Garlasco e Avetrana, due indizi di rancore

Il rancore che porta a delitti familiari come nei tragici casi di Garlasco (Chiara Poggi) e Avetrana (Sara Scazzi) raramente nasce all’improvviso.

È un processo complesso e stratificato, alimentato da una serie di dinamiche interpersonali tossiche che si sedimentano nel tempo. Ecco alcuni dei modi in cui questo rancore può svilupparsi e radicarsi:

spesso il rancore non nasce da un singolo evento traumatico, ma da una serie di piccole delusioni, umiliazioni, critiche svalutanti, favoritismi percepiti o promesse non mantenute che si accumulano nel tempo.

Ogni episodio può sembrare insignificante preso singolarmente, ma la loro ripetizione crea un senso di malessere e risentimento crescente.


Quando i membri della famiglia non si sentono ascoltati, compresi o rispettati nelle loro esigenze e sentimenti, le incomprensioni si consolidano.

La mancanza di dialogo costruttivo impedisce di affrontare i problemi sul nascere, lasciando che il risentimento cresca.


In alcune famiglie, i ruoli sono sclerotizzati e non permettono ai singoli di evolvere o esprimere i propri bisogni.

Ad esempio, un figlio che si sente costantemente sminuito dal genitore o un fratello che si percepisce sempre in competizione con l’altro possono sviluppare un profondo rancore.

La presenza di segreti, bugie o argomenti tabù all’interno della famiglia crea un clima di sospetto e sfiducia. I non detti possono alimentare fantasie negative e interpretazioni distorte delle azioni degli altri, contribuendo alla crescita del rancore.


Liti e discussioni che non trovano una risoluzione costruttiva lasciano dietro di sé strascichi di rabbia e frustrazione. Se questi conflitti si ripetono nel tempo senza essere affrontati, il rancore si consolida.


Sentimenti di invidia per i successi, le attenzioni o i beni materiali di un altro membro della famiglia possono trasformarsi in rancore, soprattutto se percepiti come ingiusti o non meritati.

La persona che prova rancore tende a ripensare continuamente agli episodi negativi, rivivendo il dolore e la rabbia. Questo processo di rimuginazione amplifica il sentimento negativo, rendendolo sempre più intenso e pervasivo.

Il rancore può portare a interpretare le azioni degli altri in modo negativo e ostile, anche quando non c’è un’intenzione malevola. Si sviluppa una visione del mondo e delle relazioni familiari filtrata dal risentimento.


La persona rancorosa può chiudersi emotivamente nei confronti del membro della famiglia verso cui prova risentimento, creando una distanza affettiva che rende ancora più difficile la risoluzione dei conflitti.

In alcuni casi estremi, il rancore può alimentare fantasie di rivalsa o punizione nei confronti della persona percepita come causa del proprio malessere.

Queste fantasie, sebbene non sempre sfocino in azioni concrete, indicano un livello di ostilità molto elevato.


Il rancore cronico può erodere la capacità di provare empatia verso l’altro, rendendo difficile comprendere il suo punto di vista o riconoscere la sua umanità.

Questa disumanizzazione può abbassare le barriere inibitorie verso comportamenti aggressivi.

Il rancore non gestito può manifestarsi inizialmente con piccole provocazioni o commenti sarcastici, per poi escalare in veri e propri episodi di violenza verbale, manipolazione psicologica e, nei casi più tragici, violenza fisica letale.



Nei casi di Garlasco e Avetrana , così come in molti altri delitti familiari, è plausibile che dinamiche di rancore stratificato abbiano giocato un ruolo significativo.

Sebbene le dinamiche specifiche di ogni famiglia siano uniche e complesse, è possibile ipotizzare la presenza di risentimenti preesistenti, magari legati a dinamiche di potere, gelosie, incomprensioni o non detti, che nel tempo si sono intensificati fino a culminare in atti di violenza estrema.

Le indagini in questi casi spesso rivelano un tessuto di relazioni familiari intricate e cariche di tensione, dove il rancore, covato a lungo, ha trovato un’espressione tragica.


Comprendere la genesi e la stratificazione del rancore all’interno della famiglia è fondamentale per prevenire tali tragedie.

Intervenire precocemente sulle dinamiche disfunzionali, promuovere la comunicazione empatica e la gestione costruttiva dei conflitti sono passi cruciali per disinnescare la spirale di risentimento che può portare a conseguenze devastanti.