Riflessioni sul Craxismo e la visione attuale della politica internazionale

Bettino Craxi: L’eredità di un “Hombre Vertical” tra riforme e autonomia.
A ventisei anni dalla morte di Bettino Craxi, avvenuta ad Hammamet il 19 gennaio 2000, il silenzioso pellegrinaggio verso quel piccolo cimitero tunisino affacciato sul Mediterraneo non accenna a interrompersi. Non sono solo i socialisti a rendere omaggio alla sua tomba, ma un numero crescente di cittadini che, lontani dalle appartenenze ideologiche, iniziano a guardare alla sua figura con una lente diversa: quella della storia.

Il tempo sta finalmente agendo da catalizzatore per una riflessione più profonda sul politico e sullo statista. In questo modo, la stagione della damnatio memoriae viene superata.

Craxi non fu un ideologo nel senso dogmatico del termine. Il suo socialismo affondava le radici nel Risorgimento e in un umanesimo solido. In particolare, la dignità dell’uomo e l’emancipazione sociale erano i cardini di un progetto da attuare dentro la democrazia liberale.

In un’Italia prigioniera di un consociativismo immobilista, Craxi fu, prima di tutto, un modernizzatore: Trasformò il PSI in una forza dinamica. Così la nuova forza era capace di dialogare con i settori più avanzati della società civile.
Introdusse il concetto di “decisionismo”, rivendicando la responsabilità dell’esecutivo e la centralità della leadership. Questo avveniva in un sistema che tendeva al galleggiamento perpetuo.

Il cuore del pensiero craxiano risiedeva nella convinzione che la democrazia italiana, senza una profonda riforma istituzionale, sarebbe rimasta fragile. La sua battaglia per rafforzare l’esecutivo e superare la paralisi parlamentare non era un attacco alla Costituzione. Al contrario, era un tentativo di salvarla rendendola aderente alla realtà moderna.

Quell’intuizione incontrò resistenze feroci proprio perché metteva in discussione le rendite di posizione di un sistema politico autoreferenziale. Così Craxi divenne un elemento di rottura, pagando il prezzo di non essersi mai allineato ai poteri stabiliti o al cosiddetto “deep State”.

Uno degli aspetti più lucidi del leader socialista fu la sua visione internazionale.

Pur essendo un convinto occidentalista, Craxi mantenne sempre una linea autonoma e spesso scomoda:
difese la sovranità italiana anche di fronte alle grandi potenze (si pensi al celebre strappo di Sigonella).

Sostenne il dissenso democratico contro ogni dittatura e fu un precursore del dialogo nel Mediterraneo. Inoltre, promuovendo la soluzione “due popoli, due Stati” per il conflitto mediorientale.

Colse il valore dell’Europa ma non ne accettò mai una narrazione acritica, denunciandone precocemente i limiti burocratici e gli squilibri interni.

La crisi che travolse la Prima Repubblica lo scelse come capro espiatorio di un sistema che stava crollando su se stesso. Sebbene abbia pagato un prezzo personale e giudiziario altissimo, oggi la sua figura riemerge nella sua complessità di patriota e riformatore.

Il “craxismo”, in ultima analisi, non è un reperto archeologico della politica italiana, ma un’attitudine: la capacità di andare controvento, di assumersi il rischio della decisione e di immaginare un’Italia meno statica e più adulta. A ventisei anni di distanza, la storia sta restituendo a Bettino Craxi il suo posto tra i grandi protagonisti della Repubblica.