbiamo imparato nel corso della rubrica.
Perché conoscere i meccanismi con cui un romanzo viene costruito non significa soltanto imparare a scriverlo: significa anche imparare a leggerlo con occhi diversi.
Naufragio di Vincent Delecroix si presta particolarmente bene a questo primo esperimento. È un romanzo che, attraverso il racconto di una storia, non si limita a coinvolgere il lettore, ma lo costringe progressivamente a formulare una domanda.
Pubblicato in Francia con il titolo Naufrage e arrivato in Italia per Edizioni Clichy nella traduzione di Fabrizio Di Majo, il romanzo prende spunto da un fatto realmente accaduto: il naufragio del 24 novembre 2021 nella Manica, quando ventisette migranti persero la vita tentando di raggiungere le coste britanniche.
Ma sarebbe riduttivo considerare Naufragio semplicemente un romanzo sull’immigrazione o sulla tragedia del mare. Delecroix utilizza quel fatto di cronaca per affrontare una questione molto più universale: che cosa significa essere responsabili della vita di un altro essere umano?
E soprattutto: che cosa accade quando tra noi e quella responsabilità si frappongono una procedura, un’organizzazione, un confine, un telefono?
L’autore
Vincent Delecroix, nato a Parigi nel 1969, è scrittore, filosofo e accademico francese. Docente all’École Pratique des Hautes Études, ha affiancato alla ricerca filosofica una significativa attività narrativa.
Nei suoi lavori ricorrono temi quali la responsabilità individuale, la coscienza, la libertà e il rapporto tra l’uomo e le strutture sociali nelle quali è inserito. Una formazione filosofica che emerge chiaramente anche in Naufragio, dove un fatto di cronaca diventa il punto di partenza per un’indagine sulla responsabilità morale e sull’indifferenza.
Il fatto reale da cui nasce il romanzo
Nella notte del 24 novembre 2021, un’imbarcazione con a bordo decine di migranti tenta di attraversare la Manica. Qualcosa va storto, e la barca inizia a imbarcare acqua. Dal mare partono ripetute richieste di soccorso.
Dall’altra parte del telefono, il centro francese è incaricato di coordinare le operazioni di salvataggio. Una delle operatrici riceve le chiamate, e le persone a bordo spiegano di essere in pericolo. Chiedono aiuto e insistono.
Purtroppo, i soccorsi non arrivano in tempo e ventisette persone muoiono. Delecroix parte da questa vicenda, ma fa una scelta narrativa fondamentale: non costruisce un’inchiesta giornalistica e non cerca semplicemente di ricostruire quanto accaduto quella notte. Porta invece il lettore dall’altra parte del telefono, dove inizia davvero il romanzo.
L’incipit: sappiamo già che cosa è successo
La forza dell’apertura di Naufragio nasce da una scelta apparentemente paradossale: il lettore non deve scoprire il finale. La tragedia è già avvenuta. Sappiamo che un’imbarcazione è affondata. Sappiamo che delle persone hanno telefonato chiedendo aiuto. Sappiamo che ventisette di loro sono morte.
La domanda narrativa non è quindi: Che cosa succederà? È un’altra: Come è stato possibile che succedesse? Il romanzo si apre infatti nel tempo successivo alla tragedia, quando l’operatrice del servizio di soccorso viene interrogata sul proprio comportamento. Delecroix rovescia così la costruzione tradizionale del racconto.
Delecroix non promette di raccontarci se la tragedia avverrà. Ci promette di portarci dentro le ragioni per cui è potuta accadere. Ed è proprio questa scelta a dimostrare come un incipit non debba necessariamente nascondere ciò che accadrà per creare tensione. Può fare esattamente il contrario: rivelare l’esito e trasformare il “che cosa succederà?” nel più inquietante “perché è successo?”.
La sintesi
Il romanzo si concentra su una donna che lavora nel servizio francese di soccorso marittimo. Durante il suo turno, riceve le telefonate da un’imbarcazione di migranti in difficoltà. Le richieste sono insistenti. Qualcuno dall’altra parte spiega che la barca sta affondando e che è necessario intervenire. L’operatrice inizia a dubitare, interpretare e valutare. Si irrita e cerca di comprendere se quelle persone siano realmente in pericolo e quale autorità debba occuparsene. Il tempo passa e, nel soccorso in mare, può essere la differenza tra vita e morte. Quando la tragedia diventa evidente, è troppo tardi. Comincia un’altra storia, non più quella delle vittime da salvare, ma quella di chi deve giustificare perché non siano state salvate. Qui Naufragio supera il mero fatto di cronaca.
