Essere vittime è diventato uno status desiderabile, una posizione che conferisce:
Prestigio e Riconoscimento: La vittima impone l’ascolto, garantisce un’identità forte e indiscutibile.
Immunità dalla Critica: Chi si presenta come vittima è esonerato dal dubbio e dalla responsabilità; non “agisce”, ma “patisce”. Ciò garantisce un’innocenza “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Potere/Diritto: La condizione di vittima è un potente generatore di diritti e autostima. Questo attiva una strategia di rivendicazione.
Il libro analizza la genesi di questo fenomeno, che ha radici storiche, letterarie e filosofiche, e il suo consolidarsi in una strategia della lamentazione. Questa strategia divide il mondo in “rei e innocenti”, “vittime e carnefici”. L’obiettivo polemico non è, dunque, la vittima in sé. Bensì la sua trasformazione in un instrumentum regni, ovvero uno strumento di potere.
La critica di Giglioli risiede nel fatto che questa ideologia, pur nascendo dalla compassione, finisce per essere paralizzante.
Si focalizza solo sul passato (il danno subito) e sulla passività (il patire), annullando la possibilità di “agency” (azione, capacità di agire e trasformare il mondo) e di conflitto politico costruttivo. Inoltre, essa favorisce un’etica universale che copre il vuoto dell’azione comune. Invece di proiettarsi nel futuro, ci si definisce per ciò che si è perso o che è stato tolto.
Commento in chiave politica e attuale
Il saggio di Giglioli, pur datato al 2014, è di una lucidità disarmante. Risulta estremamente attuale nell’analizzare le dinamiche politiche e sociali odierne:
Il trionfo dell’identità sul conflitto politico
L’ideologia vittimaria mina la politica intesa come luogo del conflitto, della mediazione e dell’azione (il fare). Se la vittima ha la verità per definizione e non può essere criticata, il dibattito si interrompe.
La rivendicazione basata sullo status di vittima (o del difensore della vittima) sostituisce l’analisi delle strutture di potere e la ricerca di soluzioni comuni. Questo porta a una frammentazione identitaria (chi è più vittima? Chi è stato vittima per primo/più a lungo?). Qui la gara al risentimento domina la scena pubblica, specialmente sui social media e nelle guerre culturali (culture wars).
Il Vittimismo come Instrumentum Regni
In politica, la vittimizzazione è spesso usata dalle classi dirigenti (o da chi aspira al potere) per eludere la responsabilità e creare un consenso indiscutibile.
Leader Populisti: Vengono spesso presentati, o si auto-presentano, come vittime di establishment, media ostili o poteri forti. Così, trasformano la loro debolezza apparente in una fonte di legittimazione e forza. Chi si schiera con loro (i “difensori della vittima”) si sente esonerato dalla coerenza e immune dalla critica.
Il celebre caso di Donald Trump (ricordando l’informazione salvata) è un esempio calzante, in cui l’accusa di essere perseguitato dal “deep state” o da avversari politici diventa un elemento centrale della sua leadership.
Movimenti Sociali: Giglioli non critica l’emancipazione dei gruppi oppressi, ma l’uso del trauma e della lamentazione come strategia dominante. A volte, questo impedisce di sviluppare una vera agency politica. L’ossessione per la memoria (il “dovere di ricordare”) rischia di spodestare la storia e l’azione proiettata nel futuro. Inoltre, inchioda i subalterni a una passività che, paradossalmente, perpetua il loro stato.
La negazione dell’azione e della libertà
La tesi più radicale del saggio è che il vittimismo, esaltando la passività e l’irresponsabilità (“non ho fatto, mi è stato fatto”), è la negazione della libertà nel senso pieno del termine.
Ossia, la libertà di agire, di sbagliare e di trasformare la propria condizione. Questa realtà contemporanea è caratterizzata dalla precarietà e dalla sensazione di impotenza di fronte a forze sistemiche (economia, clima, tecnologie). La posizione di vittima è rassicurante perché deresponsabilizzante.
Giglioli invita a sostituire l’etica del trauma e della lamentazione con un’etica dell’azione e del conflitto. In questo modo, l’identità non è data da ciò che si è perso, ma da ciò che si è disposti a fare per il futuro.
“Critica della vittima” è un testo fondamentale per chi vuole comprendere come l’eccesso di etica (nella forma della compassione acritica) possa annullare la politica e trasformare una condizione indesiderabile (l’essere vittima) in una fonte di potere e un blocco all’emancipazione.
Il saggio, oltre a essere una critica sociale incisiva, sembra esserci anche come uno spunto per riflettere su come le dinamiche del vittimismo influiscano sulla nostra volontà e capacità di azione. Quindi, è un perfetto esempio di saggio degno di attenzione.


