Il doppio standard della società e il paradosso del tempo libero
Il concetto di tempo libero deve sottostare nella nostra società contemporanea a una sorta di doppio standard. Da un lato siamo chiamati a fruire di beni di consumo o divertimenti. Il mancato adempimento di ciò può portarci a essere oggetto di biasimo o addirittura all’esclusione dalla società. Dall’altro siamo esortati ad una performatività e produttività estrema, per le quali dobbiamo sacrificare parte del tempo libero a nostra disposizione.
In questo continuo gioco di produrre, risparmiare e consumare alla fine non vince mai nessuno. Desideriamo avere più soldi per avere più opzioni su come possiamo trascorrere il tempo libero di cui intendiamo approfittare in seguito. Tuttavia, per farlo siamo disposti a lavorare di più o non spendere soldi in piaceri immediati in favore di uno svago di maggiore portata. Questo svago al momento non possiamo permetterci, ma promette di essere a nostra disposizione se continuiamo a perseverare. Il risultato di tutto ciò comporta tuttavia una riduzione dello stesso tempo libero. Inoltre, c’è un continuo rinvio di piaceri più piccoli in favore di un piacere più grande ma meno certo, il che ci farebbe infilare negli ingranaggi di un meccanismo da cui poi è difficile uscire.
Un esempio di tale processo lo ritroviamo nel romanzo di formazione Momo di Michael Ende (1973). Protagonista di questo romanzo è Momo, che in quanto bambina ed essendo cresciuta lontano dalla società civile per gran parte della sua vita, è estranea alle sue regole. Così riesce a vederne le contraddizioni nella loro interezza. A turbare la tranquillità di Momo e dei suoi amici è l’arrivo dei Signori Grigi. In rappresentanza della Cassa di Risparmio del Tempo, riescono a farsi dare dagli abitanti del villaggio il loro tempo libero. Questi promettono di restituire il tempo con gli interessi. Ben presto si rivela l’inganno dei Grigi. Infatti, il tempo “risparmiato” viene in realtà rubato all’individualità, all’umanità degli amici di Momo e alla loro libertà di azione.
Su quest’ultimo punto bisogna soffermarsi. Infatti, presumendo di essere riusciti ad approcciarci ad un segmento di tempo libero, questo è davvero “libero”. È davvero soggetto alla nostra volontà? Viene da chiedersi se il desiderio di possedere quel determinato bene di consumo o di fruire di quel determinato divertimento scaturisca da noi stessi. Oppure, sia stato instillato dai social, dai Mass media o dalla società stessa. Probabilmente, privi del martellante condizionamento proveniente dagli schermi e della costante paura di essere esclusi, compiremmo scelte ben diverse. Questo renderebbe il nostro tempo più “nostro” e certamente più “libero”.
