Anno III • Numero 245
9772039198001

QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE LIBERA E INDIPENDENTE

Il clima che cambia davanti ai nostri occhi: quattro immagini di un pianeta sotto pressione

Iceberg maestoso in un mare blu

Dal tifone che ha costretto oltre un milione di persone a lasciare le proprie case in Cina al ponte spazzato via dall’acqua in India, dalle meduse sulle coste francesi all’orso che cerca refrigerio in una piscina californiana. Episodi lontanissimi tra loro che pongono una stessa domanda: il cambiamento climatico è già entrato nella nostra quotidianità?

Ci sono momenti nei quali un fenomeno complesso sembra diventare improvvisamente comprensibile attraverso un’immagine.

Un ponte travolto dall’acqua e cancellato in pochi secondi. Un orso che entra nel giardino di una casa e si immerge in piscina per trovare sollievo dal caldo. Migliaia di meduse che arrivano sulle coste francesi. Un tifone che investe la Cina orientale costringendo più di un milione di persone ad abbandonare temporaneamente le proprie abitazioni.

Sono immagini arrivate quasi contemporaneamente, nell’estate del 2026, da quattro luoghi molto distanti del pianeta.

Prese singolarmente raccontano quattro storie diverse. Guardate insieme sembrano invece comporre un mosaico.

Ed è difficile non domandarsi se dietro quel mosaico non ci sia, almeno in parte, la grande trasformazione climatica che stiamo vivendo.

Dalla Cina, la potenza del tifone Dolphin

Nei primi giorni di agosto il tifone Dolphin ha colpito la Cina orientale portando piogge torrenziali, allagamenti e pesanti conseguenze sui trasporti. Oltre un milione di persone sono state evacuate nelle regioni interessate. A Shanghai più di 200.000 residenti hanno dovuto lasciare temporaneamente le proprie abitazioni e una stazione meteorologica ha registrato quasi 400 millimetri di pioggia nell’arco di 24 ore, un valore eccezionale nella storia delle rilevazioni locali.

Le immagini delle strade trasformate in corsi d’acqua sono impressionanti. Ma proprio di fronte a fenomeni di questo genere bisogna evitare una semplificazione molto diffusa.

Non è scientificamente corretto affermare che un determinato tifone sia stato provocato dal cambiamento climatico soltanto perché si verifica in un mondo più caldo.

I cicloni tropicali esistevano molto prima dell’attuale riscaldamento globale e continueranno a esistere. La questione è diversa: il cambiamento climatico modifica le condizioni nelle quali questi fenomeni nascono e si sviluppano.

Un’atmosfera più calda può contenere una maggiore quantità di vapore acqueo; oceani più caldi rappresentano inoltre una maggiore disponibilità di energia per i sistemi atmosferici. Il risultato non è necessariamente un aumento lineare del numero dei cicloni, ma può essere una modificazione della loro intensità, delle precipitazioni associate e quindi della loro capacità distruttiva.

Il quadro generale è ormai difficilmente contestabile. La World Meteorological Organization ha certificato che il periodo 2015-2025 comprende gli undici anni più caldi mai registrati e che nel 2025 il contenuto di calore degli oceani ha raggiunto il livello più elevato dall’inizio delle rilevazioni disponibili.

Il tifone cinese, dunque, non è “la prova” del cambiamento climatico. È piuttosto un evento che si verifica dentro un sistema climatico che è già cambiato.

Ed è una distinzione fondamentale.

India: un ponte scompare in pochi secondi

Dalla Cina all’India.

Nella Niti Valley, nello Stato himalayano dell’Uttarakhand, le piogge intense hanno provocato una piena improvvisa. Un video ripreso nella zona di Chamoli mostra la corrente gonfiarsi e trascinare via un ponte in pochi istanti.

Non è una ricostruzione digitale e non è la scena di un film catastrofico. È accaduto nell’agosto 2026.

Probabilmente proprio quell’immagine consente di comprendere uno degli aspetti meno intuitivi del cambiamento climatico.

Quando parliamo di aumento della temperatura media globale di uno o due gradi possiamo essere portati a considerarlo un cambiamento relativamente modesto. Nella vita quotidiana la differenza tra 28 e 29 gradi appare quasi irrilevante.

Ma il sistema climatico non funziona in questo modo.

L’aumento della temperatura modifica l’evaporazione, l’umidità atmosferica, la circolazione delle masse d’aria e il ciclo dell’acqua. Ciò può contribuire ad aumentare la probabilità o l’intensità di precipitazioni estreme in numerose regioni.

