L’ultima copertina de L’Espresso, che titola semplicemente “Vergogna”, cattura con forza il senso di impotenza e rabbia di fronte alla catastrofe umanitaria a Gaza. È un titolo che va oltre ogni descrizione, perché in quel silenzio assordante di una sola parola è racchiuso tutto l’orrore di un genocidio e la malnutrizione di un popolo.
Non servono altre parole, perché non ce ne sono più.
Le immagini dei bambini scheletrici e dei civili allo stremo, che da mesi ci arrivano dalla Striscia di Gaza, sono la prova inconfutabile di una crisi che supera ogni limite umano. La fame, usata come arma, sta mietendo vittime in silenzio, sotto gli occhi di un mondo che osserva, impotente o indifferente.
La scelta de L’Espresso di usare solo la parola “Vergogna” non è casuale. È un atto d’accusa contro una comunità internazionale che non è riuscita a fermare questo orrore, contro la politica, la diplomazia e le istituzioni che hanno fallito. È un richiamo a un sentimento profondo, una vergogna che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti, dai leader mondiali ai semplici cittadini.
Non ci sono più aggettivi per descrivere l’indicibile. Le parole, di fronte a tanto dolore e a tanta ingiustizia, si svuotano di significato. Resta solo una vergogna che ci interroga, ci sfida e ci obbliga a guardare in faccia una realtà inaccettabile.