22 Maggio 2022

Finisce l’era dei fantasisti italiani: Lorenzo Insigne va al Toronto FC

La magia del dieci

Portavano stampati dietro la maglia la lusinga e il peso del numero dieci. Era solito definirli fantasisti ed erano quei giocatori tecnici, piedi fatati e rapidità nel pensiero capaci di dribblare l’avversario, ubriacarlo di finte (perdonateci il gergo) e lanciare il compagno smarcato a quaranta metri di distanza o centrare l’incrocio dei pali.

Lorenzo Insigne

Lorenzo Insigne è stato l’ultimo vero fantasista italiano. Ha indossato la maglia numero dieci della nazionale nell’ultimo campionato europeo vinto, e con quella ha segnato un gol dei suoi, tiro a giro sul secondo palo da fuori area, contro il Belgio. Nel Napoli la dieci non l’ha mai indossata, troppo ingombrante l’eredità, il peso che quella maglia riserva nella squadra partenopea dove è passata sulle spalle del più grande, quel Diego Armando Maradona immenso, morto recentemente. Insigne ha appena firmato il contratto che lo legherà al Toronto FC. Si trasferirà nel club canadese a giugno, lì sembrerebbe destinato a rimanere per i prossimi cinque anni e mezzo e a guadagnare circa 11.5 milioni di euro a stagione (più 4.5 milioni in eventuali bonus). Nell’anno dei mondiali qualcuno ha suggerito che lasciare la Serie A per trasferirsi in un campionato meno competitivo e meno prestigioso, potesse essere azzardato, ma a leggere le presunte cifre, riteniamo che fosse legittimo accettare la corte del Toronto.

Il rapporto con gli allenatori

Mazzarri lo fece esordire in Serie A, e lo tenne ai margini del gruppo di titolari quando Lorenzo tornò da un paio d’anni di formazione. Gli anni di formazione li visse tra Foggia e Pescara, tecnico Zdenek Zeman, il suo primo vero maestro. Con Benitez il salto tra i grandi, con Sarri il perfezionamento. Di Ancelloti parleremo più avanti e con Spalletti è durata troppo poco.

Il rapporto con la città

Un rapporto di amore e odio ha colorato gli anni in azzurro. Napoli lo ha amato, certo, ma non gli ha perdonato gli errori sul campo (pochi in verità) dove questo giocatore non ha mai lesinato impegno. Fischi saltuari e ingenerosi hanno toccato una carriera fatta di grandi giocate e di applausi. L’attaccamento alla città è stato forse il suo più grande limite insieme alla grande emotività che più volte gli ha scosso l’umore. Sulla scelta di lasciare Napoli e il Napoli i tifosi si sono divisi, ma i tifosi ragionano col cuore prevalentemente, col proprio cuore, mentre ciascuno conosce i motivi alla base delle proprie scelte personali.

Il rapporto con la società

Se addio è stato, la responsabilità va divisa tra giocatore e società. Qualcosa è cambiato dopo che lasciò il club Maurizio Sarri, l’allenatore dello scudetto perso nell’anno dei clamorosi errori arbitrali che favorirono la Juventus. Alla guida della squadra arrivò Carlo Ancelotti, uno dei tecnici in assoluto più titolati. Lorenzo Insigne dovette reinventarsi, scoprire ruoli diversi da quello a cui era abitato, allontanandosi dalla sua “mattonella” nella posizione dell’ala sinistra, dalla quale lo abbiamo sempre visto accentrarsi per tirare in porta o servire il compagno che tagliava. I risultati nell’era Ancelotti parevano stentare, e il presidente De Laurentiis decise di licenziare il tecnico, riportando di fatto Insigne sulla sua mattonella. Il rapporto andò tuttavia incrinandosi. Probabilmente lo stesso De Laurentiis ha ritenuto che la squadra andasse rifondata come aveva suggerito Ancelotti. Al momento di rinnovare il contratto di Insigne, in scadenza il prossimo giugno, l’offerta della società, si dice, ha previsto un’ampia decurtazione dello stipendio. Il resto è storia di questi giorni. Noi restiamo qui a sognare un nuovo numero dieci.