Il rapporto della WMO dedicato all’Asia descrive proprio un continente nel quale caldo estremo, piogge intense, alluvioni e cicloni stanno producendo costi umani ed economici crescenti. L’Asia, inoltre, si è riscaldata negli ultimi decenni più rapidamente della media globale.

Ma il ponte indiano introduce un’altra questione.

Il rischio climatico non dipende soltanto dal clima.

Dipende anche da ciò che trova sul proprio cammino.

Un evento meteorologico diventa catastrofe quando incontra infrastrutture vulnerabili, territori fortemente urbanizzati, dissesto idrogeologico, edificazioni in aree esposte o sistemi di prevenzione insufficienti.

Per questo adattarsi al cambiamento climatico significa anche ripensare ponti, strade, sistemi fognari, argini, città e modalità di utilizzo del territorio.

Il problema non è soltanto impedire che il clima cambi ulteriormente.

È prepararci al clima che è già cambiato.

Le meduse sulle spiagge della Normandia

Poi c’è un’immagine completamente diversa.

Nelle settimane estive sulle spiagge del Calvados, in Normandia, sono state segnalate numerose meduse, tanto da scoraggiare in alcune località l’ingresso in acqua.

Anche qui occorre molta prudenza.

La presenza delle meduse lungo quelle coste non è di per sé eccezionale e gli stessi esperti invitano a non considerare automaticamente ogni proliferazione come conseguenza diretta del riscaldamento globale. Correnti, venti, disponibilità di nutrimento, cicli riproduttivi, pesca e caratteristiche locali dell’ecosistema possono incidere sulla loro concentrazione vicino alle coste.

Eppure qualcosa sta cambiando nei mari.

La temperatura degli oceani continua ad aumentare. Circa il 90% del calore in eccesso accumulato dal sistema terrestre a causa del riscaldamento globale viene assorbito dagli oceani, che rappresentano quindi uno dei più importanti indicatori della trasformazione climatica.

Le acque più calde modificano gli habitat, la distribuzione delle specie, le catene alimentari e gli equilibri degli ecosistemi marini.

La vicenda francese ha assunto nei giorni scorsi anche una dimensione sorprendentemente industriale.

Una massiccia presenza di meduse ha infatti ostruito i sistemi di aspirazione dell’acqua utilizzata per il raffreddamento della centrale nucleare di Gravelines, nel nord della Francia, determinando lo spegnimento di tre reattori e limitazioni per un quarto. Nello stesso periodo caldo estremo, siccità e problemi ambientali hanno contribuito a rendere indisponibile oltre il 20% della capacità nucleare francese.

Una medusa diventa così, quasi paradossalmente, il punto di incontro tra clima, biodiversità, produzione energetica e sicurezza delle infrastrutture.

California: l’orso nella piscina

E poi c’è l’orso.

In California, nella contea di Los Angeles, un grande orso è entrato nel giardino di un’abitazione e si è immerso tranquillamente nella piscina mentre la zona era interessata da temperature elevate.

Il video ha inevitabilmente fatto il giro dei media.

È la scena più simpatica delle quattro.

Ma forse, proprio per questo, è anche quella che può farci riflettere maggiormente.

Gli animali reagiscono alle condizioni ambientali. Cercano acqua, ombra, cibo e temperature più sopportabili. Quando caldo, siccità, incendi o trasformazioni degli habitat modificano la disponibilità di queste risorse, la fauna può spostarsi e avvicinarsi maggiormente agli insediamenti umani.

Naturalmente sarebbe scorretto affermare che quell’orso sia entrato in quella specifica piscina “a causa del cambiamento climatico”.

Ma l’immagine contiene qualcosa di simbolico.

Un animale selvatico entra nello spazio dell’uomo per trovare nell’acqua di una piscina ciò che l’ambiente circostante, almeno in quel momento, gli offre con maggiore difficoltà.

Per qualche minuto il confine tra natura e città sembra scomparire.

Quattro immagini, un unico pianeta

Cina, India, Francia, California.

Un tifone.

Una piena improvvisa.

Le meduse.

Un orso.

Non sono manifestazioni dello stesso fenomeno meteorologico e sarebbe sbagliato inserirle forzatamente dentro un’unica spiegazione causale.

Eppure appartengono allo stesso pianeta e allo stesso periodo storico.

Ed è forse questo il punto.

Per molti anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico soprattutto attraverso grafici, proiezioni e date future.

+1,5 °C.

Riduzione delle emissioni.

Neutralità carbonica.

Sono concetti indispensabili per comprendere scientificamente il problema, ma rischiano di trasformare il cambiamento climatico in qualcosa di astratto.

Come se riguardasse soprattutto il futuro.

I dati raccontano invece una realtà diversa.

