Celiachia e Gluten Sensitivity, le differenze. Il punto con gli esperti

Il 16 Maggio si celebra la Giornata Internazionale della Celiachia. È una malattia autoimmune cronica dell’intestino tenue. Si scatena in soggetti predisposti geneticamente quando assumono glutine, una proteina presente in alcuni cereali, in particolare grano, orzo e segale. Celiachia e sensibilità al glutine sono due mondi diversi con lo stesso protagonista. Facciamo chiarezza con la Dottoressa Laura Mazzotta, Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, Nutrizione Clinica e Medicina Estetica presso il Poliambulatorio Aesthe Medica di Ferrara e la Dottoressa Alessandra Oca, Biologa nutrizionista e farmacista presso il Poliambulatorio Aesthe Medica di Ferrara.

Che cosa è la celiachia?

Dottoressa Mazzotta. La celiachia coinvolge il sistema immunitario, che reagisce in modo anomalo al glutine danneggiando i villi intestinali. I villi sono piccole strutture responsabili dell’assorbimento dei nutrienti. Questa condizione può manifestarsi a qualsiasi età e colpisce prevalentemente le donne. Non si tratta di un’allergia o di un’intolleranza alimentare nel senso classico. Secondo le ultime stime, in Italia si parla di circa 600.000 persone affette, ma i diagnosticati sono poco più di 240.000. Questo significa che moltissime persone convivono inconsapevolmente con la malattia. Attribuiscono magari i sintomi ad altri disturbi o vivono anni con diagnosi sbagliate.

Quali sono i sintomi più comuni?

Dottoressa Mazzotta. I sintomi più noti riguardano l’apparato digerente, ossia diarrea cronica, gonfiore, dolore addominale e perdita di peso. Tuttavia, la celiachia può presentarsi anche in modo atipico. Questo avviene con anemia da carenza di ferro, osteoporosi, infertilità, stanchezza cronica, afte ricorrenti, eruzioni cutanee (come la dermatite erpetiforme).

Nei bambini può manifestarsi con scarso accrescimento e ritardo nello sviluppo puberale. È proprio questa grande varietà di segnali che spesso rende difficile la diagnosi. È importante sottolineare che la celiachia non si “guarisce”: è una condizione permanente. Tuttavia, può essere tenuta sotto controllo in modo molto efficace con una dieta adeguata, che rappresenta ad oggi l’unica vera terapia.

Quali sono le cause?

Dottoressa Mazzotta. La celiachia ha una base genetica molto precisa. Circa il 95% dei celiaci presenta una particolare combinazione genetica, che predispone alla malattia. Tuttavia, il fatto di possedere questi geni non significa necessariamente che si svilupperà la celiachia. Si stima che circa il 30-40% della popolazione italiana abbia questa predisposizione genetica. Solo una minoranza svilupperà la malattia.

Questo ci fa capire che il gene da solo non basta. Serve infatti un fattore scatenante, che può essere rappresentato dall’introduzione del glutine nella dieta. Anche eventi che alterano il sistema immunitario o la permeabilità intestinale ne sono cause.

Oltre al fattore genetico ce ne se sono altri?

Dottoressa Mazzotta. Alcuni studi hanno mostrato come infezioni intestinali virali, uso prolungato di antibiotici o cambiamenti della flora intestinale possano contribuire all’insorgenza della celiachia. L’elemento centrale è comunque il sistema immunitario, che nei soggetti celiaci reagisce in modo esagerato alla presenza del glutine.

Quando questa proteina viene ingerita, attraversa la barriera intestinale e viene “riconosciuta” come una minaccia. Il sistema immunitario attiva una reazione infiammatoria che colpisce i villi intestinali, causandone l’appiattimento. Col tempo, questo danneggiamento compromette l’assorbimento dei nutrienti, con tutte le conseguenze che ne derivano. Anche l’età e le modalità di introduzione del glutine nei primi anni di vita possono avere un ruolo, così come l’allattamento materno. Tuttavia, non esiste un unico modello causale. La celiachia nasce da una combinazione di fattori genetici, immunologici e ambientali che agiscono insieme in modo complesso.