La struttura del romanzo: Naufragio attraverso i tre atti
Arriviamo così al cuore dell’esperimento che ci siamo proposti in questo articolo: verificare se la struttura in tre atti, esaminata nei precedenti appuntamenti di Dentro i romanzi, possa aiutarci a comprendere meglio la costruzione di un romanzo concreto.
Naufragio è un’opera breve ed estremamente concentrata e Delecroix non racconta gli eventi seguendo un ordine cronologico lineare. La sua costruzione presenta tre grandi movimenti — l’interrogatorio, il naufragio e la coscienza — che possiamo mettere in relazione con altrettante funzioni narrative: la possibilità, la scelta e la responsabilità.
Non si tratta di sovrapporre artificialmente uno schema teorico al romanzo. Al contrario, è proprio questo il tipo di verifica che vogliamo sperimentare: osservare come uno scrittore possa utilizzare liberamente le strutture narrative e adattarle alle esigenze della propria storia. Possiamo allora leggere Naufragio attraverso questa corrispondenza:
ATTO I – L’INTERROGATORIO: LA POSSIBILITÀ
ATTO II – IL NAUFRAGIO: LA SCELTA E LE SUE CONSEGUENZE
ATTO III – LA COSCIENZA: LA RESPONSABILITÀ
Dietro questi tre passaggi se ne può inoltre intravedere un altro, più simbolico:
PAROLA → CORPO → RESPONSABILITÀ
Non è una seconda struttura, ma una chiave di lettura che accompagna l’evoluzione dei tre atti.
ATTO I – L’interrogatorio: la possibilità
Il primo movimento del romanzo è dominato dalla parola. La tragedia è già avvenuta e l’operatrice viene interrogata sul proprio comportamento. Si ricostruiscono telefonate, tempi, decisioni e procedure. Ma soprattutto emergono le spiegazioni. La protagonista cerca continuamente di razionalizzare ciò che è accaduto. C’erano procedure. Esistevano competenze differenti. Bisognava capire dove si trovasse esattamente l’imbarcazione. Non tutte le richieste ricevute erano necessariamente attendibili. Il lettore assiste così a qualcosa che somiglia a un processo, ma il vero tribunale non è soltanto quello dell’indagine. È quello della coscienza. Più la donna cerca di spiegare il proprio comportamento, più siamo portati a domandarci dove finisca la spiegazione e dove cominci la giustificazione. Ma attraverso l’interrogatorio ricostruiamo anche il momento precedente alla tragedia, quello nel quale tutto era ancora possibile. Una barca è in difficoltà. Qualcuno telefona. Qualcuno risponde. Tra quelle due persone esistono una linea telefonica e una decisione: intervenire oppure aspettare, credere oppure dubitare, considerare quella richiesta una vera emergenza oppure una delle tante chiamate ricevute durante il turno. È qui che possiamo riconoscere la funzione narrativa del primo atto. Il conflitto viene posto davanti al lettore e, nonostante conosciamo già l’esito della vicenda, comprendiamo che nel momento della decisione il naufragio non era ancora inevitabile. Delecroix riesce così a costruire tensione senza ricorrere alla suspense tradizionale. Non ci chiediamo che cosa accadrà, perché lo sappiamo già. Ci chiediamo invece in quale momento sarebbe stato ancora possibile impedire che accadesse. La parola diventa così il primo elemento della struttura profonda del romanzo: parole pronunciate durante le telefonate, parole utilizzate nell’interrogatorio, parole attraverso le quali si cerca, dopo la tragedia, di spiegare ciò che è avvenuto.
Nel secondo movimento la prospettiva cambia radicalmente. Dalla stanza dell’interrogatorio ci spostiamo idealmente sul mare. Fino a quel momento abbiamo ascoltato parole come procedure, coordinate, competenza, soccorso, migranti.
Adesso dietro quelle parole tornano a esserci delle persone. Uomini e donne aspettano. L’acqua entra nell’imbarcazione. Qualcuno continua a sperare che i soccorsi arrivino. Qualcuno telefona. Qualcuno aspetta una nave che non arriverà in tempo. Il mare restituisce improvvisamente concretezza a tutto ciò che il linguaggio burocratico aveva reso astratto.
