Il Diavolo veste Prada 2 – Il tramonto dorato di un impero (che non vuole proprio capire che è finito)

Sono passati vent’anni dal film che ha trasformato il “ceruleo” in un trauma collettivo, e finalmente eccoci qui: il ritorno nel regno di Miranda Priestly.

Non è solo nostalgia, è un po’ come riaprire un vecchio numero di Runway: patinato, impeccabile, e completamente inconsapevole del fatto che il mondo nel frattempo è passato ai reel da 15 secondi.



Vecchie guardie e nuovi algoritmi


Il film ci catapulta nella crisi dell’editoria, che ormai è più fragile di un tacco 12 su pavé bagnato. L’ex impero della carta lucida vacilla sotto i colpi del digitale, degli influencer e di chiunque abbia un telefono e un’opinione. La vera battaglia non è più per la prima fila alle sfilate, ma per capire chi riuscirà a non farsi sostituire da un algoritmo con più engagement.


I punti di forza


Due parole: Lady Gaga. In pratica, ogni volta che appare, il film ricorda improvvisamente perché esiste. È come se la produzione avesse detto: “Ragazzi, qui serve qualcuno che sappia recitare, cantare, dominare la scena e possibilmente salvare la baracca”. Missione compiuta.


La parentesi italiana


Milano e il Lago di Como fanno il lavoro sporco: elevano la fotografia, distraggono dalle falle narrative e ci regalano una Fashion Week che sembra un documentario su come vivere bene senza preoccuparsi del mutuo.


Lucy Liu, regina glaciale


L’ingresso di Lucy Liu – sì, proprio lei, l’angelo di Charlie che non invecchia – aggiunge un tocco di pepe e una quantità industriale di carisma. Il suo personaggio è talmente elegante e tagliente che persino Miranda sembra chiedersi se non sia il caso di aggiornare il proprio firmware.


Satira e linguaggio


La sceneggiatura si diverte a prendere in giro il nuovo gergo della moda, quel miscuglio di inglesismi che ormai ha colonizzato ogni riunione: “concept”, “expertise”, “double check”. Il film li ripete con tale convinzione che quasi ti aspetti un cameo di un project manager in burnout.



Le note dolenti


La partenza è lenta. Molto lenta. Tipo “buffering con Wi-Fi debole” lenta. I dialoghi non hanno più quella cattiveria brillante del primo film: niente scambi fulminei, niente frasi da citare per i prossimi vent’anni. Qui si va più sul contemplativo, che è un modo elegante per dire che a tratti sembra di guardare un editoriale di 12 pagine senza didascalie.


Verdetto finale


“Il Diavolo veste Prada 2” è un piacere per gli occhi, un po’ meno per chi sperava in un sequel affilato come un tacco Louboutin. Rimane comunque un appuntamento obbligato per chi vuole scoprire come sopravvive l’eleganza in un mondo dominato dal caos, dagli algoritmi e da chi dice “call” invece di “telefonata”.