Come riconoscere la celiachia e arrivare ad una diagnosi certa?

Dottoressa Mazzotta. Il primo passo verso la diagnosi è sempre un sospetto clinico: il medico, in presenza di determinati sintomi persistenti o ricorrenti, o di una familiarità per la malattia (genitori, fratelli, sorelle affetti), può decidere di avviare un percorso diagnostico specifico. Il test di riferimento iniziale è l’esame del sangue, che ricerca la presenza di anticorpi specifici: in particolare, gli anticorpi anti-transglutaminasi IgA e, in alcuni casi, gli anticorpi anti-endomisio IgA.

Questi anticorpi sono prodotti dal sistema immunitario in risposta al glutine. La loro presenza in quantità elevate è un forte indicatore di celiachia. È fondamentale che la persona segua una dieta con glutine nei giorni e settimane precedenti l’esame. Iniziare una dieta priva di glutine prima della diagnosi può falsare i risultati.

Nel caso in cui i livelli anticorpali siano significativamente elevati, soprattutto nei bambini- precisa l’esperta-le linee guida più recenti (come quelle europee ESPGHAN) permettono una diagnosi senza biopsia intestinale, purché siano soddisfatti anche altri criteri (come la positività ad almeno due test e la presenza di sintomi).

Negli adulti, però, è ancora comune che il passo successivo sia la gastroscopia con biopsia duodenale. Durante questo esame, si prelevano piccoli campioni di tessuto dell’intestino tenue. Questi vengono valutati al microscopio per eventuali danni ai villi intestinali. La presenza di atrofia villare (cioè l’appiattimento dei villi) è una conferma istologica della malattia. In alcuni casi, specialmente nei familiari di celiaci o nei pazienti con sintomi molto sfumati, può essere utile eseguire il test genetico per HLA-DQ2 e DQ8. Questo esame non è diagnostico, ma può aiutare ad escludere la malattia. Se il test è negativo, la celiachia è praticamente impossibile. Se invece è positivo, conferma la predisposizione genetica, ma non la malattia in sé.

Dottoressa Oca, celiachia e sensibilità al glutine: due mondi diversi, stesso protagonista?

Dottoressa Oca. Negli ultimi anni, sempre più persone dichiarano di sentirsi meglio eliminando il glutine dalla propria alimentazione, pur non essendo celiache. Questo fenomeno ha portato alla crescente diffusione del termine “sensibilità al glutine non celiaca” (in inglese non-celiac gluten sensitivity – NCGS). È una condizione che è ben diversa dalla celiachia per origine, diagnosi e trattamento, pur condividendo alcuni sintomi. La celiachia, come abbiamo visto, è una malattia autoimmune a base genetica. L’ingestione di glutine provoca una reazione immunitaria. Questa danneggia la mucosa intestinale, portando a un malassorbimento cronico. È diagnosticabile tramite esami del sangue specifici (anticorpi anti-transglutaminasi, anti-endomisio). In molti casi è confermata da una biopsia intestinale che mostra danni ai villi.

La gluten sensitivity, invece, non è una malattia autoimmune, né un’allergia, né una condizione che provoca danni permanenti all’intestino. Si tratta piuttosto di una reazione individuale all’assunzione di glutine o ad altri componenti presenti nei cereali, che provoca sintomi simili a quelli della celiachia – gonfiore addominale, dolore, stanchezza, mal di testa, difficoltà di concentrazione – ma senza una base immunologica definita e senza alterazioni visibili della mucosa intestinale.

Negli ultimi 30 anni l’incidenza di celiachia e sensibilità al glutine ha subito una forte impennata. L’aumento significativo dei casi di diagnosi di celiachia ha spinto il Ministero della Salute nel 2017 a introdurla nell’elenco delle “patologie croniche invalidanti”, mentre in precedenza era classificata come “patologia rara”. La celiachia ha una prevalenza nella popolazione italiana pari all’1%, mentre la sensibilità al glutine è diagnosticata con valore decisamente più alto, tra il 4 e il 6%.