Nel secondo movimento la prospettiva cambia radicalmente. Dalla stanza dell’interrogatorio ci spostiamo idealmente sul mare. Fino a quel momento abbiamo ascoltato parole come procedure, coordinate, competenza, soccorso, migranti. Adesso dietro quelle parole tornano a esserci delle persone. Uomini e donne aspettano. L’acqua entra nell’imbarcazione. Qualcuno continua a sperare che i soccorsi arrivino. Qualcuno telefona. Qualcuno aspetta una nave che non arriverà in tempo. Il mare restituisce improvvisamente concretezza a tutto ciò che il linguaggio burocratico aveva reso astratto. Non esiste più soltanto una categoria chiamata “migranti”. Esistono esseri umani che stanno morendo. È il centro emotivo del romanzo, ma è anche il punto nel quale la possibilità del primo atto si trasforma nelle conseguenze delle decisioni prese o non prese. Le telefonate sono arrivate. Le richieste sono diventate sempre più drammatiche. Eppure, aumenta progressivamente la distanza tra chi chiede aiuto e chi dovrebbe organizzarlo. La persona rischia così di trasformarsi in una categoria. Un migrante. Una pratica. Una posizione geografica. Una competenza territoriale. Una richiesta da verificare. Delecroix affronta qui uno dei temi più duri dell’opera: la disumanizzazione non richiede necessariamente odio. A volte è sufficiente la distanza. Il secondo atto è quindi quello della scelta e, soprattutto, dell’omissione che produce conseguenze. Se nel primo movimento dominavano le parole, nel secondo irrompono i corpi. Sono le persone reali che quelle parole rischiavano di trasformare in numeri, procedure e categorie. Ed è proprio questo passaggio dalla parola al corpo a impedire al lettore di mantenere la stessa distanza che caratterizza il linguaggio dell’organizzazione.
ATTO III – La coscienza: la responsabilità
Il naufragio è avvenuto. Adesso non esiste più alcuna decisione capace di modificare il passato. Rimane soltanto la responsabilità. Il romanzo ritorna alla protagonista, ma progressivamente l’interrogatorio esterno sembra trasformarsi in un interrogatorio interiore.
La donna cerca spiegazioni. La responsabilità appartiene alle organizzazioni criminali che hanno organizzato la traversata? Alle politiche migratorie europee? Alle autorità francesi? A quelle britanniche? Alle procedure? A chi ha consentito che quelle persone arrivassero fino a quella barca?
La protagonista può percepirsi come un piccolo ingranaggio all’interno di un sistema enormemente più grande di lei. Ma Delecroix lascia sospesa una domanda alla quale nessuna procedura sembra poter rispondere: nel momento in cui una voce ti dice “sto morendo”, puoi davvero considerarti soltanto un ingranaggio? È in questo terzo atto che la costruzione narrativa raggiunge il proprio punto di arrivo. Parola → Corpo → Responsabilità.
Questa protagonista non è rappresentata come un mostro, né come una figura deliberatamente crudele. È una persona comune, che lavora all’interno di un’organizzazione e segue procedure. Conosce regole e competenze. È proprio questa normalità a rendere il romanzo inquietante.
Le parole del primo atto hanno trovato nel secondo la concretezza dei corpi e conducono ora alla domanda morale che attraversa l’intero romanzo. Delecroix evita però una risposta semplice. Non sembra voler consegnare al lettore un colpevole da condannare e neppure una protagonista da assolvere. Fa qualcosa di narrativamente più complesso: impedisce a chi legge di liberarsi facilmente della domanda. Il percorso dei tre atti può allora essere sintetizzato in: POSSIBILITÀ → SCELTA → RESPONSABILITÀ. Non è una formula applicata dall’esterno al romanzo. È il percorso morale che emerge dalla sua stessa costruzione.
Le parole del primo atto si concretizzano nel secondo attraverso i corpi e conducono alla domanda morale che attraversa l’intero romanzo. Delecroix evita una risposta semplice, non vuole consegnare al lettore un colpevole da condannare. È più complesso: impedisce a chi legge di liberarsi facilmente della domanda. Il percorso dei tre atti può quindi essere riassunto in: POSSIBILITÀ → SCELTA → RESPONSABILITÀ. Non è una formula esterna, ma un percorso morale che emerge dalla costruzione stessa del romanzo.