Nel 2025 la temperatura media globale è risultata circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Il 2024 rimane l’anno più caldo mai registrato, con circa 1,55 °C sopra quel riferimento, mentre gli undici anni dal 2015 al 2025 sono stati tutti gli undici più caldi della serie storica.

Non stiamo quindi aspettando che il cambiamento climatico cominci.

È già cominciato.

Il problema delle singole catastrofi

C’è tuttavia un errore che dobbiamo evitare.

Ogni volta che si verifica un’alluvione, un incendio, un uragano o un’ondata di caldo, il dibattito tende immediatamente a dividersi.

Da una parte chi afferma: “È colpa del cambiamento climatico”.

Dall’altra chi risponde: “Alluvioni e uragani ci sono sempre stati”.

Entrambe le affermazioni, formulate in questo modo, sono insufficienti.

È vero: tifoni, siccità, incendi e alluvioni esistevano anche secoli fa.

Ma è altrettanto vero che il clima nel quale oggi si sviluppano questi fenomeni non è più quello di un secolo fa.

La scienza dell’attribuzione climatica cerca proprio di superare questa contrapposizione. Non domanda semplicemente se un evento sia stato “causato” dal cambiamento climatico, ma cerca di stabilire quanto il riscaldamento globale ne abbia modificato probabilità e intensità.

È un cambiamento di prospettiva importante.

Non significa sostenere che ogni evento estremo sia nuovo.

Significa domandarsi se stiano cambiando le condizioni nelle quali gli eventi estremi si producono.

Dalla mitigazione all’adattamento

Per decenni il dibattito sul clima si è concentrato soprattutto sulla mitigazione: ridurre le emissioni di gas serra per limitare l’aumento delle temperature.

Resta un obiettivo fondamentale.

Ma ormai non basta.

Accanto alla mitigazione diventa sempre più importante l’adattamento.

Se le precipitazioni estreme possono diventare più intense, occorre progettare infrastrutture capaci di resistervi.

Se le ondate di calore diventano più frequenti, le città devono aumentare alberature, aree verdi e superfici permeabili e predisporre sistemi di protezione per le persone più vulnerabili.

Se gli ecosistemi marini cambiano, devono cambiare anche il monitoraggio delle coste e la gestione delle infrastrutture che dipendono dall’acqua marina.

Se siccità e incendi modificano gli habitat della fauna, anche il rapporto tra città e animali selvatici deve essere ripensato.

Il cambiamento climatico diventa così qualcosa di molto più grande della politica energetica.

Diventa urbanistica, agricoltura, gestione dell’acqua, protezione civile, infrastrutture, sanità, biodiversità, assicurazioni, economia e sicurezza.

Il clima non è più soltanto una previsione

Forse tra molti anni, quando cercheremo di raccontare questa fase della storia, non ricorderemo soltanto grafici e conferenze internazionali.

Ricorderemo anche immagini.

Un ponte che scompare nella corrente.

Un milione di persone costrette a lasciare le proprie case davanti all’arrivo di un tifone.

Una spiaggia ricoperta di meduse.

Un orso immerso nella piscina di una villetta californiana.

Nessuna di queste immagini, presa isolatamente, dimostra il cambiamento climatico.

Ma il cambiamento climatico non si comprende osservando una singola fotografia. Si comprende guardando il film.

E quel film è composto dall’aumento delle temperature medie, dal crescente contenuto di calore degli oceani, dalla modificazione del ciclo dell’acqua, dalle ondate di calore, dalle trasformazioni degli ecosistemi e dalla crescente esposizione delle nostre società agli eventi estremi.

È questa probabilmente la consapevolezza più importante.

Per molto tempo abbiamo parlato del cambiamento climatico usando il futuro: accadrà, aumenterà, potrebbe verificarsi.

Dovremo probabilmente abituarci sempre più spesso a utilizzare anche il presente.

Perché il cambiamento climatico non è soltanto qualcosa che i modelli scientifici ci dicono potrebbe accadere nel 2050 o nel 2100.

È qualcosa che, sempre più spesso, finisce nei video che guardiamo sul telefono la mattina.

E forse proprio quando quelle immagini smetteranno di sembrarci episodi lontani e cominceremo a riconoscerle come parti di una stessa trasformazione, avremo davvero compreso che la questione climatica non riguarda soltanto il futuro del pianeta.

Riguarda il nostro presente.Pd, svolta interna: Bonaccini con Schlein, tensioni nell’area riformistaPd, svolta interna: Bonaccini con Schlein, tensioni nell’area riformistaPd, svolta interna: Bonaccini con Schlein, tensioni nell’area riformista