Quali sono le origini  della gluten sensitivity?

Dottoressa Oca. Dagli anni ‘60 l’alimentazione è cambiata drasticamente. Sia nella qualità che nella quantità di alimenti che mangiamo.

Le proteine del grano gliadina e glutenina sono a prescindere considerate tossine dal sistema immunitario umano, che da millenni riconoscendole come tali, ha messo in atto risposte enzimatiche e immunitarie per inattivarle.

Fino ai primi anni dell’ultimo dopoguerra, l’ingestione di queste proteine era comunque limitata e soprattutto avveniva da cereali originari nativi, non vi era infatti una condizione di sovralimentazione né di manipolazione genetica.

Il sistema biologico umano impiega moltissimi anni per analizzare i cambiamenti biologici che sta subendo. Apporta modifiche evolutive solo dopo lunghi periodi. È comprensibile quindi come in 50 anni non è possibile essere diventati tolleranti alle nuove tipologie di grano. Esse sono geneticamente modificate e in continua evoluzione.

Ma perché allora non siamo tutti celiaci o Gluten Sensitivity?

Dottoressa Oca. Ognuno di noi ha un assetto genetico diverso, derivato dall’evoluzione, che modula questa intolleranza, diversificando l’intensità dei sintomi da soggetto a soggetto. Come riportano i dati dell’ Istituto superiore di Sanità, 500 mila persone vivono con i sintomi della Gluten Sensitivity senza rendersene conto.

Quali sono le conseguenze di protrarre nel tempo una condizione di Gluten Sensitivity?

Dottoressa Oca. Il continuo contatto della parete intestinale con le proteine del glutine, gliadina e glutenina, provoca uno stato di infiammazione cronica silente cronica perché è continua nel tempo, e silente perché è silenziosa, dal suo esordio non si manifesta con sintomi riconoscibili, dunque possiamo averla e non saperlo. I sintomi sfociano in disturbi conosciuti, ma che sono solo il male minore, alcuni dei quali sono:

dolore e gonfiore addominale, sonnolenza e stanchezza diurna, insonnia, difficoltà digestive, indolenzimento muscolare

La condizione di infiammazione cronica silente è accertata come causa di insorgenza di malattie metaboliche e neurodegenerative.

Come ridurre la Gluten Sensitivity?

Dottoressa Oca. La prima domanda che mi fanno spesso quando spiego cos’è la Gluten Sensitivity è “ma allora devo mangiare senza glutine?”. La risposta è “dobbiamo ridurlo!”

La cosa migliore, è più naturale da fare, soprattutto per chi presenta una sintomatologia importante, è basarsi su un’alimentazione ricca di cereali naturalmente privi di glutine come avena, amaranto, quinoa, miglio, grano saraceno, mais, riso, e loro farine.

Per chi ha una sintomatologia più leggera è possibile introdurre nella dieta anche altri cereali che contengono poco glutine e di tipo originario, come il farro, orzo, tutti i grani antichi come Senatore Cappelli e Timilia, Kamut.

Di fondamentale importanza è prestare attenzione alla natura del prodotto acquistato, leggendo bene l’etichetta alimentare. Quindi si tratta di cambiare abitudini e tornare ad un tipo di “alimentazione originaria”. Questa alimentazione rispetta i ritmi biologici del ciclo evolutivo dell’uomo e del sistema uomo ambiente.

Un’alimentazione naturalmente priva di glutine o con ridotto apporto di glutine apporta immediati benefici visibili in breve tempo. Questi benefici sono: maggior velocità nella perdita di peso in diete ipocaloriche (miglior digestione degli alimenti), risoluzione di dolore e gonfiore addominale. Inoltre, portano a maggior prontezza e lucidità nelle attività giornaliere, miglioramento dei sintomi legati alle malattie infiammatorie intestinali e autoimmuni, e miglioramento dei sintomi dell’asma allergica.