Anche la costruzione del personaggio principale rompe uno degli schemi più consolidati della narrativa. Normalmente un protagonista attraversa una trasformazione: commette un errore, e comprende le conseguenze e cambia. In Naufragio questo percorso è molto più problematico. La protagonista non attraversa una rassicurante traiettoria: errore → consapevolezza → pentimento → redenzione. Continua invece a interrogare e a interrogarsi, a spiegare, a distribuire responsabilità. Ed è proprio questa resistenza a diventare parte essenziale della costruzione del personaggio. Se Delecroix l’avesse trasformata semplicemente in un mostro, il lettore avrebbe avuto una via d’uscita molto comoda. Avrebbe potuto condannarla. E chiudere il libro. Rappresentandola invece nella sua inquietante normalità, l’autore elimina quella possibilità.Perché la domanda diventa inevitabilmente: io, al suo posto, che cosa avrei fatto? Ma c’è una difficoltà ulteriore. Noi giudichiamo conoscendo già il finale. Sappiamo che ventisette persone moriranno. L’operatrice, nel momento in cui deve decidere, non possiede la stessa certezza. La responsabilità personale deve quindi confrontarsi con un altro elemento fondamentale: l’incertezza nella quale vengono prese le decisioni. Ed è forse proprio questo a rendere il dilemma morale del romanzo ancora più difficile.
Il linguaggio della burocrazia e la distanza dall’essere umano
C’è un ulteriore elemento che attraversa tutto il romanzo: il rapporto tra linguaggio e responsabilità. Le organizzazioni hanno bisogno delle procedure. Senza procedure non potrebbero funzionare. Ma le parole utilizzate dalle organizzazioni possono creare distanza. Un essere umano diventa un “caso”. Un’imbarcazione diventa una “posizione”. Una richiesta disperata diventa una “segnalazione”. Una decisione diventa una “procedura”. Non significa che le procedure siano sbagliate. Significa che nessuna procedura può sostituire completamente il giudizio umano quando dall’altra parte esiste una vita. È forse questo uno degli aspetti più contemporanei del romanzo. Viviamo in società nelle quali decisioni sempre più importanti vengono distribuite attraverso organizzazioni, protocolli, algoritmi e catene di responsabilità. Naufragio ci ricorda che dietro l’ultimo passaggio della catena continua, comunque, a esserci una persona.
Il significato del titolo
Quando cominciamo a leggere pensiamo che il titolo sia perfettamente chiaro. Naufragio. Una barca affonda. Delle persone muoiono. Ma procedendo nella lettura comprendiamo che il titolo possiede un significato molto più ampio. Nel romanzo avvengono almeno tre naufragi. Naufraga un’imbarcazione. È il naufragio materiale. Naufraga un sistema. È il naufragio di procedure e organizzazioni che non riescono a trasformarsi in salvezza. Ma soprattutto: rischia di naufragare la responsabilità individuale.
Una società, infatti, non perde la propria umanità soltanto quando qualcuno decide consapevolmente di fare del male. Può perderla anche in un modo infinitamente più silenzioso. Quando ciascuno svolge una piccola parte del proprio compito. Quando ciascuno rispetta il confine della propria competenza. Quando ciascuno trova una ragione per spiegare perché avrebbe dovuto agire qualcun altro. E alla fine, mentre tutti possono trovare una giustificazione, nessuno salva l’uomo che sta annegando.
Conclusioni – Leggere un romanzo da dentro
Partendo da Naufragio, il nostro obiettivo è diverso rispetto a una tradizionale recensione. Vogliamo verificare se gli strumenti appresi nei precedenti appuntamenti di “Dentro i romanzi” possano aiutarci a comprendere non solo come si scrive una storia, ma anche perché funziona. L’esperimento ci offre una prima risposta. Delecroix dimostra che le strutture narrative non sono rigide, possono essere adattate e trasformate. Il lettore di Naufragio, pur conoscendo l’esito, continua a leggere. Questo perché l’autore sostituisce progressivamente la domanda tradizionale — “che cosa succederà?” — con altre domande: “come è stato possibile?”, “chi è responsabile?” e, infine, “che cosa avrei fatto io?” Qui si incontrano tecnica narrativa e significato.