Il Dramma di Crans-Montana: l’indignazione e l’applicazione del diritto elvetico. Bisogna sapere con chi ci si interfaccia anche da turisti

Referendum sulla giustizia, le posizioni dei partiti



La tragedia del rogo nel locale di Crans-Montana, costata la vita a giovani italiani, ha riaperto una ferita profonda non solo nei cuori delle famiglie, ma anche nel dibattito politico internazionale.



Con l’intervento di figure istituzionali come Giorgia Meloni, che ha dato voce all’indignazione collettiva per la scarcerazione su cauzione del titolare, ci troviamo di fronte a un paradosso: può la legge essere percepita come “ingiusta” pur rimanendo formalmente corretta?

Dal punto di vista umano, vedere un indagato per una strage “colposa” tornare in libertà (seppur vigilata o dietro cauzione) a pochi mesi dai fatti appare come un affronto alla memoria delle vittime. Tuttavia, l’analisi giuridica impone un distacco necessario.

La magistratura elvetica opera secondo il proprio Codice di diritto penale e di procedura penale, che prevede la carcerazione preventiva solo in casi specifici:
Pericolo di fuga.
Pericolo di inquinamento delle prove.
Rischio di reiterazione del reato.
Se il giudice svizzero ritiene che questi rischi siano mitigabili attraverso una cauzione o misure restrittive meno afflittive, la scarcerazione non è un “favore”, ma l’applicazione tecnica della norma.

Come giustamente sollevato dai giuristi, esiste una questione di consociativismo e consapevolezza territoriale. Quando un cittadino straniero — sia esso turista o investitore — sceglie la Svizzera, accetta implicitamente il suo ordinamento giuridico.

“Non si può invocare il diritto del proprio Paese d’origine quando ci si trova sotto una giurisdizione diversa. La legge è espressione della sovranità di uno Stato e, come tale, va accettata nel pacchetto completo: dai servizi efficienti alle procedure penali che possono apparire meno punitive rispetto a quelle italiane.”

È fondamentale ricordare che la scarcerazione non equivale a un’assoluzione. Le responsabilità per le mancanze tecniche, la sicurezza del locale e le eventuali corruzioni sono ancora oggetto di indagine. La tecnica giuridica ci insegna che il processo serve proprio a trasformare l’indignazione in verità processuale.

L’indignazione è tanta, è umana davanti a una tale tragedia e il fatto che sia legittima e necessaria per spingere verso riforme future è chiaro, il giurista deve riconoscere che la certezza del diritto passa attraverso regole scritte e non scritte ma che se accettate fanno sì che ci sia una base per produrre anche questi effetti, la liberazione su cauzione, lecita ma umanamente aberrante.