Come purtroppo era facile prevedere, la breve “tregua” a Gaza si è infranta quasi immediatamente. Non è stata una pace, ma una pausa precaria, subito travolta dalla ripresa di un conflitto che continua a mietere vittime civili.
La cronaca degli eventi parla chiaro: la tregua è stata violata e, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza e da fonti internazionali, i bombardamenti hanno causato nuove vittime. Si parla di 15 persone uccise e 146 ferite, in gran parte donne e bambini. Questo dato sottolinea ancora una volta la drammatica e sproporzionata carneficina tra la popolazione civile.
In questo contesto di rinnovata violenza e di silenzio mediatico, la voce del professore e storico dell’arte Tomaso Montanari risuona come un severo atto d’accusa.
Le sue parole, dense e dirette, non lasciano spazio a interpretazioni ed esprimono la stessa indignazione di molti osservatori:
“Oggi a Gaza accade che Israele, stato criminale e genocida, violi la tregua uccidendo 15 persone e ferendone 146, in gran parte donne e bambini. Cosa altro serve per non credere alla sua propaganda? E alla propaganda della “pace” di Trump?”
“Gaza scompare velocemente dai media italiani, anche a causa di un giornalismo asservito ai grandi interessi che aspettano solo di spartirsi la ricostruzione di Gaza. Non importa quanti cadaveri si dovranno rimuovere, in tutti i sensi”.
Montanari non solo condanna l’azione militare israeliana, definendola una “violazione” e lo Stato d’Israele come “criminale e genocida”. Questa è un’accusa forte ripresa anche da altre voci e organizzazioni internazionali in riferimento al conflitto. Inoltre, Montanari punta il dito anche contro la “propaganda della ‘pace’ di Trump”.
Il riferimento è alla presidenza di Donald Trump che, stando ad alcune analisi, avrebbe mostrato un atteggiamento di forte sostegno alle azioni del governo israeliano. In alcuni suoi discorsi, avrebbe persino incoraggiato a “finire il lavoro con i palestinesi”.
Questa retorica è vista da critici come Montanari come parte di una più ampia “internazionale nera” (che include figure come Orban, Meloni e Netanyahu) che agisce in sintonia su temi di politica internazionale e migratoria. La “pace” sostenuta da tali figure viene percepita, in questo contesto, come un cinico strumento politico. Essa nasconde la volontà di imporre soluzioni unilaterali, ignorando la giustizia e il diritto internazionale.
Il punto più dolente toccato dall’intellettuale è forse quello relativo alla scomparsa di Gaza dai media italiani. Egli attribuisce questo a un “giornalismo asservito”. La narrazione, secondo questa critica, verrebbe distorta o minimizzata per non ostacolare i “grandi interessi” economici legati alla futura ricostruzione di Gaza.
In questa visione, la sofferenza e i “cadaveri” diventano semplici dettagli da “rimuovere” – in senso fisico e metaforico – per fare spazio a un’operazione di ricostruzione che, pur necessaria, rischia di essere guidata da logiche di profitto e potere. Queste logiche prevalgono anziché i principi di giustizia e autodeterminazione del popolo palestinese.
La carneficina prosegue. I bombardamenti, le vittime civili e il trauma di una popolazione assediata sono una realtà quotidiana. E, nel cuore dell’Europa, l’indifferenza e il silenzio rischiano di trasformarsi in una complicità morale che alimenta la spirale di violenza.